Le piazze europee

Non solo Hong Kong, Beirut o Santiago del Cile. Anche in Europa non mancano le proteste pubbliche. Un breve percorso sorprendente

Mentre le piazze del mondo intero sembrano accendersi, un’occhiata alle proteste in corso in Europa ci fa risalire al novembre 2018, quando i gilet jaune invasero le strade in Francia. La goccia di troppo? il prezzo del carburante. Non fu questo il motivo di protesta in altri posti, ma in Belgio e Olanda subito dopo apparvero altri “giubbotti gialli”, le cui ragioni non sono mai state chiarite. Anzi, c’è chi ha detto: «Certi manifestanti sembravano essere lì solo perché avevano la possibilità di affrontare la polizia». Ma non sempre la violenza (sorta di sport a rischio per troppi europei) è protagonista: a Rotterdam i protestatari cantavano e distribuivano fiori.

La miccia in ogni caso è stata diversa in altre piazze. A Budapest, nel dicembre 2018, fu la cosiddetta “legge della schiavitù”, che consentiva ai datori di lavoro di richiedere fino a 400 ore extra all’anno dai dipendenti. Lo stesso mese, a Belgrado, si protestava contro l’attacco brutale contro il leader della sinistra, Borko Stefanovic, mentre in Albania gli studenti chiedevano una riduzione delle tasse universitarie. A Londra, invece, oltre le manifestazioni riguardanti la Brexit, le proteste hanno avuto come spunto le visite del presidente Donald Trump; era successo nel luglio 2018 e si è ripetuto in occasione del vertice per il 70° anniversario della Nato.

Secondo il portale di notizie Business Insider, tra le quindici più grosse proteste nel mondo durante il 2019, tre sono europee: il primo ottobre a scendere in piazza sono stati gli allevatori e agricoltori olandesi, offesi perché accusati di causare elevate emissioni di CO2, che hanno bloccato oltre mille chilometri di autostrade in ora di punta; l’8 ottobre, in Francia, ai giubbotti gialli si sono aggiunti gli agricoltori, provocando l’intervento di oltre 7.500 polizotti (questi stessi protestano per l’alto tasso di suicidi nei propri ranghi, dovuti allo stress eccessivo: 35 del 2018, 49 nel 2019; e in Russia si protesta per l’intensa ondata di arresti da parte della polizia nelle manifestazioni per la difesa della libertà d’espressione.

Un timbro simile, in difesa del diritto a decidere, hanno avuto le proteste indipendentiste in Spagna, che meriterebbero però più spazio. Una motivazione specifica è quella che spinge il gruppo ecologista “Extinction Rebellion” a manifestare periodicamente a Berlino, Londra o Madrid per segnalare la crisi climatica. E non vanno dimenticate le proteste pubbliche dell’ottobre scorso, soprattutto in Germania e Francia, per gli attacchi turchi contro i curdi nel nord della Siria. Da non tralasciare, poi, le proteste a novembre contro il Black Friday in diversi Paesi, per denunciare il consumo e le sue conseguenze climatiche. In Francia si è arrivati ai magazzini de Amazon perché «ha le stesse emissioni di gas serra di uno Stato», ha detto Jean-François Julliard, direttor di Greenpeace Francia.

La giornalista Gemma Saura, in un lungo articolo sul quotidiano La Vanguardia, parla di un «virus della protesta» che attaccherebbe ogni forma di sistema politico e che trova precedenti solo nel rivoluzionario 1848 o nei tumultuosi anni Sessanta del secolo scorso. «Mai prima nel mondo tanti cittadini sono usciti in piazza, sebbene gridino slogan e perseguano obiettivi diversi».

Infatti, una comprensione compiuta del fenomeno manca ancora, e sorprende la novità segnalata dal ricercatore Richard Youngs, del Fondo Carnegie per la pace internazionale: «È la prima volta che si verificano proteste in tutte le regioni e in tutti i tipi di sistemi politici. Sia nei paesi più ricchi e democratici, come la Francia, che in quelli più autoritari come il Venezuela. Qualcosa sta succedendo nel rapporto del cittadino con lo Stato, con il potere pubblico. Osserviamo una frustrazione nei confronti dei loro governi, che accusano di non rispondere alle loro richieste. Questo è il legame tra le proteste».

E un’analisi simile fa il sociologo tedesco Dieter Rucht, esperto in materia, quando dice: «Un movimento di protesta europeo sarebbe una minaccia se fossero preoccupazioni transnazionali, se ad esempio fossero in gioco i lavori di pescatori, viticoltori o agricoltori, ma ciò che si osserva in quasi tutte le parti d’Europa è un crescente livello di disgusto e irrequietezza».

 

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