Le bombe statunitensi salveranno i cristiani?

Lasciare l'Iraq è l'unica soluzione? Le missioni militari possono riuscire a pacificare una terra sempre più martoriata? Una riflessione
Cristiani in fuga dall'Iraq

Il vangelo è segno di contraddizione per un Occidente che combatte il califfato con le armi e vuole disarmare, al contempo, Gaza e Israele. Incoraggiare i cristiani a fuggire equivale a favorire i piani del fondamentalismo. E se invece ci si trasferisse in massa in quelle terre?

“Beati voi quando vi perseguiteranno”: Gesù lo dice a noi oggi, in questa assurda guerra in Iraq, in questo assurdo conflitto tra Israele e Gaza. Ce lo ripete ora quando la tentazione di mettere tra parentesi il vangelo è forte. Svuotiamo la Parola se non parliamo proprio ora, in questo momento di crisi, delle beatitudini. La persecuzione e il martirio non vanno ricercati, ma vengono donati nella grande storia, come nella piccola storia personale, quando una malattia o una disgrazia vi irrompono.

Seguire un Dio crocefisso comporta nel suo stesso esempio il dare la vita per il Vangelo, il non sfuggire alla croce. E allora perché ci si prodiga a incoraggiare la fuga dei cristiani? Davvero spopolare il Medioriente dai seguaci di Cristo è la strategia più efficace per garantire la pace o invece non si favoriscono in questo modo i giochi del califfato e degli estremisti? Il vangelo continua a porci di fronte a domande scomode.

Nel settembre 2013 il papa ha fermato il bombardamento della Siria, da parte degli Usa, con una giornata di digiuno e  preghiera e tutti vi abbiamo aderito dicendo che la guerra non risolveva nulla. Ora invece invochiamo le bombe americane. Cosa è successo a distanza di pochi mesi? Nell’intento di scongiurare il conflitto siriano il papa aveva trovato un appoggio forte nella Russia che aveva convinto Assad a consegnare le armi chimiche. Oggi la Russia sul Medioriente non è in grado di dire nulla, isolata come è in Europa a causa del grave conflitto ucraino, dove assieme alle responsabilità andrebbero valutate le conseguenze di quest’isolamento internazionale.

E intanto il partito della guerra continua a uscire vincitore nelle crisi: quella tra Israele e Gaza ha già mietuto duemila vittime e raso al suolo circa diecimila case, mentre non si vede esito pacifico a questo conflitto che non sarebbe neppure dovuto nascere. E intanto gli uomini del califfato continuano ad essere armati con le migliori produzioni dell’industria bellica, frutto delle aziende occidentali. Accade così che, da una parte, lavoriamo per i negoziati, dall’altra invochiamo le bombe per i jihadisti, mentre a uscirne sconfitti sono non solo i cristiani, ma sciiti, yazidi, sunniti moderati, curdi.

Mi domando in che modo i cristiani possano restare oggi in Medioriente. Con le bombe degli Usa? No. Ci vuole la mobilitazione della fraternità tra le chiese, unica strada per impedire questo esodo e far sì che i cristiani, e non solo, restino in quelle terre e non tanto per le armi, ma per la cooperazione, per la solidarietà capace di mostrare loro la nostra condivisione concreta. Quindi non vanno incoraggiati alla fuga, non si può farli sentire abbandonati: oserei proporre trasferimenti quasi in massa in quelle terre perché tirarli fuori equivale a cacciarli, significa fare il gioco dei terroristi. Dove siamo stati in tutti questi anni quando per loro non c’era prospettiva in quelle terre, quando la loro presenza non veniva valorizzata, come gli siamo stati fratelli? Chiedevamo con loro la riconciliazione e ora affidiamo la pace alle bombe? La fraternità ancora una volta deve entrare in azione soprattutto verso i piccoli di tutte le appartenenze violati dalle assurdità delle guerre, perché ancora una volta la posta in gioco non sono le case e neppure la vita, ancora una volta c’è di mezzo il vangelo sacrificato all’idolo della guerra bramoso di vittime innocenti.

Il richiamo alla preghiera, in questi giorni sanguinosi è costante. Attenzione a non farne però una patina di buona coscienza che non ci interpelli sulle scelte vere, evangeliche, fraterne, perché la preghiera senza azione rischia l’ideologia e prima di inginocchiarci a supplicare la pace vanno gettate via le armi da qualsiasi parte provengano, senza l’opportunismo della politica che persegue altre strade rispetto a quelle del vangelo. Senza quest’azione decisa la preghiera diventa astuzia, vela il vangelo e ci preoccupiamo più di quelli “che uccidono la carne”, invece che temere chi sta uccidendo lo Spirito, come san Paolo ripeteva ai cristiani in tempi altrettanto difficili.

Profeticamente nell’autunno del 1990, mentre spiravano i venti della Guerra del golfo, Giuseppe Dossetti scriveva su “Il Regno”: “L’islamismo radicale aveva bisogno di questo e ne trarrà vantaggio. Anche se Saddam Hussein fosse eliminato, l’occidente si troverà di fronte un islamismo radicale più difficile da combattere e ideologicamente più inestirpabile, sia nei paesi musulmani che nell’Europa stessa. Vi saranno conseguenze evidentissime per la chiesa. C’è letteralmente pericolo dell’estinzione della chiesa nei territori palestinesi e giordani e in quel pochissimo di chiesa che poteva esserci negli altri territori di Arabia; una chiesa, cioè, ridotta a vivere all’interno degli edifici di culto. Il fatto che la prepotenza americana abbia costretto tutti i paesi, ormai vassalli, ad associarsi all’impresa, ha dato alla medesima un marchio di universalità che rievoca per tutto il mondo orientale la qualifica e il ricordo delle crociate, con tutto quello che ne segue: il ricordo degli eccidi e dell’intolleranza. Ma questo ricordo suscita anche nei musulmani la bellissima ed eccitante speranza che il trionfo degli occidentali sia effimero, come è stato effimero quello dei crociati”. Facciamone memoria anche in questi giorni cruenti.

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