Non mi arrendo. Una ricerca che parla di povertà ascoltando i “protagonisti”

Ricerca su bambini e famiglia in lotta contro la povertà promossa dalla Onlus Albero della Vita e dalla Fondazione Zancan. Nuova per metodo e risultati, tutta da leggere. L’impoverimento non si combatte solo ed esclusivamente con “misure e trasferimenti monetarie”, ma con relazionalità, comprensione e facendosi aiutare dall’aiutato che forse è il massimo esperto del problema
povertà

Da qualche tempo la povertà è tornata nelle cronache, sia per il forte innalzamento delle persone che si avvicinano e che hanno superato la soglia di povertà, sia per le tante  proposte che hanno nomi simili, ma diverse nella loro “filosofia” (Reis, reddito di cittadinanza, ecc.).

Esistono poi rapporti annuali sulla o sulle povertà provenienti da diverse Agenzie. Ma in questo quadro di numeri e statistiche un sprazzo di luce nuovo. Una ricerca che parla di povertà ascoltando i “protagonisti”. Questo l'approccio semplice ma per molti versi innovativo della ricerca "Io non mi arrendo. Bambini e famiglie in lotta contro la povertà: fragilità e potenziali", promossa dall’Onlus L’Albero della Vita, organizzazione italiana che da 18 anni è impegnata a difendere e promuovere i diritti, il benessere e lo sviluppo dei minori in condizioni di disagio e marginalità sociale con la Fondazione Zancan, conducendo uno studio dall’intrigante titolo “Io non mi arrendo”, appunto, derivante dalla dichiarazione di una mamma intervistata, impegnata nella sfida quotidiana di “apparecchiare la tavola ai figli. 277 i nuclei familiari interpellati in 7 città tra Nord e Sud, che hanno consentito di raccogliere, e qui sta l’originalità, direttamente dalle loro esperienze, le difficoltà e le richieste perché «oltre che analizzare e comprendere la povertà, significa anzitutto accettare e rispettare le persone», sottolinea Tiziano Vecchiato, Direttore scientifico della ricerca oltreché della Fondazione Zancan (Io non mi arrendo. Bambini e famiglie in lotta contro la povertà. Il Mulino, Bologna, 2015).

Le famiglie pare proprio che non si arrendano alla povertà e combattono per una vita migliore dei propri figli: questo emerge dalle interviste. E, partendo dall’ascolto, capire in che modo chi è povero affronta i problemi, non solo con gli aiuti che riceve ma anche con le proprie capacità e risorse e, soprattutto, quanto sia disposto ad aiutarsi e aiutare altre persone che vivono la stessa condizione, questo il fulcro dello studio.

L’on. Sandra Zampa, vice-Presidente della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza, avverte «L'Italia non può accettare che aumenti sia in termini di qualità sia di quantità il numero dei bambini e degli adolescenti poveri. Non potrebbe, non dovrebbe, eppure è accaduto. Un anno dopo l'altro la politica ha registrato l'aggravarsi di un fenomeno pericoloso come la povertà soprattutto minorile. Non solo non ha preso provvedimenti ma ha anche tagliato progressivamente il sistema di welfare a livello locale e centrale. Per la prima volta quest'anno – l'ultimo provvedimento di contrasto alla povertà assoluta fu assunto dal governo Prodi – il governo ha deciso di assumere misure di contrasto alla povertà dei minori. Una decisione attesa che si concretizzerà con la Finanziaria» – o, come si chiama adesso, Legge di Stabilità – «Come relatrice del documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sulla povertà minorile svolta dalla Bicamerale per l'infanzia e l'adolescenza, ho accolto con soddisfazione la decisione del governo sapendo che è solo un inizio e che questa battaglia da condurre, sia sul piano materiale sia su quello educativo, è molto lunga e complessa. Tutti insieme potremo combattere una battaglia che non è solo di civiltà e giustizia, ma di lungimiranza: abbandonare un bambino a un destino di povertà significa non investire sul futuro, non dare speranza alla società e non dare corso a quanto la Costituzione ci chiede di fare in modo imperativo».

 

La metodologia di ricerca, finalmente una ricerca che ascolta e fa parlare, ha avuto come obiettivo quello di far emergere le testimonianze dirette delle famiglie, per comprendere il coinvolgimento di ciascuno nella lotta alla loro povertà, considerando le persone come “centro” da cui partire per identificare soluzioni utili a definire degli interventi concreti.

 

«Quando si studia un problema il primo passo è affrontarlo con chi lo vive, lo sperimenta, e conosce cosa significa, si chiede come non subirlo e anzi come lottare per superarlo», ha sottolineato ancora Tiziano Vecchiato, «Accettare che la povertà possa essere studiata e capita «con i poveri», significa riconoscere le loro capacità, valorizzare la loro esperienza, dialogare con la loro competenza. Non è per niente facile visto che richiede il riconoscimento di un valore proprio e originale che i genitori hanno profondamente e che condividono con i loro figli».

Gli incontri si sono svolti a Milano, Torino, Firenze, Roma, Bari, Napoli e Palermo  nell’arco di 6 mesi. Tra le persone adulte intervistate, spesso non afferenti ai circuiti classici del Servizio Sociale comunale, ha un’età compresa tra i 30 e i 50 anni e l’85% è di genere femminile; il 78% degli intervistati ha la cittadinanza italiana, mentre il 22% è straniera. Alcune famiglie hanno inoltre consentito ai loro figli di raccontare la propria esperienza, dove è emerso un vissuto soddisfacente: oltre il 70% ha risposto con l’emoticon sorridente, nonostante i problemi, trasmettendo il desiderio di fare qualcosa per aiutare la famiglia a superare le difficoltà quotidiane.

 

I risultati della ricerca evidenziano che la prima causa di disagio tra le famiglie intervistate è legata a problemi di lavoro (9 famiglie su 10), in particolare di disoccupazione (7 su 10); il 56% ha anche problemi di natura abitativa (quali occupazione abusiva, sfratto, ecc.) e il 54% di salute. E qui bisogna intendersi perché il concetto è molto ampio e frastagliato. Ad esempio salute a volte vorrebbe dire che un bambino non ci vede bene e poi si dice che va male a scuola…. Oltre 1 su 5 delle famiglie incontrate presenta problemi con la giustizia. Circa 1 su 6 esprime difficoltà legate al livello di istruzione.

In questo contesto, la ricerca ha fotografato diverse tipologie di aiuto ricevute dalle singole famiglie: sul totale delle famiglie intervistate (in tutte le città) quasi tre quarti ricevono, o hanno ricevuto recentemente, contributi economici (diretti o in forma di compartecipazione per spese sanitarie, abitazione ecc.) e oltre 6 su 10 beni materiali di prima necessità. Meno frequente è, ahimè, l’aiuto ricevuto sotto forma di servizi.

La percezione della gravità degli aiuti non ricevuti fa emergere un dato interessante: su una scala da 1 a 3, la mancanza più grave (2.9) risulta quella relativa ai servizi di assistenza sociosanitaria e abitativa; seguono la mancanza di contributi economici (2.7); di servizi di accoglienza ludico ricreativa; di orientamento e sostegno (2.5); di sostegno socio educativo (2.3); mentre meno rilevante risulta la carenza di beni materiali di prima necessità (2.2).

La ricerca ha inoltre analizzato le risorse e capacità positive che uno o più componenti della famiglia si riconoscono e possono impiegare a vantaggio o del proprio nucleo familiare per superare le difficoltà, oppure nei confronti di altre persone esterne al nucleo.

In tre su quattro (75%) delle famiglie incontrate si individua almeno una forma di potenziale impiegabile a beneficio della collettività. Per tutti gli intervistati il tema del “fare qualcosa per gli altri”, passa necessariamente attraverso il mettersi in gioco come persona, con il proprio bagaglio di competenze e capacità, attuando azioni di solidarietà e di condivisione oltre la famiglia stessa. E’ stato notato in tanti casi che vi è un aiuto verso chi sta peggio da parte di chi comunque non se la passa meglio e questo è un dato che apre spiragli di speranza e di inversione di tendenza rispetto al tanto propagandato egoismo sociale.

I genitori, infine, hanno trasmesso anche una consapevolezza importante: c’è voglia di lottare e sviluppa inaspettate capacità, un messaggio chiave trasmesso da queste famiglie, e rappresenta il punto di partenza per attuare delle azioni concrete di lotta alla povertà.

«La nostra esperienza con le famiglie in condizione di povertà e fragilità mostra come solo grazie a spazi di incontro basati su rispetto e impegno reciproco si possa coltivare una relazione di fiducia in una prospettiva pro-attiva», ha dichiarato Ivano Abbruzzi, Presidente di Fondazione L’Albero della Vita Onlus, «Non è un caso che le testimonianze positive raccolte riguardino incontri con operatori sociali pronti ad ascoltare e valorizzare le persone, per costruire insieme a loro una risposta adeguata. Questa ricerca dà delle indicazioni fondamentali per riuscire a migliorare le azioni di lotta contro la povertà, ma bisogna partire dall’ascolto delle persone che la combattono ogni giorno»

L’approccio della ricerca è il medesimo utilizzato da L’Albero della Vita nei suoi interventi sociali di contrasto alla povertà infantile, in particolare il progetto “Varcare La Soglia – Empowerment e partecipazione per contrastare la povertà”. Attivo a Milano e Palermo, il progetto mira a favorire il passaggio delle famiglie dalla loro condizione di bisogno ad una consapevole richiesta di aiuto, generando uno spazio relazionale che le aiuti ad esercitare un controllo attivo sulla propria vita, per acquisire infine la consapevolezza dei propri diritti e doveri verso la comunità.

L’esperienza progettuale di Varcare la Soglia conferma che la povertà delle famiglie non può essere affrontata solo con un’attenzione alla mancanza di beni materiali, ma necessita di un approccio che tenga in considerazione la persona stessa e il suo contesto relazionale.

 

In conclusione la povertà che ha tante facce (economico, abitativo, lavorativo, di salute o benessere, di rapporti, ha necessità di essere affrontato con un approccio multidimensionale e relazionale, guardando tutte le facce, e non lo si combatte solo ed esclusivamente con “misure e trasferimenti monetarie”, ma con relazionalità, comprensione e facendosi aiutare dall’aiutato che forse è il massimo esperto del problema.

 

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