Natale 2020, uno straniero sulla strada

Lettera di Natale 2020 da “un gruppo di preti” di frontiera e di laici del Friuli Venezia Giulia e del Veneto per incarnare l’invito dell’enciclica “Fratelli Tutti”
(AP Photo/Vadim Ghirda)

Uno straniero sulla strada è il titolo scelto per la Lettera di Natale 2020. Eco inconfondibile di un capitolo della recente enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, questo titolo evoca immagini e volti che tutti, proprio tutti, incontriamo sulle nostre strade quotidiane.

Espressione per diversi anni «dei vissuti e delle riflessioni di un gruppo di preti del Friuli Venezia Giulia e del Veneto» quest’anno la Lettera allarga ulteriormente i suoi orizzonti, già ampi e lungimiranti, e annovera tra i suoi firmatari altri preti del Veneto, ma anche gruppi di laici: «La terribile pandemia in atto ha agevolato alcune situazioni e reso possibile quel coinvolgimento – già da tempo iniziato – con donne e uomini, compagni di viaggio della vita, di una fede vissuta con umiltà e ricerca, sempre incarnata nella storia, nella condivisione di tante vicende umane incontrate, con attenzione particolare a quelle segnate dalla povertà, marginalità e fatica di vivere».

E chiede a ogni donna e ogni uomo «la responsabilità di individuare nei nostri territori le varie strade che scendono a Gerico per incontrare e prendersi cura dell’“estraneo sulla strada” perché nessuno rimanga ai margini della vita».

I firmatari si chiedono, in apertura, «quale senso possa assumere la celebrazione del Natale, della memoria viva della nascita di Gesù nella stalla di Betlemme, in mezzo alle decine di migliaia di morti nel nostro Paese e a oltre un milione e mezzo su tutto il pianeta a causa della pandemia che ha colpito la nostra umanità».

Ricordano, quindi, quanto la situazione attuale sia stata rivelatrice di precarietà già esistenti «già conosciute, ma nascoste e sottostimate per supponenza e indifferenza»: come il dramma dei poveri e degli impoveriti, quello delle «persone vittime di violazione dei diritti umani, delle guerre in cui si usano le armi prodotte e vendute anche da alcune fabbriche del nostro Paese, della tratta di esseri umani e della sfruttamento sul lavoro e nel mercato della prostituzione, della violenza sulle donne, vittime in particolare in questa situazione di pandemia», quello dei migranti e la condizione dei profughi sulla rotta balcanica «con l’avallo, anche da parte dell’Italia e dell’Europa, di politiche che vanno contro l’uomo».

Riprendono, con gratitudine, le parole che il papa ha offerto nella Laudato Si’ e nella Fratelli tutti, confermando come «papa Francesco, traghettandoci in un sogno profetico che non sia utopia o miraggio e che non ci faccia perdere il contatto con la realtà, ci propone un progetto alternativo di umanità […] è necessario un nuovo paradigma: quello della fraternità universale e dell’amicizia sociale […]».

Sottolineano, ancora, come «nella cura si esprimono le sensibilità e gli atteggiamenti migliori di attenzione, il “prendersi a cuore”, il preoccuparsi: la cura non individualistica ed egocentrica della propria vita, ma di ogni persona che incontriamo – nell’ascolto, nella condivisione, nell’accompagnamento –, di ogni persona senza alcuna distinzione, con attenzione particolare a chi, per diversi motivi e nelle varie situazioni è sofferente, ammalato, discriminato, carcerato, etichettato ed escluso per la sua diversità».

E offrono, infine, una prospettiva per vivere questo Natale, così particolare, che sa di «riflessione ed azione»: «La celebrazione del Natale di quest’anno 2020 può diventare un momento di riflessione, vicinanza, silenzio, ascolto, preghiera, condivisione […] Davanti a chi, soprattutto tra i giovani, fatica a guardare al futuro ed è massacrato da questa crisi, siamo consapevoli di essere chiamati a seminare fiducia, cercare nuove strade, indicare piccoli sentieri, sognare squarci». Con una promessa finale: quella di far sì che questa Lettera sia «solo un “indice”, uno stimolo aperto», «per imparare sempre più la strada del “noi”».

 

 

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