L’economia di una vita

Viaggio  nella vita del prossimo dottore della Chiesa, che Benedetto XVI proclemerà in ottobre:  Ildegarda di Bingen. Tratto dal romanzo biografico Ildegarda. La potenza e la grazia al primo appuntamento della rubrica
Lucia Tancredi "Ildegarda".

Nel giro di pochi mesi sembra abbia ripreso ciò che i secoli avevano oscurato, così Ildegarda di Bingen, mistica del periodo medievale è stata proclamata santa a giugno e ad ottobre, sarà dottore della Chiesa. Benedetto XVI, particolarmente legato alla figura di questa religiosa, che fondò un proprio ordine, ebbe visioni profetiche sull'evoluzione storica della sua epoca, fu anche musicologa, scrittrice, drammaturga, cosmologa, consigliera politica e compositrice. La sua storia, ricca di avvenimenti esteriori, ma soprattutto interiori l'ha narrata, per Città Nuova, Lucia Tancredi in Ildegarda. La potenza e la grazia, 2010.

«Vidi la luce che declinava l’estate. Mia madre Mechtilde in cuor suo pensava che il buio sarebbe arrivato presto insieme alla pioggia, quell’anno più diaccia di sempre. Era già vecchia.
Nove gravidanze l’avevano sfiancata nelle membra e nell’anima. Quando parlava, il suo viso creava ovunque spigoli. Aveva mani piccole e inerti che non sapevano tirare un bimbo in braccio e dare conforto. Pure i capelli avevano perduto ogni viridità, fili di lino senza colore che a toccarli erano come la lanugine dei piccoli uccelli di passo. Avrei accarezzato quei capelli, ma lei non lasciava fare. Diceva di aver già dato abbastanza. Covava lo stesso risentimento che hanno certi lavoranti che pensano di non essere stati pagati a sufficienza. Non sorrideva. In realtà, non piangeva neppure, quasi che le lacrime le avesse ingoiate tutte o cucite sottopelle, poiché i suoi occhi stentavano ad aprirsi sotto le membrane gonfie.

«Mio padre Hildebert di Bermersheim era una divinità obliqua e distante.
Godeva del possesso di molte terre nei pressi di Alzen, nella conta di Sponheim, pur senza essere un barone. I baroni tuttavia lo trattavano alla pari e invidiavano i suoi cavalli d’una razza giunta dalla Morea, che portavano la criniera ramata. I capelli di mio padre avevano la terra rossa dei suoi cavalli e, a differenza di mia madre, non erano imbiancati.
Egli era un uomo dall’indole sanguigna, caldo d’umore e avido di vita. Mia madre che, al contrario, era malinconica dal sangue lento e mucoso, aveva avuto su di lui lo stesso effetto che ha, sulla pelle viva, la biancheria bagnata. Raramente li vidi assieme. Mio padre era intento alla caccia e girava per lungo e per largo le sue terre facendosi baciare il mantello dai mezzadri. Non era superbo, tuttavia.

«Sapeva che sopra di lui c’era re Enrico, l’arcivescovo di Magonza e un Dio del quale si sentiva suddito. Non conosceva il numero e il nome dei servi della sua casa.
Quanto al destino dei figli, riteneva di aver provveduto: di quelli che erano sopravvissuti, uno era canonico a Magonza, un altro a Thaley e una sorella monaca a S. Disibod.
Avrebbe trovato anche a me una sistemazione. Però non gradiva avermi di torno con le mie ciarle.
Forse perché gli avevano detto che ero malaticcia e non avrei superato la pueritia. Mio padre non amava i malati. Storpi e piagati si tenevano lontani dalla nostra porta. Forse per questo non mi guardava, ma non gli si poteva imputare questa colpa: quale adulto guarda i bambini?

«Una volta, però, si ammalò di febbre. Nel letto smaniava come se volesse afferrare mosche. Lo vegliai in quei giorni, baciandogli le mani e accarezzando i capelli ramati che avevano un odore diverso da mia madre e dalla balia. Come se l’aroma di padre sapesse di un altrove che non conoscevo, perché mi tenevano sempre chiusa in casa a fare la malata, accucciata nel calmo, al chiuso del sangue.
La malattia di mio padre mi piaceva, perché sapevo in cuor mio che sarebbe guarito. Ma intanto era lì, che apriva occhi divenuti grandi e umidi, buoni, pieni di bisogno. E io avrei voluto che il tempo si fosse accucciato con noi come il suo cane. Capii allora, col talento che è dei bambini, che la malattia poteva essere una grande benedizione. Non era la malattia che doveva tenersi lontana dalla porta di casa e che a volte mi tempestava in testa. Nel caso di mio padre era una cosa buona, un raccogliersi gentile attorno alle viscere, ai propri cari – per la prima volta lo sentivo chiedere dei figli –, alla casa. Io già allora odiavo ogni spreco. La malattia insegnava al corpo e allo spirito l’economia esatta della vita. Mio padre guarì e si gettò fuori nel mondo.

«E in cuor mio, mi auguravo qualche lieve malanno che lo schiantasse appena un giorno e lo riportasse a casa.
Erano quelli gli anni dello spreco».

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