Liberi e Forti, ripartire dalla vera amicizia

Formazione, ascolto e impegno per gli ultimi. E la politica? “Senza pregiudizi, né preconcetti”, una proposta di confronto tra i giovani del nuovo millennio e l’appello sturziano del 1919. Il senso di un percorso nell’intervista all’avvocato Raffaele Caruso
ANSA/LUCA ZENNARO / li

Nata intorno all’esempio di Dino Gallo, esponente dell’antifascismo genovese di matrice cristiana, l’associazione Liberi e Forti esprime l’impegno in campo sociale fondato sul fatto che «gli ultimi devono essere il centro di qualunque azione politica». Niente di più lontano da un vago richiamo a valori astratti per questa realtà, composta in gran parte da giovani nel pieno degli impegni familiari e professionali, che il 18 gennaio 2019 ha organizzato nel centralissimo Palazzo Ducale  un incontro che cade a 100 anni dall’appello di Luigi Sturzo  per la nascita del Partito popolare. Iniziativa condivisa da altre espressioni del mondo associativo: Arena Petri, I Popolari e il Circolo Culturale Aldo Moro. Per capire il senso di una tale percorso abbiamo sentito Raffaele Caruso, avvocato penalista e referente di una delle tante associazioni che in Italia si richiama, con diverse sensibilità, all’appello sturziano del lontano 1919.

L’iniziativa di Genova fa parte di un percorso che dura da tempo. Perché la vostra associazione si chiama Liberi e Forti? Da cosa è nata? Non sembra un richiamo nostalgico?
Siamo nati sette anni fa col desiderio di dare sistematicità e diffusione ad alcune intuizioni che, con un gruppo di amici, stavamo maturando nel pieno della crisi economica.  Cioè che la crisi avesse una radice culturale ed antropologica e che a quella radice bisognasse andare per dare un senso e guardare oltre senza ritornare indietro.  Ragionavamo attorno a tre parole: desiderio, legami, fragilità. Da lì siamo partiti con un percorso che ha visto il suo epicentro nella pubblicazione della rivista Stagioni di cui abbiamo completato un primo ciclo (che abbiamo definito antropologico) e stiamo adesso preparando il secondo (che nei nostri progetti dovrebbe avere una matrice maggiormente aperta al sociale, civica e – perché no – politica). La scelta del nome è stata in primo luogo dettata dalla volontà di restare in relazione con una generazione di amici molto più grandi di noi che, quando eravamo ragazzi, sono stati per noi maestri e con cui abbiamo continuato a camminare pur essendo diventati noi maggiormente protagonisti del percorso. Quando siamo partiti eravamo talmente concentrati sul presente della crisi e sul desiderio di futuro (che noi esprimevamo e tuttora esprimiamo parlando di generatività), che scegliere un nome con un’impronta storica non solo non poteva essere confuso per nostalgia, ma era addirittura doveroso per ricordarci che i percorsi, anche i più nuovi, nascono sempre da qualcuno che ha camminato prima di noi. Poi indubbiamente questo nome è molto bello, al punto che molti di coloro che abbiamo incontrato in questi anni non ne conoscevano la radice storica e pensavano lo avessimo inventato noi. Questo credo dica molto dello sguardo al futuro con cui Luigi Sturzo ha scelto queste parole per rivolgersi all’Italia del 1919.

Vivete in una città definita “superba”, che fa pensare allo splendore della repubblica marinara, ma che ora vive forti contraddizioni, dal crollo demografico a quello del ponte e alla crisi della Carige. Quali sono i segnali di speranza reale da cogliere?
Non tutti sanno, e io stesso l’ho scoperto che ero già grande, che l’appellativo Superba ha origine da una descrizione che Petrarca fece della città dopo averla visitata nel 1358. Se andiamo a rileggere il brano scopriamo che questa parola è associata ad altre che ne amplificano il significato in una chiave che appare quasi profetica: «Superba per uomini e mura». Sono gli uomini che rendono Genova superba ci dice Petrarca e, per quanto possa sembrare banale, anche oggi è questo il segnale di speranza più evidente che tocchiamo. Personalmente in questi ultimi mesi per ragioni professionali mi sono dovuto occupare  di un comitato costituito da molte persone e aziende ferite dal crollo del ponte. Sono colpito da come l’orgoglio della ferita non si traduca in un atteggiamento di attesa di aiuti dall’alto col cappello in mano, ma nella ricerca di una nuova quotidianità che, senza fare sconti a ciò che deve esser fatto per avere giustizia, trae dallo stare insieme un elemento di forza. Non sono poi in grado di fare un’analisi della crisi di Carige. Posso solo usare un’immagine: quando era ragazzo un anno la pubblicità della banca fu una bellissima foto di una bitta, cioè una di quelle colonnine di ghisa cui si attraccano le barche. Ho sempre pensato che fosse l’immagine del declino: qualcosa di bello ma fermo, solidamente fermo e opposto a quella che dovrebbe essere la tua vocazione, cioè la navigazione e il mare aperto. In questo senso credo la città sia stata riscattata dalle parole del papa che l’anno scorso ha definito il genovese con due parole: orizzonte e coraggio.

La politica è fatta certamente di contenuti ma anche di contenitori, partiti cioè dove poterla esercitare con coerenza. Esistono tali spazi oggi per i cattolici oppure bisogna provare ad immaginare altro?
Credo si debba immaginare altro anche se io non l’ho molto chiaro. L’impegno principale di Liberi e Forti in questi ultimi anni è stato offrire un contributo importante alla nascita in Liguria di una scuola di politiche sul modello proposto a livello nazionale da Arel (Agenzia di ricerche fondata sull’intuizione dell’economista Nino Andreatta, ndr). Credo sia da lì che possa trovarsi un punto di partenza, creare occasioni di incontro per ragazzi animati da un amore per la città che devono avere la possibilità di esprimere. Pensando poi ai cattolici l’unica risposta che mi sento di dare, a costo di sembrare banale, è quella di ripartire dall’amicizia, dal desiderio di mettersi insieme per il gusto di apprezzare le persone e le esperienze e in quest’ottica ricominciare a parlare a confrontarsi e, perché no, a progettare. Da questo punto di vista credo che in Italia sia sparita quella competizione tra realtà ecclesiali che era forte quando ero ragazzo. Oggi mi pare di cogliere un’apertura reciproca e addirittura una curiosità tra le diverse esperienze che rende possibile un incontro che secondo me, forse non nell’immediato, porterà presto risultati straordinari. In questo senso già nell’organizzazione dell’evento con cui vogliamo celebrare il centenario dell’appello abbiamo fatto esperienza di questa possibilità di incontro. Abbiamo infatti proposto l’iniziativa insieme a diverse associazioni e abbiamo chiesto di raccontare cosa suscita oggi l’appello ai liberi e forti a una serie di giovani provenienti da diverse esperienze di impegno. Speriamo che il centenario sia occasione di avvio di un percorso insieme.

Sul centenario del Partito popolare vedi articolo di Marco Fatuzzo

TESTO integrale dell’appello del 1919

 

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