L’India e la nuova legge sulla cittadinanza

Una nuova legge rischia di spaccare l’India e riaprire tensioni socio-religiose. Manifestazioni anche violente e boicottaggio da parte di politici e amministratori.

CAB semplice acronimo per Citizenship Amendment Bill. Si tratta della nuova legge approvata la scorsa settimana dal Parlamento indiano che sta mettendo sotto sopra la più grande democrazia – almeno fino ad oggi – del mondo. L’India del secondo governo Modi appare, infatti, avviata a grandi passi a diventare un regime fascista indù, smentendo dopo secoli di tolleranza e convivenza fra milioni di persone di diverse religioni, il grande esempio che ha costituito per il mondo. È vero che non sono mancate tensioni – soprattutto fra indù e musulmani ma non solo – sfociate in violenze arrivate all’apice in occasione della partizione fra i Paesi del sub-continente indiano: India e Pakistan alla fine degli anni Quaranta con l’aggiunta del Bangladesh dopo una ventina d’anni. Ma gli ultimi trent’anni avevano visto il tessuto sociale ricompattarsi in modo incoraggiante e, sebbene non mancassero le tensioni, l’aspetto della laicità tipica del Paese asiatico – ogni religione deve essere tratta in modo equanime – aveva prevalso.

Le cose sono cambiate già con il primo gabinetto Modi che, tuttavia, ha badato soprattutto a costruire un sistema burocratico ed amministrativo radicato sull’idea dell’Hindutva – l’India deve essere il Paese degli indù – senza imporre in virtù dell’assenza di una opposizione nuove leggi in merito. Tuttavia, con il trionfo elettorale della scorsa primavera ed il secondo mandato plebiscitario, Modi ha rafforzato l’ideologia politica al governo e, dopo aver piazzato le persone giuste nei ministeri chiave, ha forzato la mano su questioni delicate, come il Kashmir, stato con larga presenza musulmana, dall’agosto scorso, ridotto a Territorio dell’Unione senza un parlamento locale e legato direttamente al governo di Delhi. Ruolo fondamentale nella nuova strategia spregiudicata dell’attuale governo è quello del ministro degli Interni, il fondamentalista indù Amit Shah, già membro attivo, fin dagli anni della gioventù, del gruppo fondamentalista indù Rashtriya Swayamsevak Sangh, noto con l’acronimo RSS, e, successivamente, presidente del Bharatya Janata Party.

La politica anti-musulmana ha avuto un nuovo sviluppo con l’approvazione del CAB, la nuova legge sulla cittadinanza che modifica la normativa sulla cittadinanza risalente al 1955. Essa prevede che indù, buddisti, giainisti, cristiani, sikh e parsi che “subiscono persecuzioni” in tre Paesi confinanti –  Afghanistan, Bangladesh e Pakistan – possono presentare domanda di cittadinanza o naturalizzazione ma devono poter dimostrare di risiedere in India da almeno sei anni, contro gli 11 previsti in precedenza. Da questa lista sono esclusi i musulmani, che rappresentano la seconda religione in India e sono maggioritari nei Paesi confinanti. La motivazione ufficiale per la proposta e la conseguente approvazione della legge – che non ha incontrato ostacoli in quanto il BJP, partito al governo, può contare di una larga maggioranza assoluta in Parlamento – è evitare che l’India diventi “rifugio” di tutte le minoranze perseguitate in tre Paesi confinanti. In effetti, si vuole scongiurare la crescita della popolazione musulmana che, tuttavia resta ben lontana dalla maggioranza indù: Tale modifica alla legge del 1955, secondo molti esperti, “viola lo spirito” della Costituzione, che all’articolo 14 «proibisce allo Stato di negare l’uguaglianza di ogni persona davanti alla legge o l’equa protezione delle leggi nel territorio indiano».  Alcuni giuristi e analisti hanno affermato con forza di temere ora che l’esclusione precisa dei musulmani possa danneggiare il tessuto pluralistico del Paese. Infatti, in questi decenni l’India ha cercato di realizzare quella che era l’idea emersa dal movimento per l’indipendenza: costruire un Paese che ambisce a trattare le persone di tutte le fedi in maniera uguale.

La reazione è stata violenta soprattutto negli stati del Nord Est, in particolare l’Assam che ha accolto negli ultimi decenni milioni di profughi provenienti dal Bangladesh, in stragrande maggioranza musulmani. Tutto lo stato del Bengala orientale, con capitale Kolkata (Calcutta), ha reagito con forza e determinazione come hanno fatto anche studenti delle due più prestigiose università musulmane del Paese asiatico: Jamia Millia Islamia nella capitale New Delhi e la Aligarh Muslim University nella città appunto di Aligarh. Qui la polizia è intervenuta brutalmente e ci sono stati decine di feriti. Manifestazioni contro la decisione del governo sono, comunque, all’ordine del giorno in tutto il Paese. Ma non sole le folle si stanno ribellando. Anche politici, uomini del mondo della cultura e dell’arte non si riconoscono in questa nuova legge. Per i difensori dei diritti umani, la norma è illegale e discriminatoria verso i musulmani, che in India sono quasi 200 milioni. A livello amministrativo e burocratico funzionari statali hanno messo in moto forme di disobbedienza civile, mentre organizzazioni islamiche sfidano la norma davanti alla Corte suprema.

Secondo il noto opinionista e politologo Ram Puniyani, presidente del Center for Study of Society and Secularism di Mumbai, la legge «mantiene i musulmani lontano dalla prospettiva di cittadinanza. La Costituzione invece si basa sull’uguaglianza dei fedeli di ogni religione». Ancora più forte è stato il commento di Lenin Raghuvanshi, direttore esecutivo del People’s Vigilance Committee on Human Rights di Varanasi: «Distrugge lo spirito di tolleranza dell’India. È fondata su discriminazione, sottomissione e islamofobia. È l’attuazione della religione basata sulla divisione, al posto del moderno concetto di cittadinanza». Molto deciso il noto gesuita Cedric Prakash, attivista del Jesuit Refugee Service, ed attivo nello stato del Gujarat da dove Modi proviene e dove ha costruito la sua ascesa al potere.  La nuova norma, secondo questo gesuita, è «un altro chiodo nella bara della Costituzione e della nostra democrazia».

Molti temono che il Paese sia sull’orlo di sofferenze di dimensioni catastrofiche. Inoltre, la situazione potrebbe ulteriormente deteriorarsi se il governo dovesse mantenere la promessa di stilare un registro nazionale per tutti i cittadini entro il 2024. In effetti, questo è quanto il ministro degli Interni, Amit Shah ha annunciato per espellere tutti coloro che sono illegali nel Paese. Anche tale passo è considerato come un tentativo discriminatorio contro i musulmani. In totale, in questi giorni di subbuglio nazionale sono settecento settanta le personalità del mondo della cultura, del diritto, dell’arte e dell’impegno sociale che hanno condannato il CAB affermando in principio di essere molto preoccupati che la religione sia il criterio legale per determinare la cittadinanza indiana. Il Paese rischia di minare la coesione sociale per sempre.

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