Lettera ad una professoressa che sciopera

La riforma della scuola se vuole davvero essere tale deve partire dai disabili, sulla scia di don Milani che nella sua esperienza di maestro ed educatore preferì sempre "i montanini", gli ultimi, i più feriti. Ministri e sindacati tornino a Barbiana per lasciarsi sfidare dalla domanda di cultura di questi ragazzi
Professoresse in sciopero

Scendiamo in piazza per riformare la scuola. Protestiamo contro "La Buona scuola". Vogliamo sul serio riformare la scuola italiana? Partiamo dai disabili.

Farebbe così oggi don Milani, unico grande preside, unico e indimenticato insegnante. I montanini di oggi sono i disabili, i feriti, quelli più in difficoltà. Tu scuola, tu governo, tu sindacato  sei in grado di rispondere ai loro problemi? Siete in grado di prepararli al futuro? E invece sembra che per questi bimbi non ci sia posto. Non c’è posto nei comizi, nei sindacati perché non ci sono nella storia scioperi per difendere i diritti dei disabili e ancor meno per difendere quelli dei disabili bambini.  Don Milani oggi avrebbe scritto alle professoresse che scioperano e avrebbe chiesto: quali sono gli interessi in gioco? Si parte dagli ultimi o da un interesse corporativo se pur legittimo? Sono domande scomode che don Milani farebbe e che sono necessarie.

La critica che Milani faceva agli insegnanti di allora era una mancanza di visione, come accade anche oggi, perché lui immaginava una scuola a partire dai montanini e quindi una scuola che dia la parola a quelli che sembrano non aver parole che li definiscano, come sono oggi i disabili: sono loro i montanini di questo tempo.

Manca un Lorenzo Milani e non lo è Renzi, la Giannini, la Camusso, ognuno con le sue giustificazioni e con un comune denominatore: si discute di tutto e su tutto per cancellare la questione dei ragazzi disabili, una questione centrale.

Oggi la Costituzione è ferita ed è tradita proprio su questo punto perché sono ragazzi dimenticati da tutti. Oggi ci sono genitori di disabili che si tassano con diecimila euro per fare ricorso al Tar e consentire ai figli di entrare nelle nostre scuole e di continuare a studiare. Si assiste ad un’infinità di parole sulla scuola ma non c’è in queste parole una sapienza, perché la sapienza la generano le persone più ferite, anche nei progetti di riforma. Se pensiamo che in Toscana il 30 per cento delle scuole non sono a norma sull’accessibilità e impediscono di fatto il diritto capiamo che serve un grande cambiamento collettivo da parte di insegnanti, politici, studenti, famiglie.

Il primo punto di una buona scuola è che questa sia accessibile e si qualifichi per la valorizzazione delle risorse intellettuali ed umane dei ragazzi disabili.

Un secondo punto è la formazione degli insegnanti. I ragazzi disabili necessitano dei migliori insegnanti e il preside non può essere solo il sindaco della scuola, deve essere un garante dei diritti di chi è ultimo. Sarà premiato se i ragazzi disabili concluderanno gli studi e potranno inserirsi in un contesto lavorativo.

Altra questione è affrontare il delicato passaggio verso il mondo del lavoro. Un disabile senza la scuola è morto civilmente perché non avrà lavoro, ma se non ha lavoro non ha futuro. Oggi tanti genitori vedono i loro figli disabili diventati grandi e senza un futuro, ma questo va costruito non ora ma all’inizio perché ora ci troviamo davanti ad un dramma sociale che la società non sa gestire. Perché i disabili sono 200mila in Italia e quindi non pochi ma neanche un numero infinito e investire su di loro non è una scelta caritatevole ma un atto di fedeltà alla Costituzione ed è questo che rende migliore un Paese e lo fa crescere. Le guerre di parole in cui durante questi giorni siamo stati arruolati tutti è un modo astuto per dimenticare i fatti e la realtà e cioè che se io investo su questo ragazzo disabile e l’investimento funziona questo ragazzo finirà la scuola e troverà un lavoro. 

La scuola si gioca una grande partita in questa riforma e ci vorrebbe un Lorenzo Milani, che oggi non c’è ma c’è stato e da Barbiana invia ancora moniti al ceto degli insegnanti, umiliato da troppi governi e al ceto politico. Renzi, la Camusso, Landini, la Giannini tornino a Barbiana e  tornino a leggere don Milani e pensino prima alle persone, ai bambini e ai ragazzi disabili e accettino la sfida della loro domanda di cultura. Se si vince questa battaglia, allora si cambia l’Italia con una cultura della fraternità che sappia riunire un Paese che altrimenti perde pezzi e perde quelli più fragili, sfigurando la sua storia.

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