Le caprette illetterate

Dall'Aula Magna dell'università, il giorno precedente, ero uscito con le gambe che mi tremavano...
Caprette
Dopo la mia prolusione preparata in base all’esperienza dell’anno precedente, era intervenuta una collega che, suppongo per l’invidia provocata dagli applausi che avevo ricevuto, aveva fatto un commento alla mia esposizione che annullava praticamente il pensiero sul quale avevo costruito il discorso. Lei con voce acuta sentiva il dovere di contraddirmi perché, perché, perché …

 

Quelle precisazioni avevano agghiacciato la sala, mentre la mia testa si era accesa di voglia di difendere le idee che fra l’altro erano frutto di un intenso lavoro comune.

 

Non era l’insuccesso che mi tormentava, ero amareggiato, offeso da un modo di vedere le cose che non teneva conto dell’altro, sconcertato da una difesa di istituzioni morte e non di persone vive. Chiesi al capocattedra, che mi sedeva accanto, se potevo aprire il vespaio dimostrando il non senso e le contraddizioni della collega. Lui rispose, impassibile: “Non ammazzarla ora, ammazzala domani!”. Gli chiesi il permesso di non rimanere ancora lì e di dispensarmi anche dalla cena ufficiale.

 

Nell’intervallo che seguì, uscii dalla sala e dall’edificio. Colleghi e studenti formarono una lunga fila per stringermi la mano. Ed io mi sentivo senza sangue nelle vene.

Mi allontani a piedi dall’università verso la periferia della città, dove cominciava il bosco. Conoscevo i sentieri: quante lezioni preparate lì, quanti colloqui con gli studenti, quante corse!

 

Mentre i pensieri stavano raggiungendo l’ebollizione, il belato di una capretta che stava dietro un recinto mi distrasse. Mi avvicinai. Lei fece altri belati. Dentro il recinto anche le radici dell’erba erano da tempo mangiate. Andai a cercare in giro erba fresca. Cercai cicoria selvatica. Quando fui al cancello di capre ce n’erano tre, quindi altro tarassaco da cercare. E ogni volta che tornavo al cancello, trovavo il numero delle capre cresciuto. Insomma ci volle un’ora prima che potessi allontanarmi da quel recinto.

 

Quando ripresi la strada per tornare al collegio, dove occupavo una camera nel settore riservato ai professori, avevo una profonda serenità. Le caprette avevano mangiato anche la radice della mia voglia di vendicarmi. E ne fui felice. Sentivo in me un’immensa gratitudine verso Dio-Amore che maternamente mi aveva aiutato a uscire dal tunnel del rancore.

E non era finita. Quando arrivai alla mia stanza, vidi legata da un nastrino alla maniglia della porta una busta. Altre volte avevo trovato messaggi o comunicazioni che la portinaia in genere infilava sotto la porta per essere sicura che mi arrivassero.

 

La busta, di colore rosa, era chiusa. L’aprii con le mie dita verdi. C’era un foglio con un ornato di fiori delicati disegnati a mano. Cercai la firma. Non c’era.

“Ancora non ti sei reso conto che ti voglio bene?”.

Chi poteva essere? In quel momento non ebbi assolutamente l’idea di indagare tra i volti di alunne o colleghe, ebbi piuttosto l’impressione che quella lettera fosse caduta dal Cielo.

 

Mi distesi sul letto. Ripassai la lunga giornata, il fallimento del mio intervento, sentivo il belato delle insaziabili caprette. Anche il volto della collega, viola per la rigidità delle sue convinzioni, mi provocò una certa compassione. Forse le capre sanno quale erba cura l’invidia, come avevano curato la mia rabbia.

 

E poi la dichiarazione d’amore! Io non so immaginare gli angeli, ma in quel momento li immaginai come dei postini nascosti dentro le nuvole che fanno cadere dal cielo, al momento opportuno e all’indirizzo esatto, messaggi che aiutano il destinatario a guardare oltre le parole.

 

La mattina seguente, prima di andare all’università, passai dal mercato per chiedere alle donne che venivano dai villaggi, scarti di verdure. Ne raccolsi due bei sacchi di plastica. Le caprette meritavano.

 

Arrivai all’università accolto dal saluto solidale dei colleghi. Raggiunsi la stanza del mio capo. Ispezionò la mia faccia, sorridendo guardò verso le mie tasche. No, non avevo armi. Un sorriso soddisfatto e benevolo sottolineò la stima che ci legava e … la vittoria del buon senso. Lui non mi chiese nulla. Che cosa avrei potuto dire? Forse delle caprette, sì, avrei avuto da raccontare, ma non dentro l’università! Le caprette sono illetterate.

 

(dal blog di Tanino Minuta)

 

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