L’intuizione di una nuova spiritualità

In uno scritto del 1949 di Chiara Lubich si delinea una nuova spiritualità. I contributi del volume Guardare tutti i fiori edito da Città Nuova ne tracciano una lettura interdisciplinare. Pubblichiamo qui per i lettori la prefazione di Stefan Tobler
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Stefan Tobler professore di Teologia Sistematica all’Università «Lucian Blaga» di Sibiu, in Romania introduce la raccolta di interverventi su «Chiara Lubich. Carisma, storia, cultura». Il convegno tenutosi a Castel Gandolfo il 15 marzo 2013, con una sessione speciale all'università La Sapienza di Roma ha voluto tratteggiare l'influsso che un carisma può dare non solo ai singoli credenti ma anche alla comunità umana e civile. Non manca, come spesso accade nel pensiero cristiano, un'impronta profetica. Offriamo la prefazione al libro Guardare tutti i fiori edito da Città Nuova.

Prefazione di Stefan Tobler*

Il pensiero di ispirazione cristiana, nei momenti più luminosi della sua storia, ha sempre avuto anche una nota profetica. Non si è mai accontentato dello status quo. Esso non si ferma alla costatazione e all’analisi di fatti, e non rimane solo all’interno delle apparenti possibilità umane. Alla luce del Dio fatto uomo, c’è un “di più” rispetto a ogni situazione storica, a ogni conquista della ricerca umana.

Questa costatazione non è certamente espressione di un senso di superiorità. E ciò per un duplice motivo: da una parte, proprio così si inserisce in quello che è l’ethos di ogni scienza umana, che non si accontenta mai dei risultati raggiunti ma cerca di andare oltre, e ha bisogno perciò di uscire dai consueti parametri per trovare nuove vie, nuove spiegazioni, nuove soluzioni; dall’altra parte, il “Dio” al quale si riferisce non soltanto non è nelle mani di chi Lo pensa, ma è per sua natura una realtà che lo supera, che non può essere raggiunta con l’intelligenza umana.

Una tale forma di pensiero ha dunque la sua tipica coerenza epistemologica: non resta mai fermo perché il suo riferimento a Dio lo porta continuamente ad uscire da se stesso, da sicurezze apparenti, da limiti autoimposti, da linguaggi legati a un certo periodo storico.

Il presente volume della collana «Studi della Scuola Abbà» può essere visto in questa luce. Partendo dall’esperienza della fede cristiana nella forma specifica rappresentata dal carisma di Chiara Lubich, gli autori cercano di esplorare prospettive di sviluppo, ciascuno nella propria disciplina1. Il punto comune

dal quale partono tutti i contributi è un solo brano di quella raccolta di testi che risalgono al periodo dell’esperienza mistica di Chiara chiamato Paradiso ’49. Il brano dal titolo Guardare tutti i fiori entra nel cuore di quella che la Lubich stessa ama chiamare “spiritualità collettiva”, per esprimere lo specifico dell’esperienza spirituale e umana in cui si sente coinvolta, insieme a tutti coloro che desiderano condividerla.

Come ella stessa scrive, Dio Lo si trova uscendo da se stessi, uscendo anche da ciò che può apparire la cosa più preziosa, perché «non è ragionevole che io Lo ami solo in me».

Si apre così una visione del Corpo Mistico che abbraccia tutte le realtà umane.

In che modo un tale testo, peraltro molto breve, può offrire spunti alle varie riflessioni contenute in questo volume? Il brano stesso di Chiara non è l’espressione di un pensiero accademico, né nel suo stile, né nella sua intenzione: l’autrice, scrivendolo, non ha certamente pensato alla possibile rilevanza per le varie discipline del pensiero umano. In forma di riflessione ha piuttosto descritto una sua esperienza, ha espresso qualcosa della luce di cui si sentiva invasa in quel periodo.

Ma come tale non può neanche essere considerato oggetto di studio da parte di una o dell’altra disciplina, eccezione fatta forse per la linguistica che ne analizza il linguaggio.

Somiglianze nell’uso di parole e immagini non devono condurre nell’errore di voler trovare direttamente delle idee che potrebbero essere analizzate con gli strumenti usuali della propria disciplina, oppure applicate in modo diretto ad essa.

Questa affermazione vale anche per la teologia, nonostante il testo sia intriso di elementi fondamentali per la fede cristiana. Ci vuole uno sforzo ermeneutico specifico e diverso per ogni disciplina, per non cadere nel pericolo di applicazioni troppo dirette o conclusioni immature.

Come, allora, tale testo può essere di ispirazione ai più vari ambiti, fatto di cui l’autrice stessa, nel lavoro che svolgeva insieme al gruppo della Scuola Abbà era fortemente convinta?

Esso è espressione di una esperienza spirituale, personale e comunitaria nello stesso tempo, che invita anche il lettore a entrarvi. È importante qui sottolineare che l’attributo “spirituale” non si riferisce a un solo settore della vita umana (la “religione”), oppure a un solo aspetto della persona (il suo “lato spirituale”, ad esempio). Ha invece un senso molto ampio: si tratta di tutta la vita – anche nella sua dimensione materiale e sociale – vista e vissuta nella luce di Dio.

Questa è la prospettiva presente nel brano Guardare tutti i fiori, e con ciò invita a un atteggiamento specifico anche nel cammino e nello sforzo intellettuale. L’immagine espressa con la parola “guardare” indica la direzione: chi guarda si apre al mondo fuori di sé, esce dalla propria interiorità verso un “altro” da lui. Si tratta di “uscire” da ciò che è “mio”, in un movimento che Chiara, con un’altra parola-chiave del testo, chiama “trasferirsi”. Ciò indica quel cambiamento di luogo e di prospettiva tipico per ogni pensiero cristiano, che è cosciente che il luogo e la fonte di verità è Dio stesso.

Questo Dio però non Lo si trova facendo astrazione dal mondo intorno a noi. Anzi, è proprio lì presente, occorre «trasferirsi nel Dio del fratello», scrive la Lubich, aprendo così a quell’elemento tipico della sua spiritualità che non si ferma alla contemplazione interiore, ma cerca Dio – che è la nostra vera interiorità – nell’uscire fuori da sé, non escludendo bensì mettendo in luce il valore dell’uomo e delle cose.

La nascita dei testi del presente volume è segnata da questa convinzione e da questa esperienza, concretizzandosi in un metodo tipico di lavoro. Ogni contributo è stato letto insieme e discusso a fondo durante le giornate di lavoro della Scuola Abbà. La versione finale è dunque frutto di un dialogo di cui l’elemento centrale è, nello stesso tempo, il rispetto per lo specifico della disciplina di ognuno e lo sforzo di non rimanere chiusi nei parametri del proprio ambito, essendo aperti al “rischio” di essere arricchiti e a volte anche corretti dalle prospettive altrui.

Da qui parte il tentativo di rileggere qualche elemento del proprio campo di pensiero a partire dal “luogo” dove porta l’esperienza descritta in Guardare tutti i fiori, senza perdere il rigore e i metodi tipici della propria disciplina. Per ognuna questo cammino sarà diverso, e questa diversità si rispecchia già nella varietà dei contributi raccolti nel volume.

Invitiamo i lettori a farsi coinvolgere in questo cammino che apre prospettive affascinanti, e ricorda soprattutto di non perdere mai di vista il vero scopo comune di ogni ricerca: di aiutare l’uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza, a vivere secondo la sua vocazione.

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