Caro senatore la donna non è una preda

Considerazioni a margine di alcune dichiarazioni del parlamentare di Palazzo Madama Vincenzo D’Anna a proposito del fenomeno degli stupri
ANSA/CLAUDIO PERI

Non molto tempo fa era in voga il motto: non a nome mio, tradotto in varie lingue del mondo, a seconda di dove veniva detto. Lo rispolvero, in quanto appartenente al mondo maschile, rispetto alle affermazioni di un senatore della Repubblica, Vincenzo D’Anna.

Caro senatore, non è femminismo, come lei ha affermato, dissentire dalle sue considerazioni del tipo: «Io alle tre di mattina sconsiglierei a mia figlia di camminare in una periferia da sola, peggio ancora se è vestita in maniera disinvolta». Proprio così! Ma non è finita: «Sono abbastanza vecchio – aggiunge il senatore – per ricordarmi donne più accorte.»

Ma l’ultima perla è ancor più sconcertante: «La donna porta con sé l’idea del corpo, l’idea della preda. Se si trova in periferia, sola in mezzo alla strada, può anche essere oggetto di un’aggressione». L’idea dell’uomo cacciatore in preda a istinti primordiali è un’idea oltre che essere insopportabile per tutti i maschi di buon senso, speriamo diventi il canto del cigno di una cultura patriarcale e maschilista che troppi danni ha fatto nel mondo e nel nostro benamato Paese.  Ma voglio spezzare una lancia, anche se la tentazione mi porterebbe altrove, a favore del senatore che ha avuto il “coraggio” di esprimere la sua opinione e di discuterla, con gli improperi di turno, in varie trasmissioni televisive. Quanti la pensano come lui è stanno zitti?

A quando un cambio di paradigma culturale che esca fuori dai giochi di ruolo tra i generi e giunga ad un reale rispetto delle caratteristiche di ciascuno, uscendo fuori anche dalla vuota e spesso insipida parola Parità in quanto forse occorre avere più coraggio e far vincere e non pareggiare la Persona, donna o uomo che sia?

Questo zoccolo duro di mentalità patriarcale e maschilista ha radici molto solide e lontane, persino nella giurisprudenza. Basti pensare, ad esempio, che nel nostro Paese, fino al 1963, esisteva lo “ius corrigendi” che dava al marito il diritto di picchiare la moglie rea di aver commesso atti a suo giudizio sbagliati. Fino al 1981 è rimasto in vigore il delitto d’onore, che dava la quasi impunità al marito che uccideva una donna della sua famiglia, in ragione appunto di un’offesa da questa arrecata al suo onore, e il matrimonio riparatore che permetteva di violentare una ragazza e non pagare per la propria colpa sposandola. Solo dal 1996 la violenza nei confronti delle donne è considerata un reato contro la persona e non più contro la morale.

Ma la visione culturale non è cambiata, lo stupro è ancora considerato legittimato dalle “provocazioni” femminili (lo stereotipo è ancora: lo ha provocato, non è stata prudente). E anche la violenza domestica è presentata paradossalmente come un tema “sentimentale”, che può portare, per gelosia, anche al femminicidio.

Lo stereotipo è sempre lo stesso: dall’«onore» tradito alla questione sentimentale (lo ha lasciato).

L’idea è che l’uomo è da compassionare perché non ha retto all’abbandono. Quindi la violenza omicida sarebbe scattata in una circostanza particolare, che ne costituisce una attenuante o per lo meno che spiega, giustifica il gesto estremo (il raptus, il dramma della follia).

Ma questa spiegazione, che dà una attenuante al colpevole, implica che nel comportamento delittuoso la donna abbia la sua parte di responsabilità, in quanto colpevole di avere suscitato la gelosia.

Si tratta di una rappresentazione falsata della realtà: il delitto è quasi sempre l’estremo risultato di una serie di comportamenti di lunga data, in cui le circostanze che l’uomo porta a giustificazione della violenza vengono continuamente mutate, man mano che la donna si adatta alle richieste, anche vessatorie, anche limitative della sua libertà.

Con l’adesione dell’Italia alla Convenzione di Istanbul e l’approvazione della legge 119 del 2013 di contrasto alla violenza di genere, passi avanti significativi sono stati fatti nel nostro Paese. Ma forse non troppo risolutivi se ancora ogni 2,2 giorni in Italia una donna viene uccisa, e sono 6 milioni e 788 mila le donne che, nel corso della loro vita, hanno subito violenza fisica o sessuale (di cui 2 milioni e 800 mila dal proprio partner). Un quarto delle donne in coppia ha subito poi violenze psicologiche. La violenza compiuta di fronte ai figli è cresciuta.

E noi tutti sembriamo assistere, impotenti, come se questi reati, che avvengono così spesso fra le mura domestiche, non dovessero interrogare tutti noi e costringerci ad impegnarci per superare le radici, culturali, sociali ed economiche che sono al fondamento di queste relazioni pericolose.

 

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