Mafie e politica in vista del voto e non solo

Presentata la Relazione finale della Commissione parlamentare antimafia. Tra le questioni emergenti il peso delle massonerie deviate
Corteo antimafia a Locri ANSA/Marco Costantino

L’indagine sui rapporti tra mafie e massonerie deviate rappresenta un punto cardine poco conosciuto ma importante nell’attività della legislatura che volge al termine. Rappresenta un fatto insolito l’unanimità nell’approvazione della relazione finale della Commissione parlamentare antimafia illustrata mercoledì 21 febbraio nella sala Koch del Senato. Sotto un cielo plumbeo una lunga fila di rappresentanti delle istituzioni ha atteso pazientemente l’ingresso a palazzo Madama, ma dei segretari di partito nessuna traccia, come ha osservato la presidente della commissione Rosi Bindi. La deputata senese non si ripresenta alle prossime elezioni. Si conclude, così, un primo lungo ciclo di presenza in Parlamento cominciato idealmente quando, da giovane assistente universitaria, si trovò accanto al professor Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio supremo della magistratura, colpito a morte dai terroristi delle Brigate rosse sulle scale della facoltà di Scienze politiche alla Sapienza di Roma. Era il 1980. L’anno dopo, nel pieno dello scandalo per le liste segrete della loggia massonica P2, la deputata democristiana Tina Anselmi veniva incaricata di presiedere la commissione d’inchiesta su un fenomeno che attentava alle fondamenta lo stato democratico.

Riforma legge Spadolini Anselmi

Ora, dopo alcuni decenni da quegli eventi traumatici, la commissione antimafia si è distinta per uno scontro a tutto campo con i vertici delle diverse obbedienze massoniche destinatarie dell’ingiunzione a presentare gli elenchi completi degli iscritti, pena il sequestro degli stessi. Secondo la relazione della Commissione, infatti, «da parte delle associazioni massoniche si è registrata una sorta di arrendevolezza nei confronti della mafia. Sono i casi, certamente i più ricorrenti, in cui si riscontra una forma di mera tolleranza che si rivelano i più preoccupanti». Ad ogni modo anche « con il sequestro non è stato possibile venire in possesso degli elenchi effettivi degli iscritti perché presso le sedi ufficiali forse neanche ci sono» e comunque «non consentono di conoscere un’alta percentuale di iscritti, occulti grazie a generalità incomplete, inconsistenti o generiche. Il vincolo di solidarietà tra fratelli consente il dialogo tra esponenti mafiosi e chi amministra la giustizia, legittima richieste di intervento per mutare il corso dei processi e impone il silenzio».

Il nuovo parlamento dovrebbe perciò cambiare la legge Spadolini-Anselmi del 1982 sulle associazioni segrete, perseguite nel loro intento sovversivo, prevedendone il divieto in quanto “segrete” perché, in quanto tali, si rivelerebbero «pericolose per la realizzazione dei principi di democrazia». Quindi   anche quando perseguono fini leciti.  Nel dettaglio la relazione chiede che venga introdotto «il divieto ad aderire ad associazioni che richiedano, per l’adesione, la prestazione di un giuramento che contrasti con i doveri d’ufficio o impongano vincoli di subordinazione» per magistrati, militari di carriera in servizio attivo, funzionari ed agenti di polizia, rappresentanti consolari all’estero. Presa di posizione che ha fatto gridare all’attentato alla libertà di associazione da parte di Stefano Bisi, gran maestro della loggia massonica del grande oriente d’Italia.

L’economia delle mafie

La questione dei rapporti tra mafie e massonerie deviate si è potuta cogliere indirettamente nei vari interventi succedutesi a palazzo Madama – dal presidente del senato Pietro Grasso al ministro degli interni Marco Minniti, dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho al ministro della giustizia Andrea Orlando per finire con don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera – incentrati sul nuovo volto di una presenza mafiosa non più stragista come nel ‘92 ma presente nei gangli significativi dell’economia e della società globalizzata dove non si usano i dialetti ma la lingua inglese.

Difficile tuttavia che un tema così importante si potrà rivelare centrale in un prossimo parlamento se la strana campagna elettorale in corso si presenta poco o nulla interessata al contrasto delle mafie e la corruzione, come ha denunciato il ministro Minniti che proviene dalla Calabria e quindi conosce molto bene l’inquietante fenomeno delle massomafie che interessa una vera holding internazionale come è la ‘ndrangheta.

La stessa Bindi ha parlato di vittoria incompleta sull’organizzazione criminale stragista degli anni ‘90 senza il raggiungimento della verità sulle collusioni in quelle vicende che interessano settori diversi dalle mafie. Nell’occasione ha salutato l’importante presenza, nell’incontro in Senato, delle figlie di Paolo Borsellino e di molti altri familiari delle vittime innocenti di mafie.

A pochi giorni dalle elezioni è stata particolarmente inquietante la lucida analisi del ministro della Giustizia Orlando che ha parlato di «una mafia che è diventata imprenditrice, più di quanto non lo fosse in passato, capace di stare nell’ambito della finanza, capace di utilizzare la politica, ma in alcuni contesti, capace addirittura di autorappresentarsi in politica».  La rimozione del pericolo mafioso secondo Orlando si riscontra dal fatto che nel dibattito pre elettorale, e nella informazione si potrebbe aggiungere, «il tema della sicurezza è esclusivamente declinato in termini di micro criminalità». Di fronte al potere mafioso il discorso è più difficile perché non si può delegare all’azione della magistratura e alla polizia.  «Non si può battere la mafia senza esercitare una critica radicale allo stato delle cose» perché «la radice di alcuni fenomeni degenerativi che possiamo definire mafiosi, sono in fondo anche in forme di degenerazione del capitalismo stesso. C’è molta differenza fra la mafia e la finanza di rapina che si è determinata nel ventennio che abbiamo alle spalle?». Lucida analisi di un  ministro della Giustizia, che dichiarandosi probabilmente l’unico non credente tra gli intervenuti, ha riconosciuto come tutti gli altri, l’importanza dell’esempio di papa Francesco nel tenere assieme come, garanzia di una democrazia che funziona solo se è basata sul rispetto della dignità della persona, «il monito contro la corruzione, il richiamo alla lotta alla mafia e l’invito a pensare a una forma diversa di esecuzione della pena» perché il carcere rappresenta oggi spesso «un momento della formazione professionale (passatemi questo termine) dei potenziali mafiosi e dei mafiosi».

qui articolo della rivista Città Nuova su massoneria e potere

qui il video della presentazione della relazione al senato il 21 febbraio 2018

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