Una manovra non a debito ma contro il debito

Il governo Conte ha operato, pur con dei rischi, un radicale cambiamento degli obiettivi e delle priorità delle politiche di bilancio. Tra le priorità rientra quella auspicabile di non agevolare gli interessi dei grandi operatori finanziari internazionali. Un'opinione
ANSA/GIUSEPPE LAMI

Gli obiettivi definiti nella Nota di Aggiornamento al Def implicano una previsione del rapporto deficit/Pil al 2,4% per il prossimo triennio e in realtà sono in linea con la media di tale rapporto realizzato nella scorsa legislatura, pari al 2,6%.

Perché, allora, la manovra che il governo sta mettendo a punto ha suscitato tanto clamore prima ancora che si conosca la struttura della prossima legge di bilancio?

La principale ragione sta nel fatto che assistiamo, al di là dei numeri in gioco, ad un cambiamento degli obiettivi e delle priorità delle politiche di bilancio e ad una contestuale messa in discussione dei criteri e delle finalità delle politiche, delle prassi e persino delle procedure tecniche precedenti in materia di finanza pubblica.

Per un giudizio complessivo della manovra per il 2019 occorrerà attendere la presentazione della prossima legge di bilancio. Ma sin d’ora non può sfuggire il senso e la portata di una svolta, di una netta e decisa inversione di tendenza contenuta nella Nota al Def. Una svolta necessaria e molto attesa, ancorché non immune da possibili rischi.

Tale svolta si può esprimere in vari modi: la politica che torna prima dell’economia; l’economia reale prima di quella finanziaria; le ragioni della domanda interna, e dunque della classe media e lavoratrice, prima di quelle di una competizione dettata dal mercantilismo tedesco e orientata all’esportazione che comprime diritti e salari; gli investimenti e lo sviluppo al posto dell’austerità; la persona, i cittadini, la nostra Costituzione prima del falso mito della stabilità monetaria, un mito che produce l’opposto di quel che promette, poiché in questi anni ha generato e sparso per l’Europa instabilità economica, sociale, politica a dei livelli impensabili, ma non imprevedibili, appena nel primo decennio di questo secolo.

Gli indirizzi espressi nella Nota di Aggiornamento al Def creano le premesse non solo per una prossima finanziaria espansiva, di cui la classe media, che più ha subito gli effetti della crisi, ha bisogno come l’aria, ma anche per una lunga stagione di grandi riforme.

A livello europeo costituiscono una spinta al processo di riforma dell’Eurozona e alla discussione e all’adozione della proposta, meritevole di sostegno come Paese al di là delle diversità politiche, Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”, del ministro degli Affari Europei, Paolo Savona.

Sul piano interno le scelte del governo Conte sul Def saranno giudicate dalla loro efficacia nel far crescere il Pil, condizione necessaria per ridurre il debito. Tale esigenza costringerà il governo a privilegiare gli interventi che creano sviluppo e nuova occupazione. Ma non basta.

L’esecutivo gialloverde, se vorrà rastrellare le risorse necessarie ad attuare il suo impegnativo programma, non solo dovrà procedere a tagli di spesa sugli sprechi e non sui più deboli, ma dovrà chiudere le numerose falle nel sistema di gestione della finanza pubblica, che si sono aperte negli ultimi 40 anni e che drenano senza una reale necessità, e dunque regalano, ingenti risorse pubbliche alla speculazione finanziaria internazionale.

É questo un aspetto decisivo, sebbene passi sottotraccia. Per la riuscita delle politiche economiche inserite nel Def il governo non potrà far solo affidamento sulla crescita e su una eventuale riforma dei Trattati europei e della Bce, che gli consenta maggiori margini di manovra. Ma deve innanzitutto riformare ciò che è in suo potere, vale a dire smetterla al più presto di farsi finanziare il debito dall’estero.

Si tratta di un obiettivo concreto e fattibile, considerando che il risparmio privato degli italiani supera di gran lunga l’entità del nostro debito pubblico, a condizione di rimettere in discussione le scelte nocive e autolesioniste compiute a partire dal 1981, anno del divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, volte all’internazionalizzazione del debito pubblico.

Non solo si è indebolito il ruolo della Banca centrale nella difesa del risparmio dei cittadini e nella gestione nell’interesse nazionale del debito pubblico ma si è fatto per alcuni versi l’opposto: si è smaccatamente favorito l’interesse dei grandi operatori finanziari internazionali.

Come ha osservato l’economista Nino Galloni, si è creduto che per migliorare la qualità della spesa pubblica bastasse sottoporla al giudizio dei mercati; invece si è ottenuto il risultato opposto: la sola riduzione della spesa pubblica produttiva e per investimenti, che deprime l’economia.

Come se non bastasse un tale sistema di gestione del debito pubblico ci ha esposti ai giudizi tutt’altro che imparziali e disinteressati (come hanno efficacemente dimostrato Paolo Raimondi e Mario Lettieri) delle agenzie di rating e con l’avvento dell’Euro ci ha esposti al rischio spread.

Tutti problemi evitabili non appena lo Stato torni a emettere bond come i Bot e i Cct, con i dovuti incentivi fiscali e di rendimento, che vanno incontro alle esigenze di risparmio delle famiglie italiane e riduca drasticamente o sopprima del tutto la quota dei Btp, che sono soggetti allo spread, e che soddisfano i voraci appetiti degli speculatori.

In ultima analisi la riuscita della manovra passa non dalla spesa a debito ma dal cambio delle modalità di gestione del debito.

 

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