L’unità dentro i partiti: missione impossibile?

Pdl e Pd appaiono lacerati e lasciano prefigurare possibili scissioni. Nulla di nuovo sotto il sole. Il virus trova fertile terreno di coltura proprio dentro la forma-partito incapace di auto-rigenerarsi. Urgente una legge di riforma
Franceschini del Pd e Cicchitto del Pdl

PDL e PD, i due maggiori partiti italiani, appaiono lacerati al proprio interno e lasciano prefigurare possibili scissioni. Nulla di nuovo sotto il sole. Anche la DC visse una stagione simile, fino alla nascita della seconda Repubblica. E, in forma e misura diversa, stessa sorte toccò al PCI, che conobbe parimenti correnti e scissioni. Il virus non è esogeno: trova fertile terreno di coltura proprio dentro la forma-partito incapace di auto-rigenerarsi. Urgente una legge di riforma.

Cosa bolle in pentola nel Pdl. Il vicepremier Angelino Alfano dichiara a Sky Tg 24: «Se cade il governo, ne arriva uno di centro-sinistra. Una scelta radicale ed estremista sarebbe difficile da far capire agli italiani. Per Berlusconi arriverà l'interdizione in ogni caso, dunque andremmo al voto senza di lui. Le elezioni anticipate sarebbero un danno per l'Italia, per il partito e per lo stesso Berlusconi».

La stessa sera l'Huffington Post pubblica una intervista a Silvio Berlusconi che si chiede: «Come si può pretendere che i nostri senatori e i nostri ministri continuino a collaborare con chi compie un omicidio politico, assassinando politicamente il leader dei moderati? E’ nel loro interesse ascoltare cosa dicono i nostri elettori, per non commettere errori che li segnerebbero per tutta la vita. Fini insegna». E’, in pratica, l'annuncio del distacco del cavaliere dalla maggioranza, senza nemmeno attendere il Consiglio Nazionale di sabato prossimo. E circolano rumors, non confermati, riguardo al confezionamento di dossier “metodo Boffo” da parte di un settimanale nei confronti di Alfano.

I filogovernativi valutano se partecipare al Consiglio o disertarlo, e intanto stilano un documento (su cui raccolgono adesioni) in cui insistono sulla duplice necessità di tenere unito il partito e di continuare a sostenere l’esecutivo per il bene del Paese. Anche i lealisti hanno elaborato un proprio documento, su cui avviano la conta. Ma pare che al prossimo Consiglio nazionale non vi sia possibilità di aprire la discussione su questi documenti, perché l’unico punto all’ordine del giorno che verrà sottoposto al voto sarà il passaggio del Pdl a Forza Italia: prendere o lasciare.

Cosa bolle in pentola nel Pd. Non ha somatizzato la congiura dei “101 senza-volto” sulla strada che lo voleva candidato al Quirinale. Così Romano Prodi, fra i fondatori del partito, ne  esce in punta di piedi; non ritira la sua tessera al circolo bolognese di via Orfeo, e dichiara : «Non voterò alle primarie per l'elezione del segretario democratico: non per polemica, ma perché ho deciso di ritirarmi dalla vita politica». Lascia un partito che sta ridisegnando la sua geografia e che si trova a  fare i conti con la sua identità. I prodiani sono delusi, divisi fra il non voto o la scelta per Renzi.

Graziano del Rio, ministro degli affari regionali, dice che tenterà di convincere Prodi a cambiare idea, «anche perché tra i candidati alle primarie c'è chi si rifà alla sua ispirazione», e aggiunge: «Con la decisione di Prodi si instilla il dubbio che tutta l'avventura del Pd possa perdere significato».

Nel frattempo non si placano le contestazioni che animano la battaglia per le primarie, incentrata sulle polemiche che riguardano i circoli e le tessere. Per Epifani: «Non ci deve essere un partito di esterni contrapposto a un partito di iscritti, abbiamo bisogno di tutti», ed esorta tutti i candidati alle primarie a concentrarsi su "temi concreti" in questo periodo che li separa dall'8 dicembre.

Secondo i dati di un sondaggio del quotidiano Europa, per le primarie, comunque, non ci sarebbe partita, con Renzi al 72%, Cuperlo al 15%, Civati al 12% e Pittella all’1%.

Intanto si aggiunge una nuova grana. Giuseppe Fioroni contesta l'organizzazione da parte del PD del congresso del Partito Socialista Europeo a Roma. Valuta questa scelta «un blitz pericoloso e grave», con cui «viene meno l'atto fondativo del Pd» che ne escludeva l'adesione in Europa al Pse. Gli ex popolari de La Margherita minacciano la scissione.

Nulla di nuovo sotto il sole. Correnti nei partiti e scissioni non sono una novità assoluta. Hanno costituito la cifra costante della vita delle più grandi formazioni politiche nel nostro Paese. A titolo esemplificativo ripercorriamo la vicenda politica di un partito storico: la Democrazia cristiana.

Dalla fondazione (1942) fino allo scioglimento (1993), ha sempre convissuto con le fibrillazioni interne delle correnti. Che erano talmente numerose, da non potercisi quasi raccapezzare. Dai degasperiani ai dossettiani e ai gronchiani della prima ora; passando poi da Iniziativa popolare alla Primavera, dalla Base a Centrismo popolare e a Forze sociali degli anni ’50; e ancora dai dorotei ai tavianei e ai morotei degli anni ’60-‘70; e infine, negli anni ’80-’90, da Nuove Cronache (sub-divisi tra fanfaniani e forlaniani) all’area Zaccagnini, da Preambolo a Proposta, fino a Corrente del golfo. Chiediamo venia se abbiamo dimenticato qualche altra corrente.Parafrasando lo slogan pentastellato “una testa un voto”, la fattispecie della Balena bianca si potrebbe a ragione definire “una testa una corrente”. Ed il peso politico di ciascuna corrente si giocava nella fase dei tesseramenti pre-congressuali: non c’erano ancora le consultazioni primarie, ma venivano tesserati anche i defunti; roba da far impallidire la querelle che anima oggi il PD.

E la DC conobbe anche la stagione delle scissioni. Nel 1993, sciolto il partito per effetto di Mani pulite, dalle sue ceneri sorsero tre tronconi : il PPI di Zaccagnini (in posizione centrista), il CCD di Casini e Mastella (che scelse il centro-destra) ed i Cristiano sociali (che si collocheranno a sinistra).

Appena un anno dopo avverrà una ulteriore scissione, allorché il segretario del PPI Buttiglione con un gruppo di parlamentari lasceranno il partito fondando il CDU (Cristiano Democratici Uniti).

La caratterizzazione della politica italiana in senso spiccatamente bipolare, negli anni successivi, favorirà processi di ricomposizione di alcune formazioni facenti riferimento all’eredità democristiana. Nel Partito Democratico (nato nel 2007) si ritroveranno i Popolari confluiti ne La Margherita, L’Italia di Mezzo (uscita dall’UDC) e i Cristiano Sociali (che erano entrati fra i Democratici di Sinistra). Nel Popolo della libertà (nato nel 2009), si ritroveranno accanto i Cristiano Democratici per la Libertà (che erano usciti dal CDU ed erano confluiti in Forza Italia) e le due costole di formazioni fuoriuscite dall’UDC, i Popolari Liberali e la Democrazia Cristiana per le autonomie. Rimarranno indipendenti dai due schieramenti l’Unione dei Democratici Cristiani di Casini e l’UDEUR di Mastella (nato nel 1999, dall’esperienza dell’UDR di Cossiga).

In forma diversa, stessa sorte toccò al PCI, che conobbe parimenti (nei suoi settant’anni di vita, dalla fondazione nel 1921 alla svolta della Bolognina del 1991, e nelle evoluzioni successive fino al 2007) la convivenza di correnti interne dialetticamente contrapposte, trasformazioni (PDS), confluenze (Democratici di sinistra, Progressisti, Ulivo), fusioni (con la Margherita nel PD) ed anche fuoriuscite e scissioni (dal Manifesto a Rifondazione Comunista) .

Solo fisiologia oppure contaminazione virale? La riproposizione ciclica nel panorama politico italiano di processi camaleontici da parte delle formazioni partitiche, non può con semplicismo ricondursi a mere trasformazioni di natura fisiologica. C’è un virus che attacca dall’interno la forma-partito così come nel nostro Paese prevista dall’art.49 della Costituzione, cui non ha mai fatto seguito nei sessant’anni successivi una legge che li regolamentasse in modo compiuto (statuto, democrazia interna, trasparenza e certificazione esterna dei bilanci). E, senza una legge ad hoc, i partiti non sono in grado di auto-rigenerarsi (né lo vogliono).

L’unità interna: missione impossibile? Lo stallo attuale ripropone con forza il problema della identità dei partiti. La coesione e l’unità interna a ciascuno di essi non può prescindere da un preciso riconoscimento identitario. Perché l’unità si fonda su valori condivisi e su di una chiara visione della società, dei problemi del Paese e delle soluzioni che si propongono per superarli.

La democrazia non può fare a meno dei partiti, ma non di quello che sono oggi diventati:gusci vuoti, meri centri di gestione del potere e agenzie di collocamento delle proprie clientele. Occorre con urgenza che siano riformati. Per legge.

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