Nel segno dell’unità dei popoli

Premio della bontà a una scuola romana con alunni di trenta etnie. «I bambini sono delle spugne, imparano presto e non c’è bisogno di classi ponte», dicono gli insegnanti
Torre Angela. L'ingresso della scuola Gian Battista Basile

Il 2 aprile, nella sala della Promoteca in Campidoglio, a Roma, è stato assegnato alla scuola Gian Battista Basile di Torre Angela, della periferia sud della capitale, il 61° premio “Livio Tempesta”, promosso dal Centro nazionale per la bontà nella scuola, sotto l’alto patronato del presidente della Repubblica. Il premio punta a esaltare la cultura dei valori etici e sociali. Dalla motivazione: «Il direttore didattico, professor Salvatore Sasso, coadiuvato da una schiera speciale di docenti di alto livello professionale e di elevata carica di umanità, forma e educa un enorme numero di studenti, di cui il 35 per cento sono figli di stranieri provenienti da 30 etnie diverse. Inoltre sono presenti bambini diversamente abili, con handicap di varia natura, i quali, nella loro sofferenza, non sono ritenuti ragazzi a metà. Nella scuola si lavora al progetto “DIVERSI, ma UGUALI”, a significare che la diversità di nascita o fisica non è un elemento disgregante, ma una risorsa culturale che, nella reciproca comprensione e nel reciproco rispetto, nella solidarietà e nell’amicizia, contribuisce a formare una società multietnica, interculturale, interreligiosa».
 
Ho incontrato il professor Sasso e gli insegnanti del 138° Circolo didattico, Ermelinda Ferraiuolo, capo dipartimento intercultura, Pina Manzo, suor Salvatorina, Patrizia Giansanti e Mohammed Seghir. Quest’ultimo, insegnante di lingua araba, garantisce la collaborazione tra il consolato del Marocco e il ministero degli Esteri, ma anche l’impegno a non far perdere ai bambini le loro radici culturali. L’entusiasmo degli insegnanti si è fatto incandescente quando mi hanno raccontato della festa della primavera, una vera kermesse delle nazioni con sfilate di costumi tradizionali e preparazione di piatti del Paese di provenienza delle varie etnie. E ho scorto commozione quando mi hanno detto che per i bambini non esistono differenze. Mi ha detto Ermelinda Ferraiuolo: «I bambini sono delle spugne, imparano molto presto e non c’è bisogno per noi di classi ponte. In una terza abbiamo fatto un test ai bambini su come si comporterebbero se nelle loro classi ci fossero bambini di colore. E ho visto che tanti si sono girati per vedere se c’erano bambini di colore. Non avevano preso coscienza che avevano compagni di altra razza. Si sentono tutti uguali».
 
La scuola è coinvolta anche in un’azione di solidarietà. Gli insegnanti e i collaboratori si sono tassati di un euro a settimana per venire incontro ai bisogni delle famiglie che si trovano di fronte a nuove sfide. Infatti, con la mancanza di lavoro, molti papà di famiglie immigrate sono stati costretti a nuova emigrazione. È ricca la varietà: rumeni, marocchini, africani di varie nazioni, latinoamericani, cinesi. I bambini cominciano con la scuola dell’infanzia e poi le elementari. Il fatto che sin da piccoli vengano aiutati a integrarsi in un contesto porta dei risultati che fanno intravedere un futuro anche se, pur nati in Italia, non sono riconosciuti italiani. 
 
Tutto è scuola, anche il cosiddetto “tavolo interculturale”, che ha poi fatto nascere quello interreligioso, momenti di incontro e conoscenza reciproca. Sono scuola i campionati di scacchi, il progetto musica, le lezioni di come preparare piatti tipici, i corsi di lingua rumena e araba per bambini e il corso di italiano per gli adulti. Insomma il porcellino salvadanaiosi svuota e si riempie continuamente.
 
 

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