Le violenze sindacali sintomo della debolezza francese

Oltralpe non è che si stia così bene come taluni vogliono far pensare. Si vive come se la crisi non ci fosse, ma i fondamentali dell’economia sono in rosso profondo
Saint Lazare Paris France © Michele Zanzucchi 1987

Il grande gruppo AirFrance-Klm, che aveva alcuni anni fa esercitato un’attrazione fatale sulla nostra Alitalia, prima della vicenda Cai e del matrimonio con l’Ethiad, annuncia il licenziamento della bellezza di 2900 dipendenti e la chiusura di varie tratte. I sindacati fanno irruzione alla riunione del Cda e hanno preso a mal partito alcuni manager, costretti a fuggire e a scavalcare addirittura delle reti a torso nudo. Immagini che hanno fatto il giro del mondo e che hanno plasticamente mostrato una crisi che in Francia si fatica ancora ad ammettere.

È notoria la violenza insita in certi raggruppamenti sindacali francesi, come hanno testimoniato a più riprese negli ultimi anni le manifestazioni degli agricoltori. La Francia è forse più dell’Italia un Paese corporativo, con categorie di lavoratori estremamente influenti. La politica ha paura di queste manifestazioni: vedremo come reagirà il presidente Hollande che, dopo essersi risollevato nei sondaggi dopo la vicenda Charlie Hebdo, sta di nuovo scendendo nella considerazione dei suoi concittadini.

L’umiltà di popolo non è certo la principale qualità dei francesi, che da sempre hanno una autostima assai elevata. Ciò che ne ha fatto per decenni un Paese-guida in tante vicende internazionali. Ma alcuni episodi recenti – lo sciagurato attacco in Libia voluto da Sarkozy, certi processi politici per corruzione, lo sforamento ormai pluriennale del tetto del 3 per cento di deficit del Pil, la complessa gestione della vicenda Charlie Hebdo e ora la faccenda AirFrance… – mostrano come anche Parigi debba mettere il saio e avviarsi su un cammino di austerità, sobrietà e modestia. Con gravi indebitamenti, ma senza comunque il fardello del deficit pubblico quasi incontrollabile che pesa sugli italiani.

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