Le perdite di gas naturale dovute al fracking

Un’innovazione che ha cancellato la dipendenza energetica estera degli Stati Uniti, vi ha riportato il prezzo dei carburanti a quello di venti anni prima, creando il nuovo boom dell’industria automobilistica
fracking

Negli ultimi anni le perdite di gas naturale sono state notevolmente aumentate a causa della  trivellazione dei pozzi per il fracking – negli USA ben centomila ed altri in varie parti del mondo – realizzati per liberare da giacimenti di roccia compatta, fratturata con esplosivi e maggiormente fessurata con acqua ad alta pressione mista a  detergenti e sabbia, per poi convogliare il gas ed il petrolio liberato tramite il pozzo di trivellazione.

Non tutto il gas però si libera nel condotto di trivellazione, una parte segue altre vie, le fratturazioni delle rocce delle falde freatiche tramite cui raggiunge gli acquedotti ed i lavandini di casa (https://www.youtube.com/watch?v =4LBjSXWQRV8), ed anche l’atmosfera.

 

Proibire il fracking? La ripresa degli ultimi anni della economia reale statunitense – cellulari e computer sono fabbricati altrove – è molto legata al fracking, innovazione industriale che ha coinvolto imprenditori, finanza ed industria a fabbricare ed utilizzare decine di migliaia di attrezzature mobili di trivellazione, purificazione, pompaggio, stoccaggio necessarie a trivellare migliaia di pozzi contemporaneamente ed a  movimentarne i prodotti,  creando centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Il fracking ha cancellato la dipendenza energetica estera degli Stati Uniti, vi ha riportato il prezzo dei carburanti a quello di venti anni prima, creando il nuovo boom dell’industria automobilistica: una innovazione strategica che ha indotto Obama a sconfessare la politica ambientale, esentando le attività del fracking dal “Safe Drinking Water Act”, il complesso di disposizioni sulla qualità dell’acqua potabile ed il controllo della tossicità dei prodotti iniettati nei pozzi.

 

Il boom del fracking è iniziato con il petrolio a 90 dollari al barile e tutti gli investimenti che hanno portato alle trivellazioni oggi produttive sono stati basati su tali aspettative di ricavi, e costi di estrazione di 70 dollari al barile:  nell’ultimo anno però l’Arabia Saudita, colpita da questo nuovo concorrente nato a casa del suo primo cliente, per bloccarlo ha fatto scendere il prezzo del petrolio a 30 dollari: nel frattempo la ingegnosità statunitense a fatto crollare il costo di produzione a 20 dollari, ma gli investimenti  contratti  quando si perforava a costi più alti rimangono ed a quersti prezzi non trovano più modo di essere ripagati.

Le aziende produttrici che non si erano protette dal possibile calo dei ricavi tramite prodotti finanziari, ora stanno fallendo, altrimenti soffrono perdite coloro che avevano investito nei  prodotti inventati dalle banche per assicurare i ricavi precedenti, che oggi da un valore complessivo di  200 miliardi di dollari sono passati a 100 miliardi: tal quale  i derivati tossici del 2007 nati per assicurare il rimborsi dei mutui delle case dei meno abbienti che con l’aumento dei tassi non erano più riusciti più a pagarne le rate.

 

La finanza ha la memoria corta: gli USA, con la invenzione del fracking avevano creato quel surplus che aveva fatto scendere il prezzo del petrolio ed ora Wall Street, davanti al fantasma di questo possibile nuovo disastro finanziario, fa il tifo perché il prezzo del petrolio risalga almeno un po’: infatti, quando il petrolio scende trascina con se le quotazioni di borsa.

Il tutto conferma che è l’ora di rivolgersi sempre più decisamente alle risorse davvero rinnovabili, l’eolico, il solare termico, il fotovoltaico, l’idroelettrico, il geotermico, il carburante prodotto da biomasse, ma sempre che esse non abbiano utilizzi alimentari   alternativi, come l’olio di palma ed il mais: ma per rendere tutte queste energie decisamente convenienti, un prezzo del petrolio così basso non aiuta.

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