Numeri e persone, cosa stiamo diventando?

La riflessione del responsabile area Pace e mondialità di Caritas Roma davanti alla chiusura e sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto in base alle norme del  decreto sicurezza
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La deportazione di Castelnuovo di Porto è il segnale chiaro che ci dovremo abituare senza tregua a un linguaggio violento che ha radici in pensieri volgari, alimenta visioni drammatiche e origina azioni disumane.
Ci nascondiamo dietro le analisi, i numeri, i confini, le responsabilità altrui, i decreti. E mentre noi ci nascondiamo bambini, donne e uomini annegano in mare o vengono condannati per strada a spogliarsi della loro dignità
Siamo arroganti e bugiardi perché ci raccontiamo che tutto questo e’ colpa loro e con un’irresponsabilità disumana continuiamo a non volere considerare i motivi per cui si trovano su quei barconi o sotto un mucchio di cartoni negli angoli delle nostre città.


In un gioco al massacro dove responsabilità, risposte, visioni politiche si sacrificano sull’altare della propaganda elettorale e non facciamo altro che sciorinare litanie che recitano come siamo bravi a contenere gli sbarchi, a negare ogni decenza e a denunciare che, chi si affida a chi noi non ci affideremmo mai, lo fa solo perché vuole vivere.
Parliamo di numeri e non parliamo di donne bambini, uomini disperati, parliamo di porti e non parliamo di diritti negati, parliamo di pacchia e non parliamo di persone massacrate dalle guerre che noi finanziamo.

Parliamo di efficienza per mascherare la mancanza di visione politica e parliamo di progresso senza parlare di territori resi invivibili dalla nostra avidità. E alla fine parliamo di sicurezza perché non sappiamo parlare di inclusione e accoglienza.

La verità è che in questo forzato e patetico tentativo di vedere solo un pezzo delle cose che dovremmo vedere nascondiamo le nostre paure e le nostre contraddizioni.
Non vogliamo impedire gli sbarchi; vogliamo impedire alle nostre coscienze di sentirsi responsabili del perché accadono, vogliamo impedire alla nostra società di specchiarsi nelle proprie responsabilità di fronte al fallimento dei nostri modelli di vita ormai svuotati di qualsia capacità generatrice, vogliamo impedirci di rischiare la solidarietà come deterrente a una deriva distruttrice, vogliamo convincerci che la violenza e la prepotenza sono gli unici modi possibili per risolvere i problemi.
Non abbiamo paura di chi emigra o di chi è povero, abbiamo paura di quello che siamo diventati e ce ne vergogniamo così tanto da cercare sempre affannosamente qualcuno a cui darne la colpa
Parlarne è troppo poco.  Ma se è veramente così poco non dovremmo temere di farlo.

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