Pandemia, responsabilità e consapevolezza

Sembra di essere tornati alla quotidianità dopo la pandemia. Ma cos’è che abbiamo imparato da questo periodo? Forse è l’occasione per essere umanamente più uniti.
Aslam, Hajjah, Yemen

A quanto pare il peggio della pandemia è già passato. Sono finiti i giorni di reclusione, di star sempre a casa senza la possibilità di trovare gli amici, di prendere un caffè al bar o di fare una passeggiata per le strade della città. Sono stati dei lunghi mesi di incertezza e confusione, e finalmente, la così richiesta “libertà”. In questi giorni, fuori dalle mura che ci proteggevano dalla pandemia ci si trova in mezzo ad una realtà quanto meno sconcertante; dopo una quarantena di vie desertiche, la folla. Almeno questa è l’impressione che vi rimane oggi nel camminare nelle calle di Venezia. Se non fosse per le bottiglie di gel disinfettante all’ingresso di ogni negozio i cui dipendenti ricordano costantemente di farne uso, o per le mascherine che ancora coprono la maggior parte dei volti, sembrerebbe di essere tornati alla quotidianità. Ristoranti con una gran quantità di clienti e turisti europei che iniziano a godere in un altro Paese delle vacanze estive dopo che l’Europa riaprisse i confini interni il passato 15 giugno. Ma cos’è che abbiamo imparato da questo periodo? In che modo diremo alle generazioni future che affrontare una tragedia globale ci ha fatto crescere e costruire un mondo migliore?

Caracas, Venezuela
Caracas, Venezuela

Il Covid-19 ha svelato le ingiustizie sociali, ha impoverito quelle famiglie che avevano già poche risorse, come hanno avvertito diverse organizzazioni come Manos Unidas; ha accresciuto la fame di chi fatica ogni giorno a portare a casa il pane, come si è visto nel caso dei lavoratori migranti in India, costretti ad attraversare a piedi il loro Paese per tornare alle loro case in un contesto di lockdown generalizzato. Il virus ha portato troppe vittime: i nostri anziani, isolati a casa o nei centri; i migranti, confinati in accampamenti temporali senza acqua o sapone, impotenti davanti a delle frontiere chiuse più che mai; le persone senza fissa dimora, abbandonate paradossalmente di fronte ad un “Io resto a casa”; le donne, che rinchiuse con i loro aggressori hanno subito un aumento esponenziale degli abusi: solo nel mese di aprile, nel caso della Spagna il Ministerio dell’Uguaglianza registra un 60% in più di chiamate per violenza maschilista rispetto all’anno scorso. Un altro esempio vi si trova nel Libano, dove l’organizzazione per la parità dei sessi Abaad segnala un aumento del 110% delle chiamate durante il mese di marzo rispetto allo stesso mese del 2019.

Si capisce questa brama di libertà, ma poi, ci siamo veramente liberati o siamo tornati a fare le solite cose a cui eravamo abituati come se si trattasse solo di un brutto incubo ormai superato? Mentre da questa parte del pianeta le attivittà si riprendono con una apparente normalità, nell’emisfero Sud le morti e i contagi si moltiplicano impetuosi producendo fame e disuguaglianze. Basta guardare le cifre di paesi come il Brasile, con più di quarantamila nuovi contagiati al giorno e più di un milione di casi in totale, o il Cile, che negli ultimi giorni ne registra più di cinquemila ogni giorno. Da un punto di vista obiettivo, bisogna certamente ri-attivare l’economia, concentrandosi magari sul turismo, uno dei settori fondamentali. È il caso della Spagna, che ha voluto testare l’efficacia dei protocolli di sicurezza aprendo un corridoio turistico tra le Isole Baleari e la Germania. Un progetto che in quindici giorni intende accogliere 10.900 turisti tedeschi. Una particolarità in un Paese i cui confini si sbloccavano separatamente a seconda di ogni regione fino a questo 21 giugno, quando le frontiere con i paesi dell’Ue sono state riaperte. Questo però non ci deve far dimenticare la realtà che stiamo ancora attraversando. Ci vuole responsabilità perché tutto lo sforzo umano dei passati mesi non venga sprecato. Secondo uno studio condotto da due economisti italiani, Dario Palumbo, professore dell’Università Ca’Foscari di Venezia, e Salvatore Lattanzio, dell’Università di Cambridge, e pubblicato su Covid Economics, in alternativa al lockdown rispettare certe misure di mitigazione come il distanziamento fisico, l’uso di mascherine e l’igiene diventa imprescindibile per evitare un secondo picco.

Colombo, Sri Lanka.
Colombo, Sri Lanka.

Il Covid-19 ci ha messi alla prova, ha ispirato nuove forme di avvicinamento e incentivato la creatività nel darsi, nel servire, nel continuare a camminare anche con i piedi sul divano. Pensiamo a quegli alberghi che hanno aperto le loro porte h24 per evitare l’esposizione alla malattia a chi una casa non ce l’ha, o a quelli che invece con precauzione si sono esposti per curare o dare da mangiare al prossimo. A quelli che si sono reinventati, mettendo le loro competenze e il loro servizio a disposizione attraverso piattaforme online, o offrendo un accompagnamento telefonico ai bisognosi per combattere la solitudine. Adesso, consapevoli che il coronavirus non rispetta i confini creati dall’uomo, forse è l’occasione per essere umanamente più uniti, senza differenziazioni di classi o di nazionalità, visto che di fronte alle questioni che ci sfuggono di mano, in termini di vulnerabilità, siamo tutti uguali.

 

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