L’economia civile ad un punto di svolta

La rocca di Bertinoro in Romagna ospita da 15 anni una delle riflessioni più approfondite all’interno dell’economia civile.  Il trauma di Mafia Capitale per il mondo della cooperazione e la nuova decisiva ricerca di un’economia della coesione
Bertinoro

"Coesione e vulnerabilità” sono le parole che hanno segnato le giornate 2015 di Bertinoro, l’assise che da 15 anni vede salire sulla bella rocca del paesino romagnolo i rappresentanti del variegato mondo del sociale in Italia, grazie all’iniziativa del centro studi Aiccon che ha il suo punto di riferimento nel professor Stefano Zamagni, autorevole economista dell’Università di Bologna.  Le “giornate di Bertinoro” riflettono non solo l’approccio di approfondimento scientifico accademico ma il legame concreto con l’Alleanza delle cooperative e altre diverse realtà promotrici, pubbliche e private. Nell’edizione 2014 aveva tenuto banco il rapporto controverso con il progetto filantropico internazionale, rappresentato in Italia dalla Human foundation di Giovanna Melandri, di veicolare notevoli capitali privati verso le imprese sociali. Soldi concessi non certo a fondo perduto ma con il ritorno di interessi non elevati (a basso profitto) e tempi non paragonabili a quelli dei fondi speculativi (si parla in gergo di “capitali pazienti”). Questo processo di “ibridazione”(che tocca il punto  distintivo del settore, costituito dall’assenza di distribuzione dei profitti) sembrava possibile con la imminente riforma del Terzo settore considerata l’altra gamba, assieme al jobs act, di un piano strategico secondo le intenzioni del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, nominato in questo ruolo mentre era ai vertici della cooperazione italiana 

Dopo un anno, la nuova legge sul Terzo settore ( vasta area di attività genericamente definita “non profit”) è ancora in discussione, il governo  ha vinto il braccio di ferro per la riforma delle banche popolari e il mondo della cooperazione ha vissuto il suo periodo più nero con le indagini di  Mafia Capitale che hanno dimostrato la facile penetrabilità della prassi malavitosa nel settore. Dietro la maschera virtuosa, democratica e egualitaria si possono nascondere interessi completamente opposti come dimostra anche l’uso della copertura giuridica cooperativa ad attività di lavoro nero nel settore agricolo e della logistica.

Uno specchio di questa contraddizione è emersa dal confronto tra i dati descritti a Bertinoro dal sondaggio Swg, un po’ enfatizzato, sulla tendenza degli italiani verso forme di economia comunitaria e la realtà riportata dal presidente della Legacoop, Lusetti, che le 10 migliori idee di imprese innovative nel campo giovanile premiate a Modena, città simbolo del cooperativismo, hanno scelto di costituirsi nelle varie forme di società previste dal codice civile eccetto quella cooperativa.

Esiterebbe perciò un favore crescente verso l’economia della coesione dopo l’overdose, ancora non smaltita, dei dogmi liberisti, ma resta aperto il dubbio sul soggetto capace di interpretarla in modo coerente. Eppure il non profit è pieno di persone che hanno investito gli anni migliori della loro vita nelle più diverse attività con l’intenzione di cambiare il mondo e non certo quello di creare un settore marginale dell’attività economica.  Forse, per andare al bandolo della matassa bisogna far riferimento ai numeri dell’Istat quando ad esempio, come riportato nelle relazioni di Bertinoro, si tiene presente il volume complessivo di 62 miliardi di euro di fatturato delle 544 mila istituzioni non profit che non hanno solo 4 milioni e 750 mila volontari nelle loro fila ma 680 mila lavoratori dipendenti e 270 mila collaboratori esterni.

Di cosa si tratta? Serve solo a coprire attività dismesse dallo Stato sociale (come l’assistenza al disagio) assicurando il servizio ad un costo inferiore? Oppure siamo davanti ad un attività capace di produrre una ricchezza superiore ai dati contabili perché espressione originale ed originaria di un agire economico non asservito alla logica riduttiva dell’homo oeconimicus ?

Non è una questione di nomi ma di sostanza perché esprime una concezione della vita e dell’uomo radicalmente diversa che rischia continuamente di essere addomesticata e resa marginale. E bisogna stare molto attenti a battezzare come “economia della condivisione” (sharing economy) ogni attività resa possibile dalla tecnologia informatica perché fondamentale resta l’antica questione della proprietà dei mezzi di produzione: sono in pochi a livello mondiale a possedere  e condizionare le piattaforme del social networking. Sono questi solo alcuni accenni emersi di un dibattito molto più complesso e ricco dalla propaganda sull’economia che riscopre il suo volto umano in un Paese che vede, di fatto, la sua maggior industria sotto controllo statale specializzarsi nel settore degli armamenti.

Come ha notato Luigino Bruni nel suo intervento a Bertinoro, l’interesse per la responsabilità sociale delle aziende e la valutazione di impatto sociale sono la conseguenza della progressiva estraneità e anonimia dell’impresa dal contesto civile. Le fabbriche, i laboratori e gli uffici sono i primi beneficiari del capitale di conoscenze e relazioni di fiducia di una comunità che si è costruita negli anni. Per facilitare la comprensione di questi concetti basterebbe, ad esempio, girare per le strade di Bertinoro e vedere le tracce di una comunità ricca di relazioni, con la marcia della pace giunta qualche giorno prima da Forlì, le cene africane in una frazione “con cucina romagnola” per conoscere i nuovi immigrati, un manifesto del partito repubblicano che testimonia un radice anticlericale assieme alla folla che da tutta la provincia si è radunata per dare il saluto finale al fondatore della casa della carità attenta agli ultimi e agli esclusi che proprio in questa meravigliosa rocca ha trovato la sua sede. La ricchezza e la bellezza di un luogo, la sua economia si nutre di questa vita così come le vicine foreste casentinesi sono il patrimonio di secoli di presenza dei monaci camaldolesi.

Con il pensiero unico del capitalismo è stata eradicata non ancora totalmente la foresta. In questi anni si vedrà se la riforestazione dell’economia civile avrà davvero preso piede.  Intanto, come prosecuzione dell’approfondimento dell’evento di Aiccon, va segnalato e seguito con interesse l’iniziativa del Consorzio Cgm che, dal 12 al 18 ottobre, nella Milano in procinto di chiudere l’Expo, darà vita ad una ricca  manifestazione che ha la pretesa di mostrare «un nuovo modello di sviluppo per il Paese».   Si tratta della rete di imprese sociali più grandi d’Europa. Come dice il suo presidente Stefano Granata, è ora che di queste imprese non si parli nel ristretto ambito del Terzo settore. La foresta ha bisogno di spazio

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