L’Italia dopo il voto

Chi ha vinto davvero le elezioni regionali? Chi è più in difficoltà? Il parere del professor Flavio Felice del Centro studi Tocqueville-Acton

Sono tanti i piani di lettura e le prospettive aperte dal risultato delle elezioni regionali del 26 gennaio. Abbiamo chiesto il parere di Flavio Felice, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso l’Università del Molise e presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton.

Come legge i risultati delle elezioni regionali?
La campagna elettorale è stata incentrata da Salvini sulla spallata al governo nazionale, dunque il voto si è polarizzato. A questo punto è inevitabile che il voto avrà riflessi anche sul piano nazionale. Le condizioni generali: la debolezza del M5S, le nomine, fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, credo rinsaldino, sebbene a posizioni invertite, gli equilibri all’interno del governo. La maggiore forza parlamentare di governo: il M5S, è in profonda crisi, tuttavia non penso che, a questo punto, il governo sia più debole, anche se l’incidente parlamentare è sempre dietro l’angolo e non possiamo escludere il soccorso degli immancabili “responsabili” per mantenerlo in vita.

E la Lega?
Per quanto riguarda la Lega, eviterei facili trionfalismi sul suo presunto stop, in primo luogo perché in una regione come l’Emilia Romagna viaggia sopra al 30% e in Calabria, sebbene non sfondi, insieme alla coalizione del centrodestra, conquista la presidenza dell’ennesima regione. Più che di una sconfitta della Lega, direi che si è trattato di una risposta forte, orgogliosa ed efficace da parte del Pd, di quella parte della sinistra di una delle aree più produttive ed avanzate del nostro Paese, che ha confermato la propria posizione in una regione dove ha sempre governato e anche piuttosto bene.

C’è poi il capitolo 5 stelle…
Già, si può dire che il capo politico si è dimesso tardivamente e nel momento forse meno opportuno. È difficile traslare un voto amministrativo, sebbene condito da pulsioni nazionali, sul piano politico generale, soprattutto quando si ha a che fare con un partito d’opinione. Resta il fatto che si apre una stagione nuova anche per il M5S, il quale dovrà decidere sulla propria identità. Il M5S non può continuare a rivendicare una terzietà rispetto alle principali culture politiche. È un partito a tutti gli effetti, che dovrà decidere il campo dove giocare la sua partita in futuro, sempre che voglia giocarla e che abbia un futuro.

Come valuta la proposta del cosiddetto “Germanicum”?
Penso che sarebbe una grande conquista se riuscissimo ad evitare il ricorso al “latinorum” per esprimere il nome di una legge elettorale. Giovanni Sartori se lo poteva permettere e il richiamo al “mattarello” esprimeva soprattutto il clima politico dell’epoca. Nel merito direi che si tratta del tentativo di arginare una forza politica attraverso un accorgimento tecnico; operazione tentata da tutte le maggioranze che hanno preceduto l’attuale e che non ha mai portato grande fortuna. Non credo nel potere salvifico dei sistemi elettorali e non credo neppure che il grado di democraticità di un ordine politico dipenda da un particolare sistema. In questa specifica fase storica, il proporzionale puro rischia di radicalizzare le posizioni dei singoli partiti, i quali in campagna elettorale danno il peggio di sé, rendendo più difficile il passaggio parlamentare necessario alla formazione del governo. D’altro canto, il proporzionale, rispetto al maggioritario, garantisce una maggiore discrezionalità rispetto all’umore dell’elettorato che, in una democrazia rappresentativa, non esprime la “vox Dei”. Forse un sistema misto, e penso alla legge elettorale firmata da Sergio Mattarella nel 1993, potrebbe rappresentare ancora oggi un utile compromesso.

L’istanza sollevata dal manifesto Zamagni-Becchetti vi vede d’accordo? Come potrebbe evolvere questo cammino secondo voi per poter incidere?
Al netto dell’amicizia e della stima per i colleghi Zamagni e Becchetti, ho trovato il manifesto utile e necessario, sebbene alcuni cedimenti gergali come “economia civile” non credo aiutino la causa della possibile unità dei cattolici intorno ad un nuovo soggetto politico. D’altra parte, insieme al prof. Dario Antiseri, lo scorso 9 ottobre abbiamo lanciato un nostro appello sul sito del Centro Studi Tocqueville-Acton, intitolato: “Partito dei cattolici: sì o no?” . Abbiamo voluto esprimere una posizione decisamente a favore di un esito partitico del fermento che da qualche tempo si registra intorno alla questione politica dei cattolici. Per questa ragione mi sento di condividere quel manifesto nella misura in cui, nei tempi e nei modi che la situazione impone, gli estensori si prefiggono l’obiettivo di andare verso la costituzione di un soggetto politico autonomo per la soluzione dei problemi della scuola, del lavoro, dell’ambiente, dello sviluppo, della giustizia e così via; proprio come fece 101 anni fa don Luigi Sturzo.

E invece quale prospettiva non condivide?
Qualora quel manifesto si prefiggesse l’obiettivo di dar vita a “gruppi politici d’acquisto”, offrendosi come truppe mercenarie di complemento, allora mi troverebbe in totale disaccordo. I “gruppi politici d’acquisto” non sarebbero altro che una riedizione degradata del noto “Patto Gentiloni”, con l’aggravante che si collocherebbero a 101 anni dalla dimostrazione di come si possa costruire un soggetto politico democratico, aconfessionale e non subalterno ad altre culture politiche.

 

 

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