Mondiali: gran finale tra “sfide globali”

Le sfide delle semifinali in attesa del 15 luglio che vedrà il vincitore di una competizione fatta di grandi sorprese e attese
Imaginechina via AP Images

Con le semifinali previste da martedì 10 luglio, il Mondiale di Russia 2018 inaugura la sua ultima e decisiva settimana.  A contendersi l’accesso alla finalissima, prevista per domenica 15 alle 17 italiane, da una parte Francia e Belgio, dall’altra Inghilterra e Croazia: si tratta in effetti indubbiamente, per quanto visto sul campo, delle quattro squadre più costanti e attrezzate, nonostante questo quadro apparisse a dir poco improbabile alla vigilia.

La caduta dei giganti

La rassegna Mondiale aveva già preannunciato la rumorosa assenza di Olanda e Italia, perdendo presto però anche le prestazioni di una Germania campione in carica poco convinta e macchinosa, già al girone eliminatorio, clamorosamente ultima nel suo gruppo. Non hanno superato gli ottavi poi i maestri del possesso palla della Spagna, eliminati ai calci di rigore dai padroni di casa della Russia, né i portoghesi guidati da Cristiano Ronaldo, eclissatosi contro l’Uruguay, a sua volta infrantosi però ai quarti contro la Francia. Quarti rivelatisi fatali per il favorito Brasile di Neymar, uscito abbastanza male contro il Belgio, con la nomea di simulatore dal gran galà del calcio di scena in Russia.

La statistica curiosa

In un Mondiale finora piuttosto sorprendente, si palesa anche un’interessante prospettiva: nessuno dei giocatori rimasti in lizza ha mai disputato una finale di Coppa del mondo: la Francia, finalista nel 2006 al Mondiale tedesco, non ha veterani dell’avventura di dodici anni fa; l’ultima finale dell’Inghilterra risale al 1966, mentre Croazia e Belgio non sono mai nemmeno arrivate all’ultima partita decisiva. Fuori dunque i più “esperti” rimasti nel torneo russo.

Francia-Belgio: “sfida globale”

La chiamano già da qualche anno “golden generation”: è un concentrato, mai visto nella propria storia, tra forza fisica e talento quello di casa belga, che può contare su una serie di grandi calciatori tra i quali qualcuno noto anche al calcio italiano. Finiti sulle cronache per avere lasciato a casa per intemperanze caratteriali il “ninja” neointerista, Radja Nainggolan, i “Diavoli Rossi” contano sulla forza sulla trequarti di Kevin De Bruyne, madre inglese nata in Burundi, e su un capitano, Vincent Kompany, laureato in economia ed imprenditore con 5 lingue parlate all’attivo e un messaggio preciso per il suo Paese, abituato a essere diviso tra fiamminghi e valloni: «Io non sono metà belga e metà congolese: sono 100% belga e 100% congolese. E questa è la mia ricchezza». Il suo cognome rimanda infatti alle vicende coloniali legate agli sfruttamenti minerari dell’ex Congo belga, da cui scappò il padre Pierre, dissidente nel regime di Mobutu. “Kompany è il perfetto esempio del patriota belga, perché la sua visione politica è nazionale” per l’ex c.t. Wilmots, già senatore per il partito vallone di centrodestra ed ora sostituito da un allenatore spagnolo, Martinez, emigrato in Inghilterra, che conta su un assistente francese di origine caraibica come l’ex fuoriclasse Henry e un preparatore del Galles. Al di là delle interviste in lingua fiamminga e in francese, nello spogliatoio si parla spesso inglese, a testimonianza di una interessante tentativo, ad ora ben riuscito sul piano calcistico, di riunificazione culturale.

Il centravanti che fa sognare il Paese in Russia, peraltro, Romelu Lukaku, nato ad Anversa ma evidentemente di origine congolese, un metro e 91 per 94 chili, appare così grosso che una volta i genitori dei ragazzini di una squadra avversaria ne misero in dubbio età e paese di nascita, costringendolo a favorire la carta d’identità in spogliatoio: a sei anni, vedendo la madre allungare con l’acqua il latte da bere alla sera per la povertà, dovendo rinunciare persino alla luce elettrica e all’acqua calda, si convinse di dovere cambiare le sorti della famiglia con il calcio: a 12 iniziò segnando 76 reti in 34 partite, mentre a 16 anni debuttò tra i professionisti diventando il più giovane capocannoniere della Jupiler League. Oggi, tredici anni dopo, con i 4 gol già segnati a questi Mondiali, ha già consolidato il suo primo posto nella classifica dei cannonieri della nazionale belga, realizzando 40 gol in 71 presenze.

La Francia, d’altro canto, con una storia multietnica più consolidata, conta su difensori centrali come Mandanda e Umtiti nati in Africa, e su una stella come il centrocampista ex juventino Pogba, con fratelli che giocano nella Guinea. Qualcuno è ancora indeciso, come Sidibé, mentre qualcun altro è già stato protagonista di campagne contro il razzismo come Areola. Il sogno, per loro, è quello di replicare i fasti di una nazionale che vent’anni fa vinse il mondiale disputato proprio in casa grazie a campioni di origine armena come Djorkaeff, algerina come Zidane o della Guadalupe come Thuram. Martedì, in una sfida mai tanto globale, i belgi sfideranno una nazionale transalpina che conta 19 giocatori su 23 nati da famiglie di origine non francese o di colonie d’oltremare, divisi tra Congo, Marocco, Mali, Camerun o Algeria (le ultime due peraltro riunite nella famiglia del nuovo astro nascente Mbappé), ma anche Martinica, Filippine, Portogallo e Spagna.

 

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