Pandemia: i colori dell’autunno

Una valutazione della situazione del nostro Paese: quali misure funzionano e quali no. Alcune lezioni per il futuro
(AP Photo/Gregorio Borgia)

Qualche giorno fa un amico mi suggeriva, con la frase che intitola questo commento, una visione scherzosamente poetica della mappa delle restrizioni a cui siamo sottoposti. L’idea della variegata tintura delle foglie rende bene il senso di precarietà e di frammentazione che può cogliere dinanzi ad un quadro di divieti che alcuni considerano troppo mutevole e disorganico.

D’altro canto è indubbia la necessità di un sistema flessibile, basato sull’andamento epidemico sul territorio e su dati oggettivi: non a caso in questi giorni ferve il dibattito sugli indicatori da considerare e sulla tempestività e attendibilità dei numeri (che, è bene ricordarlo, sono le stesse Regioni a fornire).

Le misure funzionano? Dopo una decina di giorni dall’adozione delle attuali misure restrittive, si può osservare un qualche segnale incoraggiante, che va interpretato con molta prudenza, soprattutto per via delle rilevanti fluttuazioni e dei tempi lunghi con i quali i provvedimenti incidono sull’epidemia. Ad ogni modo, si cominciano ad intuire degli andamenti generali.

Anzitutto va ricordato che fino ad oggi, sia per i casi sia per i ricoveri, la curva è sempre in crescita. Ogni giorno il numero degli attuali malati e degli attuali ricoverati continua ad incrementarsi.

Tuttavia, la salita si fa di giorno in giorno meno ripida. Il rapporto fra gli attuali positivi di oggi e quelli di ieri aumentava dell’8% una quindicina di giorni fa, mentre è stato fra il 3 e il 4% nell’ultima settimana. Così il rapporto fra ricoverati di oggi e quelli di ieri, che è passato dal 6-7% al 2-3%.

Molti commentatori, anche istituzionali, iniziano ad ipotizzare una stabilizzazione, foriera (si spera) di un calo della pressione sul territorio e sul servizio sanitario nazionale.

È il caso di ricordare che l’impegno degli ospedali e la pressione dei ricoveri non significa soltanto il rischio di non trovare cure tempestive per i pazienti: questo è prevenibile aumentando le dotazioni dei letti e gestendo in rete tali risorse (compito assolto anche dalla Protezione Civile Nazionale). Dobbiamo invece preoccuparci del fatto che i sanitari, impegnati nella gestione dei ricoveri, non possono contemporaneamente svolgere altre attività programmate, con rischio di perdita di opportunità di salute per i cittadini.

Una frequente osservazione è il fatto che, viste le difficoltà del tracing, il numero di casi asintomatici sia sottostimato: tuttavia, come è avvenuto nella prima fase dell’epidemia, questa sottostima non dovrebbe modificare la forma generale della curva (una campana più alta ha sempre la forma della campana). A questo proposito il tasso di positivi sul totale dei tamponi (qualunque sia il suo significato finale) sembra essersi stabilizzato intorno al 16-17%.

In confronto alla prima fase dell’epidemia, come noto ci sono molti più casi conosciuti, mentre il numero di ospedalizzati e dei malati di terapia intensiva (soprattutto quest’ultimo) sono assai vicini a quelli dei primi giorni di aprile. Significa che vediamo meglio i casi di quanto facevamo nella prima ondata, ma anche che siamo più bravi a gestirli sul territorio, con soluzioni di continuità assistenziale che otto mesi fa in molte realtà semplicemente non c’erano.

Sono piccole ma buone notizie, che documentano la nostra capacità di adattamento.

Stiamo ottenendo qualche risultato di controllo della curva epidemica, tenendo aperte le scuole nella maggioranza dei territori, con qualche attività in più rispetto al primo lockdown; abbiamo difficoltà nel tracing, ma siamo riusciti a seguire un numero molto grande di casi rispetto alla prima volta.

Stiamo riuscendo (forse!) a stabilizzare i ricoveri, pur con grandi sacrifici e molti limiti, ma gli ospedali stanno riuscendo a mantenere aperti servizi e attività programmate che a marzo-aprile erano del tutto chiuse.

 

Le critiche che possiamo e dobbiamo farci, gli spunti per migliorare la nostra posizione in questa lunga partita a scacchi con la malattia, sono a mio avviso almeno due:

1) si dovrà preparare meglio la risposta alle prossime fasi epidemiche, evitando di banalizzare la situazione e investendo di più sul territorio. I casi scenderanno di nuovo e le restrizioni verranno gradualmente rimosse: dobbiamo essere pronti a intraprendere misure correttive, ancorché impopolari, come avremmo potuto fare quando a metà agosto i casi hanno superato la quota di 500 nuovi positivi al giorno;

2) si possono scegliere criteri più snelli e rapidi per il testing e per la gestione dei contatti (in questo senso l’investimento sulle metodiche rapide può essere davvero decisivo); soprattutto si possono e si devono rendere più oggettivi e trasparenti i meccanismi decisionali: le regole del gioco vanno scritte a priori, basate su evidenze scientifiche e senza una continua “negoziazione” fra Regioni e Stato.

Insomma, una strategia globale e di sistema; è quel che ci servirà per riuscire a sfruttare bene la carta vaccinazione: per evitare quel che sta succedendo con quella antinfluenzale, dove ogni territorio “lotta” per accaparrarsi contratti di fornitura. Il virus è immune a tentazioni sovraniste e se ne infischia di confini e conflitti di giurisdizione. Salta da un posto all’altra e persino da una specie all’altra, divertendosi a modificare il suo piccolo e micidiale RNA; per combatterlo serve una pianificazione sovranazionale, con una regolamentazione molto forte e coerente con le evidenze.

Infine, domandiamoci cosa possiamo fare noi, come cittadini e persone. Tenere duro, appiattire e abbassare la curva è la prima cosa. Ma poi dobbiamo essere pronti a tornare a vivere, gestendo però la nostra ritrovata libertà in modo diverso, più consapevole e responsabile. Stavolta, senza sprecare la lezione di questo 2020, che ci sta costando quasi 50 mila morti.

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