L’inizio di una storia

In Fame d’amore (Città Nuova, 2015), Chiara Andreola racconta con coraggio e verità la sua storia portandoci oltre i luoghi comuni su anoressia e bulimia. Nell’introduzione al libro, a giorni disponibile sul sito e in libreria, l’inizio del suo racconto. 
Fame d'amore

Di solito, nel raccontare una storia si comincia dall’inizio. Almeno così dovrebbe essere, a rigor di logica. Io, invece, l’inizio di questa storia non so proprio quale sia.

Forse è stato quando, ancora alla scuola materna, venivo costretta a rimanere seduta a tavola finché non avevo finito tutto quello che c’era nel piatto, e una volta mi è stato addirittura messo davanti ciò che non avevo voluto mangiare il giorno prima. O forse quando al liceo mi rodevo dentro nel sentire i risolini delle mie compagne di classe quando mi vedevano addentare con voluttà una fetta di sacher.

O forse ancora quando, durante il mio periodo di studio negli Stati Uniti, squadravo con sguardo schifato gli hamburger che trasudavano salse, o gli altri studenti che alla mensa del college – rigorosamente all you can eat, ossia a buffet senza limiti – si riempivano il vassoio in maniera abnorme, morendo di colesterolo alla faccia di coloro che muoiono di fame.

Fatto sta che, da buona forchetta qual ero, non avrei mai creduto di trovarmi a fare i conti con l’anoressia. Cioè, qualche segnale, volendo proprio essere precisi, c’era: da ex bambina magrissima, per la disperazione di mamma, nonne e parenti tutti, mi sentivo piuttosto a disagio e provavo quasi vergogna nei panni dell’adolescente leggermente sovrappeso.

Per carità, nulla di drammatico: 56 kg per 158 cm, mica obesa. Però non bastano un paio di cosce gonfie che tanto mi facevano inorridire allo specchio o tre compagne di classe cretine per arrivare a tanto. No, ci deve essere stato di più.

Fatto sta che quando sono uscita di casa per andare all’università, complice una coinquilina fissata col mangiare sano, e il fatto che mi fossi resa conto che le altre ragazze mediamente mangiavano meno di me e mi sentissi giudicata male di conseguenza – perché, diciamocelo, una ragazza che mangia come uno scaricatore di porto non è esattamente vista bene –, ho iniziato a togliere qualcosa dal piatto. E fin lì, magari, mi ha fatto anche bene: eliminando qualche vizietto poco salutare tipico degli adolescenti – leggi patatine e simili –, qualche chilo l’ho perso.

Poi però la cosa ha iniziato a prendermi la mano. No, non era più solo la mera soddisfazione di essere finalmente arrivata a 52 kg: era il mangiare sempre meno perché sì, punto e basta. O meglio: perché mangiare meno e perdere peso era una cosa positiva a prescindere, nel mondo dei cibi dietetici – e non diciamolo che a venderli sono le stesse aziende che smerciano anche patatine e ketchup –, mentre indulgere al cibo è male ed è peccato – se Dante i golosi li ha messi all’inferno un motivo ci sarà pure stato, no? Oltretutto, si sa, non è il corpo a essere importante, è la mente, la ragione: quindi, chi se ne importava se lo massacravo con i digiuni, in una pratica ascetica di mortificazione dal sapore vagamente medievale.

Ricordo il giorno in cui, vedendo la bilancia segnare 51 kg, ho chiamato mio fratello e l’ho abbracciato esultante saltellando per la gioia. Ecco, quello, se non l’inizio, è stato quantomeno una pietra miliare di questa storia. Mangiare sempre meno era quindi diventata per me una questione di principio, ormai totalmente slegata dalla realtà.

da FAME D’AMORE, la mia anoressia di Chiara Andreola, Città Nuova, 2015

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