Il Myanmar accoglie Francesco

Un nuovo viaggio, questa volta in Asia. Ne seguiamo lo svolgimento, anche da una prospettiva politica, nelle parole di una giovane birmana, operatrice di una importante organizzazione internazionale che opera nel settore dei rifugiati

Papa Francesco inizia un nuovo viaggio, questa volta in Asia, un continente che visita per la terza volta, dopo la Corea, in occasione della Giornata dei Giovani del continente, e le Filippine e lo Sri Lanka, meta del pontefice dopo il terribile ciclone che aveva devastato Tacloban.

Anche questa volta si tratta di un viaggio nelle “periferie”, non tanto quelle di zone geograficamente lontane, ma piuttosto di angoli di mondo che vivono diverse emergenze. Questa nuova tappa asiatica porta il papa argentino in due Paesi confinanti – Myanmar e Bangladesh – accomunati da grande povertà e allo stesso tempo entrati nei giri della globalizzazione finanziaria con conseguenze pericolose oltre che allettanti. Entrambi, inoltre, devono oggi affrontare emergenze politiche, ben diverse, ma ugualmente complesse, e recrudescenze di fondamentalismi religiosi (islamico in Bangladesh e buddhista in Myanmar). In entrambi, poi, la presenza cristiana è minima e, persino, al di sotto della media asiatica del 2%.

In questi giorni ho avuto modo di comunicare con una amica cattolica del Myanmar, che mi ha proposto una interessante lettura dello spirito con cui il suo Paese si appresta ad accogliere il capo della Chiesa cattolica, un uomo di religione riconosciuto a tutte le latitudini come un punto di riferimento mondiale e non solo religioso. È necessario, mi scrive la giovane birmana, operatrice di una importante organizzazione internazionale che opera nel settore dei rifugiati del Paese, distinguere fra il punto di vista cattolico e quello non cattolico, come pure fra quello politico e quello non politico.

«Se guardiamo le cose dalla prospettiva dei cattolici del Myanmar – esordisce – è necessario tenere presente che si tratta della prima visita di un papa nella nostra terra. Era un sogno della popolazione cattolica fin da quando il nostro Paese si è aperto al mondo». La nazione asiatica, infatti, per circa 60 anni è rimasta isolata a causa della dittatura militare che ha letteralmente sigillato l’intero Paese. «Per noi cattolici del Myanmar è una grazia, una grazia per la nostra Chiesa. Lo attendiamo con ansia e con gioia e tutti i cattolici qui pregano ogni giorno perché la visita del papa abbia successo e non ci sia alcun pericolo».

I cristiani sono circa il 6,2% dei 53 milioni di birmani mentre i cattolici superano di poco l’1% e si trovano, soprattutto, nella zona montagnosa del Myanmar popolata dalle minoranze etniche che hanno sofferto e continuano a soffrire a causa di un mancato vero sviluppo. «Proprio questi cristiani – precisa la mia fonte – sono particolarmente desiderosi di vedere ed accogliere il papa, il loro leader, che per anni hanno visto solo nelle foto appese ai muri dello loro povere case. Ora questo uomo viene nel nostro Paese, in carne ed ossa. Sono convinti, questi cattolici, che la presenza di papa Francesco potrà accendere una luce nei loro cuori, infondendo coraggio, pace e gioia».

Da quando la visita è stata annunciata già in modo ufficioso sono cominciati i preparativi, per esempio, per la grande messa che verrà celebrata a Yangon, la ex-capitale del Paese, che resta il punto nevralgico e simbolico del Myanmar. «Tutti dai bambini agli adulti si stanno preparando sperando di poter partecipare a quel rito e sono disposti a qualsiasi sacrificio per arrivare a Yangon».

Myanmar Aung San Suu Kyi

«C’è, poi – precisa la giovane birmana – un’altra prospettiva. È necessario tener conto che solo recentemente il Myanmar ha iniziato le relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Per altro, anche con altri Paesi i rapporti diplomatici hanno cominciato a svilupparsi a partire dal 2011». Nel 2017 «il governo del Myanmar ha dovuto affrontare la crisi dello stato del Rakhine e – riconosce l’operatrice umanitaria – questa situazione ha una conseguenza notevole sull’immagine del nostro Paese di fronte alla comunità internazionale. La stessa immagine di Aung San Su Kyi ha subito contraccolpi notevoli a causa di questa situazione interna».

Ma il panorama non è così semplice come appare. «Esistono, infatti – continua –questioni piuttosto nascoste vicine agli interessi di diversi gruppi di diverse tipologie, all’interno e all’esterno del Paese, e questo amplifica la problematica. Il grande dilemma che la nostra nazione si trova ad affrontare è quello fra la protezione della sovranità interna e la garanzia dei diritti umani». Infatti, nel Paese asiatico, a causa della storia recente, i processi di democratizzazione e di costruzione e mantenimento della pace sono lenti oltre che fragili e richiedono tempo per poter essere consolidati. Non mancano, poi, pericolose interferenze esterne e giochi finanziari soprattutto ora che il Paese si apre al mondo.

«La situazione nello Stato di Rakhine è di fatto uno dei molteplici aspetti urgenti che devono essere affrontati. Lo spirito di fratellanza, da noi definito come lo spirito di Panlong, è quello che il nostro Paese sta cercando faticosamente di raggiungere fin dal 1947, anno in cui siamo diventati indipendenti». Infatti, l’accordo raggiunto dal generale Aung San, padre dell’attuale leader politica, con vari capi dei diversi gruppi etnici presenti nel Paese fu firmato proprio nella città di Panlong nello stato di Shan. «Si trattava di un accordo che mirava a facilitare la ricostruzione del Paese nello spirito della fraternità al di là dell’indipendenza raggiunta. Purtroppo – commenta la giovane collega – la gente in Myanmar sente che i leader politici e amministrativi non hanno tenuto fede all’accordo, soprattutto dopo l’assassinio del generale Aung San. Proprio questo spirito di fraternità potrebbe essere l’elemento chiave onde garantire, a differenza del passato, uguaglianza, pace, sviluppo e prosperità. L’unità e la fraternità sono i valori a cui tutta la popolazione del nostro Paese, al di là del gruppo etnico e della religione di appartenenza, agogna. Per questo, dovunque in Myanmar, si stanno svolgendo veglie di preghiera ed incontri interreligiosi. Tutti capiscono che è fondamentale ricostruire i rapporti civili all’interno del Paese».

Bangladesh Myanmar Rohingya

Alla luce di questi commenti e di quanto sta accadendo in Myanmar in preparazione all’arrivo di Papa Francesco, è chiaro che questa visita sarà un prezioso incoraggiamento e rafforzerà lo spirito di fraternità nel Paese. Ovviamente restano anche dei punti interrogativi legati soprattutto alle reazioni negative legate alla questione dei Rohingya e dell’immagine che i media stessi proiettano della dolorosa situazione: una questione complessa che non sempre è percepita secondo la realtà dei fatti e nella giusta prospettiva.

Il viaggio del papa si preannuncia, quindi, carico di sfide, ma può avere un significato fondamentale per il Myanmar come nazione e per la presenza cristiana, cattolica in particolare.

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