Opposizione, sale della democrazia

La schiacciante maggioranza ottenuta al Senato e alla Camera dal governo Draghi ha dato paradossalmente più voce alle esigue opposizioni. Come si comporta chi dice no in altri Paesi?
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Nella piccola-grande politica italiana, si rivendica da parte di una piccola percentuale di deputati e senatori − da Fratelli d’Italia a destra a Fratoianni nella sinistra, alle incerte posizioni dei pentastellati che hanno detto no al governo Draghi, più qualche caso isolato − il diritto di fare opposizione, come se fosse un’ancora di salvezza per la democrazia nostrana. Discorsi comprensibili, anzi giusti, nel senso che la democrazia vive di maggioranze e minoranze, di dialettica e dialogo tra parti che la pensano diversamente. Ci mancherebbe. Anche senza entrare nelle intenzioni di chi fa opposizione per calcoli di non sempre onestissimo sfondo. Ma questo è un altro discorso.

Ogni Paese, in realtà, ha il suo modo di fare opposizione. Direi che bisognerebbe coniare un nuovo proverbio: «Dimmi che opposizione fai e ti dirò chi sei». Come si dice pure: «Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei», o, ancora, «dimmi con chi vai e ti dirò chi sei». E allora vediamo un po’ come si fa opposizione all’estero. Mi si permetta di farlo a partire da un testo dell’agosto 1960 di Chiara Lubich, che diceva così: «Ospitali e laboriosi come gli svizzeri; ardenti e fanciulli come i brasiliani; forti e perseveranti come gli olandesi; ingegnosi e armoniosi come gli italiani; organizzati e pratici come i tedeschi; penetranti e gentili come i francesi; dignitosi e industriosi come i belgi; esultanti e fedeli come gli spagnoli; sensibili e tenaci come gli slavi». In un incontro a Friburgo, in Germania, osservando le diverse delegazioni presenti, la Lubich aveva redatto questo testo, quasi un aforisma assai lungimirante, sul “dover essere” di un popolo. Un discorso acuto e amorevole, che aveva come prospettiva l’unità nella diversità.

Prendo questo testo per analizzare sommariamente e brevemente le opposizioni, per dire che i nostri modi di far governo o di far opposizione traggono linfa dalle caratteristiche fondamentali di un popolo. Ad esempio, in Svizzera l’opposizione è legata al sistema federalista e si esprime continuamente nel sistema referendario, nelle varie istanze politiche sempre legandosi a problemi concreti, in fondo manifestando un popolo che è laborioso ma anche ospitale, soprattutto guardando alla storia più che al presente di una fetta della popolazione con sentimenti xenofobi. I brasiliani hanno un Parlamento in questo momento non poco ondivago, in cui i cambi di casacca sono normali perché ci si infiamma per nuove prospettive (ardenti) e per una certa ingenuità (fanciulli). Gli olandesi sono una democrazia dalle tinte forti, con maggioranze e opposizioni ben stagliate (forti) e lunghe tradizioni democratiche (perseveranti), anche se ultimamente tali caratteristiche vengono riprese persino dai negazionisti in un’opposizione extraparlamentare. Noi italiani veniamo definiti dalla Lubich come ingegnosi e armoniosi; chissà se oggi sarà e apparirà come vero, ma è certo che maggioranza e opposizione sono assolutamente “creative” nell’uscire dalle crisi ripetute e nel sapersi riposizionare, mentre l’armonia sembra difettare un po’ nelle nostre istanze politiche malgrado la presenza di personalità di altissimo profilo umano e culturale che sanno riportare armonia nell’agone politico.

Ancora, i tedeschi sono organizzati e pratici, sanno trovare nell’impasse soluzioni come “Ursula” che testimoniano una praticità estrema anche nel far politica, pur con uomini politici e donne politiche che restano organizzati su fronti chiaramente opposti. Penetranti i francesi lo sono, e sanno pure essere gentili: nella politica ciò si esprime in una formalità a tutta prova, intelligente, che le opposizioni sfruttano per argomentare le ragioni del loro dissenso proponendole solitamente con una certa eleganza, malgrado gli inevitabili scivoloni. Dignitosi e industriosi come i belgi: le ultime vicende del Paese, con anni interi senza governo centrale, cioè con tutti all’opposizione, dicono che effettivamente, nonostante l’assenza di un esecutivo, i belgi vanno comunque avanti, degnamente e industriosamente. Gli spagnoli, sempre secondo la Lubich, sarebbero nel loro “dover essere” esultanti e fedeli: la vicenda catalana, così come quella dell’ascesa di partiti di chiara opposizione, ha certamente evidenziato un’opposizione esultante, anche quando non c’erano prospettive vere per esultare; e fedele, nel senso che, nonostante tutto, l’opposizione a Madrid dei catalani – per fare un esempio − si è rivelata duratura e fedele. Sensibili e tenaci sarebbero infine gli slavi, nella visione lubichiana: tenaci lo vediamo tutti i giorni, nella loro opposizione a tante direttive europee, soprattutto dalle parti dei Paesi dell’Accordo di Visegrad; e sono pure sensibili, se vediamo quanto rimangono feriti da dichiarazioni a dire il vero un po’ tanto supponenti dell’ovest europeo.

Mi perdonino gli analisti delle cose politiche spagnole, brasiliane, slave, tedesche e via dicendo per la sommarietà di queste riflessioni. Queste sono semplici estrapolazioni da un discorso ben più elevato, da una lettura se vogliamo spirituale o addirittura mistica delle caratteristiche dei singoli popoli. Quello che mi preme sottolineare è il fatto che ogni popolo ha delle caratteristiche intrinseche che si esprimono sia nel governare che nel fare opposizione. È bello dire no quando lo si fa consapevoli della propria storia e della propria visione di Paese, di popolo, di patria. Come è bello dire sì.

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