Montalti a Roma

Chiusura di stagione con spazio per divertissement, ironia, nostalgia e contaminazione di stili.
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Chiusura della stagione al Teatro dell’Opera romano con la prima assoluta del giovane compositore Vittorio Montalti, Un romano a Marte. Sperimentatore di lavori tra elettronica e lirica, il musicista si è servito del libretto di Giuliano Compagno per una rivisitazione del racconto omonimo di Ennio Flaiano. All’epoca a Milano fu un insuccesso, ma il duo Montalti-Compagno non si è spaventato e lo ha a suo modo proposto con la regia intuitiva di Fabio Cherstich e la direzione orchestrale di un esperto come l’americano John Axelrod in un lavoro per” attore, voce recitante, tre cantanti, orchestra ed elettronica”. Breve, sintetico, inventivo.

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L’opera inizia dalla disfatta della rappresentazione milanese con Flaiano che commenta e il critico che dice ovviamente la sua. Il marziano Kunt appare e discute con la signora Ilaria Occhini: l’azione prende il via. Naturalmente, recitazione, canto – meglio, prosa cantata – si intersecano e si susseguono sul palcoscenico in una mimica con-fusione di stili e generi letterari, fino al surrealismo nella scena XIV tra Flaiano e Kunt, passando in rassegna gli anni culturali milanesi e romani, con un Flaiano un po’ pigro, gli attori stralunati e poi chiudere con il commovente discorso di Tonino Guerra su Flaiano che assiste la figlia malata.

C’è spazio per divertissement, ironia, nostalgia. La musica? Un mix tra contemporaneo lirico (vedi Battistelli), recitativo “accompagnato”, spazi elettronici dalle sonorità acute e fluttuanti, condite con una nota di estrema malinconia che mai si nasconde. È come se il duo musicista-librettista si sentisse in qualche modo smarrito, dello smarrimento così attuale. I protagonisti sono credibili nel flusso musicale e recitato, superano un certo cerebralismo dell’operazione con la loro passione interpretativa in un lavoro che ormai, come si usa, procede per “contaminazione di stili”. Da riascoltare, comunque.

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Per l’anno 2019-2020 il teatro apre i l 10 dicembre con I Vespri siciliani, grand-opèra verdiano con ballabili, integrale dunque. Dirige Daniele Gatti, la regia “dechirichiana” è dell’argentina Valentina Carrasco. Cantano John Osborne, Roberta Mantegna, Roberto Fontali. L’operona non è un capolavoro assoluto come la Trilogia che la precede, diciamolo subito, perché il librettista non fornisce situazioni fiammeggianti e i Vespri poi arrivano solo alla fine. Ma vale la pena risentirla, perché ci sono bellezze sparse qua e là e la zampata di Verdi si sente, eccome. Forse, riascoltandola, chissà che non cambiamo idea sull’operona.

 

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