Memorie della Rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia

I ricordi di una studiosa italiana, Giovanna Maria Porrino, che scelse di recarsi oltre la Cortina di ferro per poi vivere in prima persona il crollo del blocco sovietico. “Finalmente potevamo uscire alla luce, senza più vivere una doppia vita”
Alexander Dubcek con Vàclav Havel

Nei giorni che ricordano il novembre ’89, abbiamo parlato con Giovanna Maria Porrino, italiana, che negli anni ottanta lasciò le comodità dell’Europa occidentale, per venire in Slovacchia e, in segreto, sostenere e diffondere la spiritualità del Movimento dei Focolari. L’unica possibilità per venire dietro la cortina di ferro era quella di iscriversi a un programma di studi della lingua slovacca.

Giovanna studiò a Bratislava lingua e letteratura slovacca, oggi è professoressa di teologia biblica presso l’Istituto Universitario Sophia a Loppiano, vicino Firenze. La professoressa Porrino conosce nove lingue, tra cui anche greco, ebraico e latino,

Abbiamo parlato con lei dei suoi ricordi di questo periodo di oppressione religiosa e civile, e successivamente della Rivoluzione di velluto.

Come è arrivata a Bratislava negli anni ottanta?
In quel periodo ero in Francia, dove lavoravo come bibliotecaria; conoscendo la lettrice di italiano presso l’università di Brno e Bratislava (Teresa Cifaldi), c’era l’opportunità di andare nella Repubblica socialista di Cecoslovacchia (CSSR) per sostenere la comunità del Movimento dei Focolari. Ho fatto domanda al Ministero degli Esteri Italiano per ottenere una borsa di studio in CSSR per effettuare delle ricerche, sulla letteratura per ragazzi e anche le biblioteche a loro dedicate nel Paese. Già nell’agosto del 1984, ho partecipato a Brno ad un corso di lingua ceca. Qualche mese dopo, ho ottenuto una borsa di studio a Bratislava, presso la cattedra di biblioteconomia dell’Università Komenio a Bratislava. Così iniziò la mia avventura in questo Paese che ho molto amato.

Qualcuno ha sospettato che lei venisse per motivi politici?
Penso che qualcuno avrebbe potuto avere un tale sospetto. Un giorno una persona del rettorato, con cui avevo un bel rapporto, mi ha detto di fare attenzione, perché la polizia segreta mi seguiva. Anche una professoressa, una volta, si è fatta la domanda apertamente. Ma poi mi ha detto: si vede che non sei qui per motivi politici. Infatti, non ero lì per la politica, ma per amare un popolo oppresso.

Ha avuto esperienze con la polizia segreta, l’hanno controllata?
Come dicevo, sapevo di essere seguita. Non ho avuto però esperienze negative. Solo una volta, uscendo dal Paese, sono stata fermata alla frontiera. La polizia ha controllato la mia valigia, la mia borsa, la mia agenda con gli indirizzi e numeri di telefono. Mi hanno fatto svestire. Ma, non avendo trovato nulla – infatti non avevo nulla di compromettente – mi hanno lasciata andare. Devo però confessare che è stato per me uno choc. Per un periodo, ho avuto paura di attraversare la frontiera.

Lei è una laica consacrata, ha vissuto in un appartamento con altre focolarine. Dovevate fare attenzione. Come si svolgevano i vostri incontri con una comunità, che in quel tempo, era già numerosa?
Sì sono laica consacrata, ma con la vocazione a vivere nel mondo per portare a tutti l’amore di Dio. Quando sono arrivata a Bratislava, la vita non era così semplice. Vivevo in un appartamento dello Stato, ma la maggior parte del tempo la trascorrevo con altre ragazze del focolare, in un appartamento. Certo, ho dovuto imparare a vivere con prudenza. Non potendo fare incontri numerosi, c’erano piuttosto tante occasioni, con numeri non molto grandi, un massimo di venti-trenta persone, quando si era in città. Ci si radunava con prudenza. Durante l’estate, invece, c’era un incontro annuale, in una casa di vacanza in montagna, dove eravamo tra 60-70 persone: giovani, famiglie e bambini. Erano momenti molto belli, ma anche lì, la prudenza era massima.

Ha mai avuto paura?
Non ho avuto paura. L’amore verso gli altri è stata sempre la mia bussola. In un certo senso, si realizzava un mio sogno: venire oltre la cortina di ferro e portare qui l’amore di Dio che, ancora adolescente, mi aveva segnata. Certo, ho dovuto imparare a vivere con la prudenza necessaria, in uno Stato dove non c’era libertà. Ho dovuto conoscere un popolo e le sue sofferenze. Stare tra la gente, secondo una parola di Chiara Lubich, “come un pezzo di pane imbevuto nel vino”, e portare nelle contraddizioni della storia, la parola del vangelo.

È venuta da un tenore di vita occidentale in una società dove mancavano le cose fondamentali, non si poteva viaggiare liberamente ed esprimere la propria opinione. Cosa tutto ciò ha significato per lei?
All’inizio ho dovuto abituarmi; tutto mi sembrava triste e grigio, senza colore. Ma, avendo vissuto in una famiglia che non aveva molto mezzi economici, e che mi ha abituata al dono, non mi è stato difficile adattarmi. Anzi, condividere ciò che gli altri vivevano, anche in queste difficoltà concrete di povertà, mi ha fatto crescere in umanità.

Lei era a Bratislava, quando si svolse la “rivoluzione di velluto“. Come ricorda quei giorni?
Ho un ricordo molto bello di quei giorni. Una professoressa mi aveva detto di non partecipare per prudenza a quanto succedeva nell’Università. Ho però partecipato ai grandi raduni nella più grande piazza, insieme ad altre giovani del focolare. Parole come libertà, amore, unità, nonviolenza erano sulla bocca di tutti. L’atmosfera era di grande empatia fra tutti. Vi era una forza e una tenerezza allo stesso tempo. Ho avuto la forte impressione che ogni cosa fosse guidata dal Regista Celeste.

Come ha percepito l’atmosfera nelle strade?
Ho già un po’ accennato prima. Avevo l’impressione profondissima che Dio stesso andava scrivendo la storia di questo popolo. Per strada, a quanto mi ricordo, c’era gioia e stupore per questo vento di libertà che spirava cambiando radicalmente la storia di un popolo oppresso.

Novembre ’89, cosa significò per la sua comunità?
Per la nostra comunità, fu una vera liberazione: finalmente potevamo uscire al sole, senza più nasconderci, senza più vivere una doppia vita. Fu come un grande peso che cadde dalle nostre spalle, anche una tensione psicologica che si dileguava. Fu provare l’ebrezza della libertà. Ricordo che una volta – mentre partivo per l’Italia perché si avvicinava il Natale, ho pianto nel pullman che mi portava a Vienna. Mi chiedevo: «Perché io posso uscire e gli altri no? Perché io posso, in tutta libertà viaggiare e godere di altri paesi e della loro cultura?».  L’unica mia risposta, allora, fu la preghiera. Con la rivoluzione di velluto, le porte si spalancarono a questo popolo, assetato di libertà. Per la mia comunità, significò anche poter viaggiare e finalmente partecipare, direttamente, alla ricca vita spirituale del Movimento dei Focolari e della Chiesa.

Lei è stata in Slovacchia, per l’ultima volta, nel 1992, adesso segue le notizie del Paesi del gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica e Slovacchia)tramite i media. Ha l’impressione che stiano andando nella giusta direzione?
Penso che far parte dell’Unione Europea sia una salvezza e una protezione per tutti i Paesi che la compongono, Italia inclusa. Nello stesso tempo, è necessario tener conto delle diversità culturali, politiche, religiose di ogni popolo e di ogni paese. Questi quattro Paesi hanno tanto da dare a uomini e donne di altre regioni d’Europa, soprattutto all’occidente europeo. In particolare, la scoperta e riscoperta del nostro patrimonio comune, cioè le radici giudaico-cristiane che dovrebbero essere a fondamento del nostro vivere insieme. Ho una profonda convinzione, radicata nella lettura della Scrittura: l’unità, che tutti desideriamo, possiamo costruirla soltanto nel profondo rispetto delle diversità che ci caratterizzano come uomini, donne, come popoli. Il desiderio profondo del cuore di Dio è quello di radunare insieme tutti i popoli e tutte le lingue, ma nel rispetto profondo dell’alterità di ciascuno.

Ciò che mi preoccupa oggi è la costruzione di nuovi muri un po’ ovunque nel mondo. La rivoluzione di velluto dovrebbe darci l’esempio di cosa voglia dire, oggi, vivere insieme nell’amore e nella libertà, senza odio e nel rispetto dell’altro, chiunque esso sia, con il grande impegno a costruire la nostra grande casa comune, la terra, dove c’è posto per tutti. La storia ci dirà se stiamo camminando insieme nella giusta direzione.

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