L’Italia che crede torna nei luoghi di culto

Non si è aperto solo alla celebrazione delle messe. L’Italia che crede torna ai rispettivi luoghi di culto con intese ufficiali fra Governo e Comunità religiose. Il tutto mentre i musulmani si apprestano a celebrare Eid al-Fitr, la fine del digiuno di Ramadan
Foto LaPresse/Nicolò Campo

Da lunedi 18 maggio i cattolici possono partecipare nuovamente di persona alla celebrazione delle messe non solo rispettando le indicazioni date dal protocollo ufficiale, ma seguendo anche la raccomandazione di papa Francesco ad essere prudenti e a rispettare quelle regole per il bene proprio ed anche per quello degli altri. Era da una settantina di giorni che i cattolici non potevano partecipare alla funzione sacra per eccellenza della loro fede. Un caso unico nella storia della Chiesa cattolica.

Ma è bene ricordare che non siamo gli unici uomini e donne di fede che hanno dovuto fare a meno di recarsi nei rispettivi luoghi di culto e celebrare i riti che scandiscono il rapporto col divino e, spesso se non sempre, caratterizzano anche le rispettive socialità.

Basti pensare ai musulmani che mai si erano trovati interdetti dal frequentare le moschee tanto più durante il sacro mese del digiuno di Ramadan che quest’anno – cadendo fra il 23 aprile ed il 24 maggio – ha coinciso in larga parte con il lockdown per via della pandemia.

Nel caso dell’islam erano interdette anche le cene di Iftar, che segnano, dopo il tramonto, la rottura del digiuno quotidiano, caratterizzando, in questo caso, non tanto l’aspetto religioso, ma la dimensione comunitaria della celebrazione del digiuno, all’interno della famiglia allargata e degli amici più vicini.

Non dimentichiamo che anche gli ebrei non hanno potuto frequentare le sinagoghe e, ovviamente, la celebrazione dello shabbat è rimasta ristretta fra le mura domestiche senza possibilità di condividere con comunità ed amici. Tutte le religioni hanno dovuto adattarsi alle norme imposte dai governi, in tutto il mondo, dove templi indù, buddhisti e sikhs sono chiusi da tempo.

In Italia, dunque, non si è ripreso solo la celebrazione delle messe, dopo un lungo periodo nel quale non sono mancati momenti di tensione fra il governo e la Conferenza Episcopale, seguiti, poi, dal monito di papa Francesco, sempre preoccupato del popolo – e quindi anche della sua salute – e da chiarimenti che hanno confermato collaborazione ed intesa.

Nei giorni scorsi, diversi protocolli sono stati firmati fra il governo – nella persone del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e della ministra degli Interni Luciana Lamorgese – e rappresentanti di diverse tradizioni. «La firma di questo protocollo è un atto altamente significativo che ci restituisce una delle più importanti libertà costituzionali purtroppo compressa per l’emergenza che abbiamo ora compreso essere una sfida di lungo termine. Sarà vissuta con tutte le cautele necessarie per assicurare la salute di tutti i nostri correligionari» ha dichiarato la presidente della Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Noemi Di Segni.

Oltre a ringraziare il governo ed il comitato scientifico per la loro sensibilità alle diverse istanze ed esigenze delle comunità ebraiche, la Di Segni ha preannunciato che i termini dell’accordo saranno accompagnati da «ulteriori precisazioni nelle singole Comunità, per poter finalmente partecipare con rinnovata emozione alle funzioni religiose nelle nostre bellissime ed accoglienti sinagoghe».

Uguale apprezzamento nei confronti dell’esecutivo è stato espresso dai principali rappresentanti dell’islam italiano che hanno firmato negli stessi giorni l’intesa per la riapertura delle moschee e sale di preghiera. Si è trattato di un passo importante anche per i fedeli musulmani che si trovano nel nostro Paese, che, per ora, non ha ancora un protocollo d’intesa ufficiale con l’islam per la mancanza di un referente unico per via del frastagliato panorama musulmano presente nella penisola.

Per questo accordo si sono recati a Palazzo Chigi Abdellah Redouane della Grande Moschea di Roma, Yasine Laframe dell’Unione delle comunità islamiche italiane (Ucoii), l’imam Yahya Pallavicini della Coreis e AbdAllah Cozzolino delle Confederazione islamica italiana (Cii).

L’imam Yahya Pallavicini, presidente della Coreis, ha affermato che il protocollo con la confessione islamica per la gestione della riapertura delle moschee in Italia è un evento storico perchè «viene rispettata la forma della Costituzione, distinguendo il rapporto tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica (Art. 7) e prevedendo anche le relazioni con tutte le altre confessioni religiose organizzate in Italia (Art. 8)». Con questo, sottolinea Pallavicini, «il Governo italiano ha riconosciuto pari dignità e opportunità per la preghiera nei luoghi di culto anche ai musulmani in Italia». Si tratta di un nodo ancora irrisolto nei rapporti ufficiali fra stato ed comunità islamiche e, quindi, si auspica che questo protocollo per la riapertura delle moschee e sale di preghiera possa aprire «una pista di lavoro per un’Intesa tra Governo e Islam». Il presidente dell’Ucoii, Yasine Laframe ha inoltre precisato che le moschee e sale di preghiera che fanno parte di questa Unione riapriranno solo dopo Eid al-Fitr. Il tutto per senso di responsabilità sociale.

Ma dal 18 maggio si è data via libera anche ad altre pratiche religiose, forse meno visibili, ma ugualmente presenti in Italia ormai in modo significativo. Infatti, sono stati firmati altri protocolli con le Chiese protestante, evangelica, anglicana; le Comunità ortodosse, quelle delle Chiese di Gesù Cristo e dei Santi e degli ultimi giorni oltre che con le Confessioni induista, buddista, Bahai, Sikh.

Il tutto garantendo ovviamente il rispetto delle misure di sicurezza sanitarie previste per l’emergenza Coronavirus – distanziamento sociale, obbligo di usare mascherine e dispositivi di protezione, igienizzazione dei luoghi di preghiera – ma con sensibilità specifica ad ogni comunità religiosa e alle rispettive tradizioni. Come è stato commentato, «si tratta di un traguardo che valorizza il dialogo del Ministero dell’Interno con tutte le confessioni religiose presenti sul territorio nazionale, nell’esercizio della sua missione istituzionale di garante della libertà di culto».

E la fine della settimana segnerà anche la conclusione del Ramadan, che quest’anno ha abbinato il digiuno al periodo di lockdown. Eid al-Fitr avrà, quindi, un senso particolare e non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Anche le religioni escono profondamente cambiate dal periodo di chiusura a causa del covid-19.

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