Om Puri, il volto inconfondibile di Bollywood

L’attore portava sullo schermo la vita quotidiana dei villaggi e delle metropoli indiane. Era una figura conosciuta anche nella cinematografia occidentale

Il suo volto era inconfondibile. Aveva una cera naturalmente truce, ulteriormente accentuata da rughe e cicatrici, probabilmente residui di una malattia infantile. Ma proprio quel volto era quello che ci voleva per impressionare gli spettatori, soprattutto quando Om Puri era chiamato a ruoli drammatici, o di protagonisti che vivevano in situazioni difficili, o spesso disperate come raccontavano tanti dei film in cui ha lavorato. Situazioni e personaggi che portavano sullo schermo la vita quotidiana dei villaggi e delle metropoli indiane, soprattutto dei loro slums, degli anni Ottanta e Novanta.

L’attore indiano, scomparso in questi giorni all’età di 66 anni, faceva parte della generazione dei grandi interpreti dello schermo in India della seconda metà degli anni Settanta e, soprattutto, dei primi anni Ottanta: gli attori Naseerudin Shah, Anupam Kher o le attrici Shabana Azmi, Smita Patil (scomparsa giovanissima dopo un parto difficile). Sono loro, alcuni dei protagonisti della svolta di Bollywood, il cinema indiano con sede a Mumbai, che attraverso le loro interpretazioni ha visto situazioni di tutti i giorni portate sugli schermi della più grande industria cinematografica del mondo. Per questo i loro nomi figuravano fra i protagonisti costantemente scelti da direttori e registi che avevano segnato questa svolta: Shyam Benegal, Ketan Mehta, Govind Nihalani e Sudhir Mishra.

Con questi nomi, ed altri ancora, Bollywood fece il grande salto dal cinema classico, imperniato su favole che portavano gli spettatori in un mondo pressoché surreale, ad una sorta di neo-realismo che, senza eliminare del tutto alcune caratteristiche della produzione indiana (canzoni e balli, per esempio, per inframmezzare il dipanarsi delle storie), erano, tuttavia, riusciti a esprimere situazioni reali senza evadere dal quotidiano. Om Puri pareva fatto apposta per questi ruoli, fin da Aakrosh, il film che lo impose al grande pubblico e che presentava la vita di un uomo dell’India rurale oppresso a tal punto da non riuscire a pronunciare una parola.

Il tema della vita disumana dei villaggi e, soprattutto, delle discriminazioni castali era tornato solo un anno più tardi con Sadgati, dove Puri aveva recitato insieme a Smita Patil, stella nascente dell’industria cinematografica di Bollywood. La coppia avrebbe recitato ancora, qualche mese più tardi, in Mirch Masala, vero capolavoro della cinematografia del sub-continente. Altra pellicola di un realismo sconvolgente era stata, nel 1983, Ardh Satya dove l’attore si presentava nel ruolo di un poliziotto che si trovava a combattere contro la corruzione endemica del sistema politico, amministrativo, sociale e della polizia dell’India di quegli anni.

Ma per gli indiani già abbastanza grandi a metà degli anni Ottanta e, soprattutto, per coloro che avevano vissuto la tragedia della partizione fra India e Pakistan, il volto di Om Puri significa Tamas. Si trattava, forse di uno dei primi serial della Doordarshan, la rete televisiva del governo indiano, che andò regolarmente in onda per vari mesi con cadenza settimanali. Puri, ancora una volta, era nei panni di un agricoltore fuori casta trovatosi a vivere il dramma della carneficina fra hindu e musulmani nei villaggi del nord ovest dell’India. Tamas incollava l’India allo schermo televisivo – era l’epoca dei primi televisori a colori – e in prima serata non c’era famiglia che non lo guardasse. Lì avvenne la vera consacrazione a livello nazionale. Il suo volto entrava a far parte dell’immaginario dell’indiano medio.

Proprio nei mesi successivi ero in volo per Calcutta, oggi ribattezzata Kolkata, per partecipare a nome del Consolato Generale d’Italia di Mumbai al Festival Internazionale del Cinema a cui erano stati invitati i fratelli Taviani. Durante il volo vidi Om Puri fra i passeggeri e, appena sceso, mi trovai accanto a lui, mentre tutto lo fissavano e molti coraggiosi si avvicinavano a salutarlo e a cercare di scambiare qualche parola. Era probabilmente gratificante, ma senza dubbio Puri era abbastanza contrariato. Me lo fece capire, a me straniero, con uno sguardo che ricordo ancora molto bene. Gli risposi con alcune parole che dovevano più o meno suonare: “Le conseguenze di Tamas”. Sorrise e andò oltre. Non doveva essere un carattere facile come dimostra anche la sua vita sentimentale piuttosto complessa e fatta di colpi di scena.

Puri era una figura conosciuta anche nella cinematografia occidentale. A parte un ruolo marginale del Gandhi di Attenborough, era entrato nel grande circuito internazionale con La città della gioia, che riproduceva sugli schermi il famoso successo editoriale di Dominique Lapierre. Seguirono, poi, altre pellicole di marginale fortuna e, soprattutto, East è East dove l’attore è chiamato al ruolo di un padre tradizionale pakistano che se la deve cavare in Inghilterra con figlie ormai occidentalizzate che vivono una doppia vita fino a creare un dramma familiare. Sullo stesso argomento era stato l’ultimo successo, discreto ma importante, Amore, cucina e curry, ancora una volta sul tema della migrazione in una Europa – la Francia questa volta – che cambia ma che costringe anche a cambiare chi vi arriva soprattutto dal sub-continente indiano. Non aveva neanche disdegnato un ruolo importante nel Il fondamentalista riluttante di Mira Nair, su una vicenda di sicura attualità in un Pakistan sempre più coinvolto nelle maglie del terrorismo internazionale.

Con lui il 6 gennaio se ne è senz’altro andato un pezzo di India degli ultimi quarant’anni, una di quelle figure, nel suo caso, uno di quei volti che personificano un’epoca e le sue evoluzioni sociali.

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