Libertà di consumare nel giorno di festa

Polemiche sull'apertura dei negozi il primo maggio. Visioni contrapposte mettono in gioco le ragioni della convivenza

50 mila tra commessi, commesse e altri cittadini hanno proposto alla regione Toscana una legge per vietare in maniera assoluta l’apertura dei negozi in almeno 5 giorni dell’anno: Capodanno, 25 aprile, Primo Maggio, Natale e Santo Stefano. La domenica ormai è data per persa nelle città a vocazione turistica e i centri commerciali, come gli outlet, aggirano, come si sa, ogni ostacolo. Si tratta di un dato di fatto che non sembra destare nessuna meraviglia. L’accusa semmai rivolta a chi si oppone a tale gestione del tempo collettivo è quella di essere conservatori e ideologici. La coincidenza, in questo anno 2011, della domenica con il primo maggio ha, invece, suscitato una polemica di carattere nazionale con inviti allo sciopero e alla disobbedienza nel giorno simbolo della dignità del lavoro.

 

Un vero e proprio manifesto a favore dell’apertura dei negozi il primo maggio è l’articolo di Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 24 aprile in polemica diretta con il sindacato che « non può inventare su due piedi un nuovo modello di consumi ma negoziare al meglio il risarcimento economico e normativo del lavoro festivo» in ragione del fatto che è «evidente che il mondo non ci consentirà ancora per molto di trastullarci con i nostri riti. Come raccontano i lavoratori a partita Iva, gli invisibili, per loro già è così. Il lavoro, quando c’è, è un flusso che va gestito con sapienza». Una dura legge imposta dal fatto che «occorre discontinuità, la competizione economica globale non consente più rendite di posizione». Nella risposta di Susanna Camusso, pubblicata sullo stesso quotidiano il 25 aprile, il segretario generale della Cgil si pone una domanda «Ma davvero crediamo che le sorti dell’economia, del cambiamento, dipendano dall’apertura dei negozi il primo maggio? Dobbiamo immaginare che presto anche il Natale diverrà un attentato all’economia?» invitando a non farsi travolgere «dall’ideologia del mercato che, appunto, ci ha portato nella crisi». La Camusso pone la priorità della categoria del rispetto in un settore come quello del commercio «fatto di nastri orari, part time non richiesto, frammentazione, che rende fragile il lavoro» per cui « troppe commesse si definiscono invisibili» arrivando ad una considerazione finale:

 «sarà ritenuto retrò, ma farsi sfiorare dal pensiero che non tutto è monetizzabile, che non tutto si può comprare, non sarebbe un bel segno per questo Paese?».

 

I termini della polemica hanno investito principalmente le grandi città come Milano, Roma e Firenze con il sindaco Renzi che ogni anno ripropone il tema del primo maggio lavorativo nel centro storico come esempio del bisogno di rottamare vecchi schematismi e ritualità per aprire «una discussione pubblica con i sindacati – o con chi per loro – sui temi del rispetto dei tempi, del ciclo di vita delle famiglie, delle relazioni» sottolineando la pretestuosità di una querelle che investe ogni volta Firenze mentre, a suo giudizio, «sono decine di città governate dal centrosinistra che aprono da anni il primo maggio».

 

Su questo tema abbiamo avuto modo, l’anno scorso, di porre alcune domande, in un contesto più ampio sulla natura e l’organizzazione dell’impresa cooperativa, a Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze, un colosso nel campo della grande distribuzione organizzata sempre attraversata dalle pressioni di una forte competizione tra soggetti di grandi capitali finanziari internazionali. Per Campaini sul lavoro festivo «si paga l’eredita del passato a livello istituzionale, si è cioè sedimentato un modo di pensare che richiede in grosso sforzo per cambiare. Nel momento ad esempio in cui ho affermato che non possiamo e non dobbiamo aumentare il numero delle domeniche aperte (una ventina su 52) ho avuto netta la sensazione di esprimere un’esigenza che non avrebbe avuto la maggioranza in un ipotetico referendum tra i cittadini. Dall’altra parte certamente è faticoso ma su certi elementi valoriali, sul rispetto di certi elementi i simbolici a livello sociale c’è la possibilità di costruire un consenso più profondo che quello dettato dalle logiche dei sondaggi». Sulle derogabilità delle cinque festività, considerate finora intoccabili, il presidente Unicoop non ne vede la ragionevolezza, anche di tipo economico: « ci sono questioni di principio che valgono per gli operatori commerciali e dovrebbero valere per tutti i cittadini. Non si può non tener presente il valore sociale di ritrovarsi assieme che questi momenti di festa hanno per tantissime famiglie. Si fanno anche sacrifici, certo, ma il buon senso di contemperare un’esigenza con l’altra credo sia l’arte decisiva della convivenza».

Sono alcune voci di un dialogo necessario tra visioni molto divergenti tra loro che finiscono per incidere profondamente nella vita di ognuno senza dimenticare l’intuizione di un irregolare come Pier Paolo Pasolini che, nel 1975, vedeva la possibilità per la Chiesa di essere «la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso e totalitario».     

 

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