L’uomo sociale secondo Chiara Lubich

Pál Tóth, esperto di linguistica e comunicazione, direttore della rivista “Kivaros”; professore incaricato di Scienze della comunicazione presso l’Istituto universitario “Sophia” è tra gli autori del libro Guardare tutti i fiori (Città Nuova, 2014). Gli chiediamo il valore della spiritualità dell'unità per questo nostro tempo
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La fondatrice del Movimento dei Focolari ha sempre avuto una particolare attenzione per l'uomo nella sua dimensione sociale, non solo come persona, ma anche come autore di novità nella storia della Chiesa e dell'umanità, dove le differenze non sono ostacoli ma sguardi diversi che ampliano la conoscenza e la convivenza pacifica fatta di stima e apprezzamento, non solo di diffidenze e pregiudizi. Abbiamo intervistato a riguardo Pál Tóth, esperto di linguistica e comunicazione, direttore della rivista “Kivaros”; professore incaricato di Scienze della comunicazione presso l’Istituto Universitario “Sophia” è tra gli autori del libro Guardare tutti i fiori (Città Nuova, 2014).

I contributi raccolti nel volume prendono le mosse dallo scritto di Chiara Lubich Guardare tutti i fiori del 1949, nel quale si delinea la nascita di una nuova spiritualità. In che cosa è una novità nella storia della Chiesa?

«Chiara Lubich esprime la novità della sua spiritualità con un’affermazione lapidaria: “Noi andiamo a Dio attraverso il fratello”. L’altro, perciò, ha un ruolo significativo, direi costitutivo, nel nostro rapporto con Dio. Durante i secoli della spiritualità cristiana si è valorizzato soprattutto il rapporto esclusivo della persona con Dio nell’intimità dell’anima e la vita sociale era pertanto percepita come un elemento “disturbante”.

«L’altro, in questa prospettiva, era considerato come oggetto della nostra carità, estraneo al nostro rapporto con Dio. Chiara Lubich comprende in profondità la portata del Comandamento nuovo, che non è soltanto un precetto etico, ma ci rende partecipi della vita della santissima Trinità, che è amore scambievole in un modo assoluto.

«Il rapporto con l’altro diventa quindi essenziale. Nella mistica quotidiana questo si traduce in una condivisione della vita dell’anima, delle esperienze, delle ispirazioni e dei pensieri. Così il dono dell’uno diventa dono anche degli altri, facilitando la crescita e la santificazione comune».

Cosa vuol dire per il nostro tempo?

«Chiara precisa che il suo carisma è un dono della Provvidenza per la nostra epoca. Il cammino dell’umanità, nei secoli precedenti, ha portato alla scoperta dell’individuo e dei suoi diritti. Oggi emerge con forza la necessità che l’individualità possa coniugarsi con l’unità a tutti i livelli, dalla famiglia alla comunità politica. Per Chiara la comunità ecclesiale può essere un modello per l’intera società nel realizzare un’unità di tipo trinitario dove vengono salvaguardate le diverse ricchezze».

Quale tipo di relazione con l’altro delinea tale spiritualità? Quale impatto sociale può avere tale visione?

«Per la sensibilità che caratterizza il nostro tempo oggi, tanti parlano di reciprocità nei rapporti, di dialogo, di riconoscimento e di inclusione dell’altro. A mio avviso Chiara ci offre una chiave essenziale per poter realizzare veramente questa reciprocità in un modo funzionale e durevole. Ci invita a seguire l’esempio di Gesù abbandonato che “spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,7). È una misura che ci libera dalle esagerazioni dell’individualismo e ci rende capaci di accogliere l’altro nella sua radicale diversità».

Quale nuova visione antropologica e psicologica offre tale spiritualità?

«L’antropologia evolutiva, nel tentativo di comprendere l’emergere della razza umana dal regno animale, ha rilevato sempre di più, negli ultimi decenni, il carattere comunitario dell’essere umano. La condizione umana rispecchia una triplice correlazione: siamo rivolti tutti verso il mondo esterno, verso l’ambiente fisico e sociale e, nello stesso tempo, siamo in relazione con gli altri che, a loro volta, son pure in relazione con il mondo.

«L’uomo è capace di modellare nella sua mente la mente altrui e sincronizzare la sua azione con quella degli altri. Si distingue dal regno animale con la creazione di gruppi complessi che diventano comunità tramite la collaborazione, l’uso del linguaggio e le credenze comuni. Gli animali hanno una mente chiusa, indirizzata solo alla soddisfazione dei propri bisogni. L’uomo invece è in grado di condividere le idee e di creare costruzioni comuni. Questa plasticità del cervello umano apre un percorso evolutivo iniziato già da milioni di anni e non ancora concluso. Da questa prospettiva, la spiritualità collettiva di Chiara Lubich apre una nuova fase di avanzamento di questo processo, in quanto potenzia le capacità innate ma non ancora pienamente esplorate dell’uomo».

È una relazione che può essere vissuta anche da chi non si riconosce nella fede cristiana?

«Senz’altro. Ormai è chiaro che lo spirito di collaborazione e di condivisione aiuta una comunità a risolvere problemi e criticità in modo più efficace. Si tratta, quindi, di elaborare buone pratiche che vanno in questa direzione, a diverso livello: dai team lavorativi fino alla cooperazione internazionale. Si parla oggi della necessità di collaborazioni serie, consapevoli, basate su un impegno assunto, e si sottolinea l’importanza di una reciprocità forte, quasi incondizionata nei rapporti. Ed è in questo che la spiritualità di Chiara Lubich ha molto da dire, in quanto propone un modello incondizionato di rapporti reciproci: la Santissima Trinità. Un concetto altissimo che deve essere naturalmente inculturato nei diversi contesti ed espresso secondo i diversi linguaggi scientifici e civili. Il nostro volume vuole essere un contributo modesto in questa linea. È una proposta che si rivolge non ad un’élite religiosa, ma a tutta l’umanità».

Per acquistare il libro Guardare tutti i fiori, da una pagina del '49 di Chiara Lubich (Città Nuova, 2014) clicca qui.

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