Le Filippine s’avvicinano alla Cina

Viaggio ufficiale del presidente Rodrigo Duterte in Cina: si preannuncia un deciso avvicinamento del Paese delle 7000 isole al colosso asiatico. La posizione di Pechino e la politica del “ci si sviluppa insieme”
Duterte

È partito, alla volta di Pechino, il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, per il suo primo viaggio ufficiale in Cina, un viaggio che sta attirando l’attenzione della stampa e dei politici del mondo intero, Usa e Russia in testa, ma anche quelli del Sud East Asiatico, con le sue dieci nazioni che costituiscono il vero mercato emergente del pianeta, una regione di importanza strategica sia economicamente che militarmente.

 

Duterte lo sa molto bene, e non ha nessuna intenzione d’essere lasciato ai margini dello sviluppo dando ancora il suo incondizionato appoggio agli Stati Uniti d’America che, a suo avviso, «non hanno contribuito allo sviluppo del Paese», ma solo ai suoi conflitti con i separatisti islamici. «Se continuano a stazionare nel Sud – ha detto il presidente filippino un mese fa –, la guerra non finirà mai».

 

Primo grande sconcerto internazionale: «Ma come si permette il neo-eletto presidente di dire una cosa del genere dell’alleato storico delle Filippine, contro i cattivi comunisti e islamici del Sud?», hanno tuonato esponenti dell’opposizione. Duterte è quindi andato anche oltre… Intanto è in Cina, «il solo Paese che può aiutare le Filippine a svilupparsi», ha detto. Ed è partito con una schiera di più di un centinaio di uomini d’affari, in previsione della firma di affari per svariati miliardi di dollari.

 

Qualcuno tra gli analisti occidentali storce la bocca e grida alla cospirazione cinese, che vuol prendersi sotto l’ala protettrice tutta la regione. Ma è un’accusa difficile da sostenere, perché nei fatti gli Stati Uniti da tempo stanno perdendo per strada importanti e storici alleati nel subcontinente, in primo luogo la Thailandia, che culturalmente e economicamente oggi trova nella Cina un partner ideale e comprensibile.

 

Dal canto suo, la Cina ha saputo in questi ultimi due decenni dare prova di correttezza economica e di non interferenza nelle questioni politiche di vari Paesi dell’Asean. Adotta in effetti una politica “win-win”, cioè “vinci tu che vinco anch’io” (ognuno vince), e non, come molti in Estremo Oriente ormai accusano l’Occidente, una politica di competizione sleale nei confronti delle economie emergenti, schiacciandole per prendersi le materie prime a basso costo e poi andarsene senza lasciare sviluppo. La Cina nei fatti arriva e investe, almeno così sta succedendo in Thailandia, in Cambogia, in Myanmar; è la politica del «ci si sviluppa insieme», un concetto tipico della cultura di questa parte del mondo.

 

In più, la quantità di prodotti e potenzialità finanziarie che la Cina offre ai suoi partner asiatici è non paragonabile a quanto offre l’Occidente, strozzato sempre più da crisi economiche endemiche e senza fine. E la questione del Mare cinese meridionale, tanto discussa in questi ultimi mesi? La vera questione, come Russia e Cina affermano, non è tanto il petrolio presente apparentemente sotto la crosta terreste delle piccole isole al largo del Vietnam, contese da ben 5 Paesi; la vera questione è che da decenni gli Stati Uniti vogliono contenere la Cina e la sua capacita d’intervento via mare e di passaggio delle sue navi commerciali nella striscia di mare in questione, che tocca Vietnam, Filippine, Malaysia, Singapore e Indonesia.

 

È la striscia di mare più ricca e trafficata del pianeta… Una zona che deve restare libera, cioè aperta a tutti. Ed è soprattutto una questione che le nazioni della regione devono discutere tra di loro, senza interferenze da parte di altre superpotenze che non hanno diretto accesso. Questo è il desiderio della Cina, ed ora anche delle Filippine. In parole povere, come Pechino afferma, gli Usa che sono decine di migliaia di chilometri lontani dalla regione, non hanno nessun potere né diritto di voler partecipare alla discussione della questione.

 

Duterte, in modo imprevedibile, sta dando ragione alla Cina: «Noi vogliamo fare affari con la Cina e non la guerra; con la guerra è tutto perso», ha affermato proprio in questi giorni il presidente filippino. Questo cambia completamente gli equilibri della regione, in quanto le Filippine, da decenni sono stati diligenti e passivi alleati degli Stati Uniti, avendo in casa ben cinque basi militari americane. Per Duterte bisogna voltare pagina: «I soldati americani hanno avuto abbastanza tempo per giocare con i soldati filippini. È ora di cambiare ed invitare Cina e Russia a esercitazioni militari nel nostro Paese». Come si vede, è uno scenario totalmente insolito e impensabile fino a pochi mesi fa, che rimette in discussione gli equilibri asiatici e mondiali.

 

Queste, in soldoni, le posizioni convergenti della Cina e del presidente filippino. La questione non è così semplice come potrebbe sembrare ed è chiaramente molto delicata, perché sovvertire equilibri secolari creerebbe inevitabilmente contraccolpi e sorprese non necessariamente gradevoli nella Regione. Tra l’altro, non si può dire che l’atteggiamento cinese non abbia anch’esso dei pericolosi risvolti neo-colonialisti, senza parlare del rispetto dei diritti umani, come la situazione africana sta dimostrando.

 

Inoltre i metodi “muscolosi” di Duterte in patria e anche nelle relazioni internazionali non sono questioni di secondo piano in uno scenario diplomatico che ha bisogno sì di franchezza ma anche di rispetto reciproco.

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