Lezioni di vita e di speranza a Duma

Da Damasco ad Homs, la guerra diventa evidente sulla direttrice principale del Paese. Il martirio definitivo di padre Frans e quello quotidiano di tanti cittadini comuni  
In fuga dalla Siria

Usciamo da Damasco avendo come meta Homs, la terza città del Paese, baricentro dell’intera Siria. Ci sono infiniti posti di blocco, mezzi militari in movimento, postazioni militari di vario genere, dalle più precarie alle più curate. La strada è comunque buona, accompagnata ogni duecento metri dal rassicurante volto del presidente. Uno dei soldati che ci ferma a un posto di blocco per controllare i documenti, pur gentilissimo, tradisce una nottata difficile, mentre la sigaretta gli pende dalle labbra e mostra occhiaie da far spavento. Sventola una bandiera sfilacciata ma con una sua fierezza. Ecco le indicazioni per due città cristianissime, Seyddnaia e Maalula, luoghi apostolici, e dall’altra parte, verso il deserto, i nomi tragici di Palmyra, Dar El Zor, Raqqa

E poi Duma, a un incrocio dove la frenesia delle persone e delle auto assume ritmi inquietanti: dista appena due chilometri, solo qualche giorno fa lì infuriava la vera guerra. Nonostante tutto scorgo un poliziotto che controlla la velocità delle vetture, e si sta asfaltando la strada: lo Stato comunque qui c’è. Siamo ad Adra, l’autostrada per Homs è già finita, delle sacche di ribelli impediscono ancora di proseguire dritto. Passano quattro mezzi civili, dei pick up con installate delle mitragliatrici pesanti: l’autista ci dice che sono mezzi sottratti ai ribelli. Un’ambulanza, due tre, a sirene spiegate: ogni suono qui incute timore. Poi la normalità di una ventina di baracchette che, sul bordo della strada, ospitano sommari caffè.

Ad Albreij, 50 km da Homs, scorgiamo i primi edifici collassati sotto l’urto delle bombe e dei colpi di artiglieria, mentre un gruppo cospicuo di soldati imbraccia grossi mitra che paiono nuovi. Le distruzioni aumentano, gli alberi sono piegati dal vento e i pilastri di cemento dai colpi di mortaio.

Penetriamo fino al centro di Homs per conoscere un progetto di doposcuola che si chiama “Generazione di speranza”, un nome che è un programma. Sandra, la direttrice, ci accoglie con l’équipe che gestisce il progetto, ci stipiamo in una saletta sorbendo il consueto caffè al cardamomo e gustando dolcetti al miele e ai pistacchi. «Il progetto è attivo dall’inizio dell’anno – ci spiega –, nato da una mia idea: mi ero accorta che nel quartiere c’erano tanti bambini che trascorrevano i loro pomeriggi per strada, dopo aver frequentato di mattina una scuola che in realtà ha difficoltà a essere educativa: le classi raggiungono anche 60 alunni perché non ci sono più insegnanti. Così abbiamo trovato i fondi, grazie all’Ong italiana Amu, per un anno. Ospitiamo 100 bambini, una ventina cristiani e un’ottantina musulmani, con la nostra équipe di 12 insegnanti e personale vario, assicurando i sei primi livelli delle scuole elementari. In più garantiamo a tutti l’apprendimento dell’inglese e qualche seduta settimanale di ginnastica».

Mary si occupa dell’accompagnamento psicologico dei bambini: «Nel programma c’è una materia che si chiama “Lezioni per la vita” che parla dei valori umani e spirituali, come si vive in società, cosa sono i diritti dell’uomo, cosa significhi rispettare l’altro. Si insegna come vivere in famiglia, come gestire le amicizie. Il tutto anche attraverso giochi che colpiscono l’immaginario dei bimbi. Notiamo che i piccoli fanno fatica ad accettarsi tra di loro. Spesso sono sfollati. Stiamo perciò lavorando molto sull’accettazione della diversità. Inoltre fanno fatica a capire quel che di buono c’è in loro e negli altri. Ho fatto scrivere loro, allora, che cosa vedono di positivo nell’altro… Belle sorprese. Non si può poi dimenticare che spesso le famiglie sono smembrate, le finanze precarie, i padri scomparsi o morti, la promiscuità crescente. C’è bisogno di affetti. E i bambini lo avvertono, tanto che vengono qui con estremo piacere, e se mancano anche due soli giorni diventano tristi in famiglia, come mi ha detto una mamma».

Un bimbo è sfollato da Raqqa, è armeno. Vorrebbe tornare a casa, «tanto il Daesh ormai non c’è più». La sua casa era affacciata proprio sulla piazza dove quei miliziani tagliavano le teste ai condannati. E oggi ha difficoltà a concentrarsi… Per questo bimbo di Raqqa, e per le centinaia che hanno vissuto storie simili, Sandra e l’équipe di “Generazione di speranza” vorrebbero continuare a lavorare. Per ora i fondi non ci sono, ma la speranza c’è di poterli trovare… Con un millesimo di un Tomahawk si assicurerebbe un anno di doposcuola a 200 bambini.

Era il 2011 quando la cosiddetta “primavera araba” scoppiò anche qui a Homs, una grande città con una forte concentrazione di tutte le minoranze rappresentate nel Paese. Le manifestazioni si erano ben presto trasformate in rivolta armata. I rivoltosi e i loro finanziatori ritenevano che la caduta di Assad fosse questione di giorni. E invece, sette anni dopo, il presidente è ancora nel suo palazzo di Damasco. E la guerra è durata sette anni e i ribelli sono spariti da Homs, cacciati dall’esercito siriano sostenuto da quello russo, ma ancor più dalla volontà popolare. La lunga passeggiata che ci concediamo nel centro città non è certo da stomaci leggeri: i dettagli raccontano il cinismo della battaglia, come gli stipiti scarnificati, le insegne abbattute, le serrande di metallo implose, le ringhiere dei balconi amputate, le pietre del selciato divelte, dei libri sparsi sulle macerie…

Poi ci rechiamo al nostro alloggio, il convento dei gesuiti, dove siamo accolti da padre Magdi, egiziano, e dai suoi confratelli. Il luogo è un santuario, perché nel cortile è seppellito un martire della fede, padre Frans van der Lugt, olandese. Non volle abbandonare la città occupata dai ribelli, per rimanere accanto agli ultimi cristiani rimasti nella città, soprattutto anziani. Nel pieno della battaglia, un gruppo di sconosciuti, era un lunedì mattina, aveva fatto irruzione nella piccola chiesa dei gesuiti: padre Frans era stato trascinato, picchiato e infine giustiziato con due colpi alla testa nel giardino del monastero. «Il popolo siriano mi ha dato così tanto, con tanta gentilezza. Se adesso il popolo siriano soffre, io voglio condividere con loro il dolore e le difficoltà», soleva dire padre Frans.

«Oggi anche per noi essere gesuiti vuol dire servire l’uomo – ci spiega padre Magdi –. Offriamo vari servizi anche sanitari a giovani, anziani e famiglie. Offriamo servizi spirituali agli studenti liceali e universitari, cerchiamo di sovvenire a qualche bisogno della popolazione. Ad un certo punto, però, ci siamo accorti che non bastavano soccorsi materiali, dovevamo puntare sull’educazione. Abbiamo così avviato tre centri di sostegno che ora accolgono circa 800 bambini e ragazzi. Dei cristiani e degli alawiti non volevano che accogliessimo dei sunniti. Ho allora detto a questa gente: ”Potete mai immaginare che Gesù chiudesse la porta in faccia a qualcuno?”. Abbiamo superato il problema».

 

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