Pannella Giacinto detto Marco

Una folla di ricordi, un mucchio di arrabbiature, un'amicizia sincera: la testimonianza di Lucia Fronza Crepaz che lo ha conosciuto personalmente in parlamento sin dagli anni '80
Marco Pannella

Una folla di ricordi, un mucchio di arrabbiature, un’amicizia sincera: questo il mio bagaglio per commemorare Pannella.

Uso il verbo commemorare perché senza dubbio ‒ nessuno mostra dubbi in proposito nella miriade di commenti che ha suscitato la sua morte ‒ è stato un personaggio, un leader che ha inciso profondamente nella vicenda, non solo politica, del nostro Paese.

Anche nella partenza ci ha presi come al suo solito in contropiede: ci aveva abituati alla sua presenza che era diventata in qualche modo eterna, perché lui era sempre capace di farsi trovare lì, in anticipo e con una sua interpretazione, lì dove passavano i nodi della storia. Ci ha sorpresi di nuovo, anche donandoci in questi ultimi tempi frasi inusuali per lui: «La morte è la vita, fatta dalla compresenza del vivo e del morto di cui si ha memoria» o la lettera di vicinanza politica a papa Francesco.  

Qualcuno ha detto che il suo non è un “ricordo” semplice, eppure la sua rilevante e tumultuosa vita politica brilla per massima coerenza, arte difficile da mettere in pratica di questi tempi. 

Il ricordo più significativo con lui risale senza dubbio ad un pomeriggio d’estate in un assonnato «corridoio dei passi perduti». Era la fine degli anni ’80, all’inizio della mia avventura politica: avevo avuto modo di potermi esprimere in Aula sulle “ragioni” che mi avevano portato in Parlamento e lui, a cui niente era indifferente, ebbe la curiosità, pienamente ricambiata, di conoscermi di più, anzi, di conoscere di più il mio “progetto”.

Fu una reciproca profonda consapevolezza che lui concluse duramente: «Siamo concorrenti in modo assoluto, vedremo se vincerà il tuo o il mio progetto!». E da lì il rapporto si fece amichevole – Pannella aveva una capacità di rapporto umano davvero notevole -, ma impalpabilmente guardingo. Un’ impressione mi sono sempre portata in cuore stando con lui: sembrava non aver sperimentato mai l’infanzia, aveva la testa di chi, fin da piccolo, fosse stato ingaggiato in un progetto totalizzante.

 

Per lui, la politica non era un luogo d’elezione, una vocazione. Era lo strumento che aveva individuato come più adatto per raggiungere il suo scopo.Era un illuminista radicale che voleva portare alla ultime conseguenze la identificazione dell’individuo come centro dell’universo. In questo il suo progetto non mutò mai: creare una società “liberista e libertaria” in cui la libertà, anzi le libertà, mano a mano individuate, fossero il criterio assoluto di ogni scelta. Il suo modello antropologico era l’uomo e la donna adulti e ragionanti e per questi liberi.

E come tutti quelli che hanno un disegno “ideologico” sulla società da raggiungere divideva le persone, singole o associate, che incontrava sul suo cammino in “favorevoli e contrari” e non aveva, come in tanti altri campi, preclusioni di sorta.

Cambiarono i compagni di viaggio, che furono diversissimi lungo gli anni.

Negli anni ’70 individuò come luogo per incistare le sue idee la sinistra in crisi di “incarnazione” date le notizie da oltre-cortina e in crisi rispetto alla cultura capitalista che si faceva sempre più aggressiva: fece prevalere il criterio individuale, rispetto a quello sociale nelle battaglie per i diritti.  

Alla fine degli anni ’80 fece “esplodere” la sua pattuglia di radicali in tutti i partiti, contaminandoli con persone che portarono dovunque i suoi principi e la sua prospettiva.

E davvero fu uno del grandi vincitori nella laicizzazione individualistica della nostra società italiana, certamente più occupata nella conservazione che nella coltivazione dei valori relazionali della famiglia e della comunità.

Fu uno che credette fino in fondo alla sua battaglia e, spesso, la sua vicenda, votata interamente alla libertà, lo portò a combattere aspramente – con una consonanza spesso sottolineata con un altro grande protagonista della libertà, Giovanni Paolo II – per la liberazione da catene disumane come la pena di morte, la fame dei popoli dei Paesi in via di sviluppo, contro ogni forma di “bavaglio” informativo, contro l’occupazione asfissiante dei partiti dentro le istituzioni… Inventò lui il termine, così evocativo, di “partitocrazia”…

Certamente politicamente non era un democratico: fu il l’inventore della personalizzazione della politica, indentificando strategicamente le battaglie con il nome del leader.

E forse fu questo il vero solco politico che ci divise: per lui chi doveva governare la società era una minoranza illuminata che doveva mano a mano indicare al popolo le mete. Di qui il suo grande amore per i referendum, scorciatoia per costruire politiche senza passare per la ricerca di maggioranze, frutto di elezioni democratiche.

Ma ci fu una volta in cui votai convintamente con lui, l’unica: era il ’92, elezioni del Presidente della Repubblica, candidato unico Andreotti. Pannella propose Scalfaro, io votai con lui. La strage di Capaci fece il resto: i parlamentari non se la sentirono di scegliere una soluzione di “potere”, trovarono sul campo e fecero propria la soluzione di Pannella. Fu votata e fu una buona scelta.

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