P di perdono

La giustizia e la pace sociale come vie preferenziali. Il pensiero di Chiara Lubich dal libro Per una economia di comunione 
Perdono nella coppia

Correlato, intimamente legato alla pace e alla giustizia sociale è il perdono. Ma quanto possa essere realizzabile nell’era globalizzata e quanto più ci viene chiesto ora, in tempi di crisi, di subordinazione dei bisogni della gente. Per una economia di comunione, libro curato da Luigino Bruni e Luca Crivelli per Città Nuova, individua  la risposta nella proposta dell’EdC di Chiara Lubich. Una delle tre ragioni, dopo la tensione e dell’immunità che fanno dell”EdC un modello, un paradigma estendibile.

«C’è poi una seconda ragione che ha a che vedere con il problema specifico della pace, che è stato richiamato da Chiara Lubich nel discorso pronunciato a Rimini il 22 giugno 2002, e in tanti altri suoi interventi. Per il messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio di quest’anno, Giovanni Paolo II ha scelto il seguente titolo: Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”: perdonare etimologicamente significa “donare completamente” (in latino perdonare vuol dire infatti “donare completamente”). Qual è l’oggetto di questo dono? Il farsi giustizia da sé.

«Ora la giustizia ottenuta con l’uso della forza, quand’anche legittima com’è normalmente nelle nostre società civili, non è mai definitiva, perché non v’è garanzia che il colpevole si sia pentito e dunque sia disposto ad espiare la colpa.

«Il perdono invece è l’atto ad un tempo più razionale e più saggio, perché induce il colpevole ad assumersi la responsabilità della propria azione e quindi a dichiararsi disponibile a risarcire la società, o gli altri, della colpa commessa. Non ci vuole molto  comprendere come questo sia il livello più alto di giustizia, verso cui le nostre società devono tendere. Ma ecco il punto: per diventare capaci di perdonare occorre essere capaci di donare;  non si può perdonare se non si è capaci di donare

«Si riesce a capire allora perché abbiamo bisogno di diffondere, ad ampie mani, i semi della cultura del dare, del dono. Ma la cultura del dono non può essere predicata, dev’essere testimoniata: ecco la seconda ragione della generalizzabilità del modello dell’Economia di Comunione»

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