Le attese dell’autunno caldo del ’69

A 50 anni dalla pretesa di cambiare il mondo, partendo dalla fabbrica

Marco lavorava come fattorino da dipendente di una grande società. Ad un certo punto gli è stato detto che avrebbe guadagnato di più mettendosi in proprio. Sarebbe diventato un “padroncino”, senza perdere la divisa con il nome dell’azienda che lo avrebbe aiutato a comprare il furgone e protetto con un contratto di esclusiva. Si è poi reso conto che tale accordo poteva durare al massimo tre anni, dopodiché sarebbe stato libero di trovare migliore occasione e diversificare la sua attività. L’ex datore di lavoro gli ha prima proposto di ridurre il compenso, ormai fuori mercato, per poi comunicargli che, “purtroppo”, era costretto a rivolgersi ad altri. Non lo ha licenziato: tecnicamente si è trattato della disdetta di un contratto di fornitura. Marco non ha più lavorato. Ha venduto il furgone per pagare le rate del mutuo e si è messo a fare, in nero, il giardiniere, ma un infortunio lo ha messo fuori gioco e ora non sa come fare. Meno male che esiste il Servizio sanitario nazionale e che la moglie ha un impiego stabile, altrimenti non saprebbero come sbarcare il lunario.

EPA/FRIEDEMANN VOGEL
EPA/FRIEDEMANN VOGEL

Un ex collega di Marco è riuscito a mantenere il furgone. Deve svegliarsi alle tre per trasportare latticini freschi per un grossista. Viene pagato in base al numero di consegne. Il suo interlocutore è molto esigente. Gli ha fatto capire bonariamente che esiste un esercito di persone disposte a sostituirlo.

Ultimi e penultimi

Non sono racconti dell’orrore, ma storie comuni di parte del mondo del lavoro dei nostri giorni. Esiste una separazione tra posizioni ancora saldamente garantite e aree dove non vale la distinzione teorica tra gli ultimi (i migranti che arrivano senza niente) e i penultimi (gli italiani delle classi medio basse timorosi di precipitare verso il basso).

La guerra, poi, che si scatena tra poveri, viene vinta dai ricchi, insegna la saggezza popolare. Eppure esistono sorprendenti segni di resistenza, come ha dimostrato Simone di Torre Maura, a Roma, l’adolescente che ha affrontato un gruppo di teppisti intenzionati a far scaricare la rabbia di un quartiere contro l’insediamento d’emergenza di alcune famiglie rom. Le istituzioni, ovviamente, sbagliano a riempire le periferie di problemi, come la sistemazione d’urgenza dei senza casa. Simone ha detto che non è l’infima percentuale di rom a creare il problema, quanto lo stato di abbandono del territorio. Il padre del giovane – si è scoperto in seguito – è stato tra gli oltre 1.600 lavoratori del call center di Almaviva, licenziati in tronco, nel Natale 2016, per non aver accettato, al contrario dei colleghi di Napoli, la riduzione del loro già modesto stipendio.

Alcuni ex dipendenti della societa' Almaviva protestano per il loro licenziamento, durante il corteo dei Re Magi a Piazza Navona, Roma, 6 gennaio 2017. ANSA/GIORGIO ONORATI
ANSA/GIORGIO ONORATI

Alla radice di queste vertenze troviamo un’accanita concorrenza nel campo dell’outsourcing. E cioè di quelle attività (tipo il call center o la manutenzione) non considerate centrali dalle aziende e pertanto affidate a terzi con contratti dalla durata breve e a costi sempre più ridotti che finiscono per scaricarsi inevitabilmente sull’anello più debole della catena. In buona parte Almaviva è in questo segmento di mercato, dove non si riesce ad imporre un efficace divieto normativo degli appalti al massimo ribasso o la penalizzazione per la delocalizzazione all’estero dove i costi sono molto più bassi («l’operatore risponde dall’Albania»). L’azienda, che si definisce il quinto gruppo privato italiano per numero di occupati nel mondo (45 mila persone di cui 34 mila all’estero), è ora al centro del dibattito per altri 1.600 licenziamenti della sede di Palermo, causati ufficialmente dal taglio delle commesse da parte di Wind Tre e Tim.

Che peso può avere il governo italiano davanti a giganti economici come lo statunitense Fondo di investimento Elliot (che ha scalzato la francese Vivendi dal controllo di Tim) o il più ricco imprenditore cinese, Li Ka-Shing, che possiede Wind Tre tramite la multinazionale CK Hutchison Holdings Limited che ha sede a Hong Kong ma è registrata nel paradiso fiscale delle britanniche Isole Cayman? Tim e Wind derivano dalla telefonia di Stato, classico esempio di una errata e frettolosa privatizzazione. Così come Almaviva, fondata da un ex dirigente Ibm, ha acquisito Finsiel, società leader a livello europeo nel settore informatico fino a quando era sotto il controllo pubblico (Iri e Banca d’Italia).

Solo recentemente, anche grazie al contributo dell’economista italo-statunitense Mariana Mazzuccato, si è tornati a considerare il ruolo centrale dello Stato nell’innovare e indirizzare il corso dell’economia. Nelle altre nazioni il valore aggiunto nel campo della ricerca e della tecnologia, che assicura qualità e stabilità dei posti di lavoro, trova la sua origine in agenzie pubbliche, dato che, di norma, l’impresa privata, stressata dalla competizione, è orientata alla rendita finanziaria nel breve periodo piuttosto che ad investimenti di lungo termine in settori strategici.

Il declino dell’Italia risiede nell’aver perso grandi attori industriali in settori decisivi, chimica e informatica, anche se ancora contendiamo alla Francia il secondo posto, dopo la Germania, tra le prime manifatture in Europa. Esiste un tessuto di piccole e medie aziende sane, capaci di imporsi a livello internazionale, ma che non possono contare su risorse indispensabili per la ricerca e l’innovazione.

Anche i vicini d’Oltralpe accusano i colpi di una violenta globalizzazione del lavoro. Nel film In guerra di Stéphane Brizé (2018) si palesa l’impotenza dell’Eliseo, icona della grandeur presidenziale, davanti alla proprietà tedesca di una società che chiude l’attività perché non abbastanza redditiva, nonostante la qualità delle maestranze e le ipotesi di subentro di altri imprenditori. Il finale tragico arriva inesorabile, compresa la rottura interna tra i lavoratori e gli stessi sindacati.

La solitudine e l’impotenza del singolo davanti ai poteri prevalenti minano alle radici lo stesso concetto di democrazia e di cittadinanza.

Democrazia economica

Difficile collegare ciò che avviene oggi con la pretesa emersa nel 1969 con l’Autunno caldo. Un periodo di forte tensione verso la “democrazia economica”, nella convinzione che le libertà conquistate con la Costituzione potessero entrare dentro le imprese, legate ancora a pratiche servili. Un’esigenza che si è poi realizzata in parte con la legge 300 del 1970 (lo Statuto dei lavoratori). Una stagione di conflitti, scioperi e occupazioni, sostenuto dall’attesa di un mutamento radicale. Come ha riconosciuto Sergio Bologna, attento studioso di quegli anni, una componente decisiva di quel movimento – si pensi a figure come Pierre Carniti – ha avuto origine dall’umanesimo cristiano riscoperto grazie al Concilio vaticano II e all’enciclica Mater et Magistra.

Per decenni è stato normale trovare, ad esempio, nei manuali di pastorale sociale il riferimento alla “cogestione” come diritto di partecipazione dei lavoratori alle scelte fondamentali delle imprese. Oggi il riferimento più frequente alla partecipazione è quella, parziale, sugli utili, concessa da una “proprietà illuminata” come forma di incentivo.

Solo con l’esperienza crescente delle imprese recuperate è ricomparsa la pretesa dei dipendenti di acquistare aziende in crisi, destinate al fallimento o allo smembramento, per farle rivivere con una gestione partecipata. Azioni che richiedono di non trovare ostacoli da parte delle banche come propone il “Forum diseguaglianze diversità”, costituito da associazioni di cittadinanza attiva, tra le quali la Caritas, e ricercatori che hanno elaborato 15 proposte per la giustizia sociale. Tra queste l’introduzione del “Consiglio del lavoro” come forma organizzativa, aperta alla cittadinanza, prevista in altri Paesi avanzati, per rendere possibile «la partecipazione strategica di lavoratori e lavoratrici alle decisioni delle imprese» su «localizzazione, condizioni e organizzazione del lavoro, impatto delle innovazioni tecnologiche su lavoro e retribuzioni».

Una sfida che, per essere davvero efficace, non può essere confinata dentro l’azienda, ma proiettata sulla società intera, altrimenti si rischia di difendere gli interessi di alcuni contro altri, la salute contro il lavoro come avviene all’Ilva di Taranto e in tanti siti inquinanti. Occorre una precisa visione del mondo per incidere e decidere “cosa, per chi e come produrre”. È su questa base che alcuni operai hanno opposto negli anni ’80 il loro rifiuto alla produzione di armi destinate ai Paesi in guerra, fino a far approvare una legge (la 185/90) rimasta costantemente sotto attacco. È questa pretesa di cambiare il mondo che racchiude la cifra di un’epoca. Nelle testimonianze raccolte dalle inchieste sul campo di Marco Revelli, emerge che “l’autunno caldo” cominciò, nella Fiat di Torino, nell’aprile del ’69, quando la massa dei lavoratori immigrati del Sud lasciò, per la prima volta dal 1950, il posto per scioperare in solidarietà contro la morte degli operai uccisi durante una manifestazione a Salerno: «Eravamo fratelli, ci si voleva bene, eravamo uniti».

La novità non avvenne all’improvviso, ma al culmine di una lunga maturazione. Oggi si dibatte sui diritti dei riders, fattorini in biciletta del cibo a domicilio, messi in pericolo da un algoritmo che introduce il cottimo (più consegni e più guadagni). Si contabilizza l’aumento degli infortuni mortali determinati dalla precarizzazione del lavoro, mentre non si discute delle pensioni misere che attendono i giovani adulti intrappolati nei redditi bassi. Quale legame sociale si può generare nonostante tutto?

Autunno caldo del ’69

Periodo di forti rivendicazioni operaie, con epicentro nelle grandi città del Nord Italia, condivise da milioni di persone nel Paese, a partire dalla vita delle fabbriche (orari, salari, salute, uguaglianza) fino a istanze politiche di democrazia economica. Stagione di conflitti e conquiste sociali, contrastata dalla strategia della tensione (attentati di piazza Fontana a Milano e piazza della Loggia a Brescia) e dall’insorgere del terrorismo. Di solito la sua fine viene fatta coincidere con la sconfitta dei sindacati confederali consumatasi nel 1980 dopo 35 giorni di sciopero alla Fiat di Torino.

Sicurezza e dignità oggi

CLAUDIO ARLATI

Cisl Emilia Romagna e direttore di SindNova, associazione che promuove la partecipazione dei lavoratori nelle imprese

Un indice della situazione attuale dei lavoratori si riscontra dall’aumento degli infortuni mortali sul lavoro. La difesa della salute sul luogo del lavoro è stata una delle leve decisive delle rivendicazioni del 1969.

Come si spiega l’impennata dei caduti sul lavoro nel nostro Paese?
Il vero problema è la mancanza di una strategia nazionale di prevenzione contro gli infortuni da applicare poi sui territori e nelle aziende. Esiste quella europea, ma poco coraggiosa e alquanto arretrata nella previsione dei nuovi rischi collegati all’innovazione tecnologica.

 Le aziende fanno il loro dovere?
La mappatura degli infortuni mortali dice che sono concentrati nel settore degli appalti e dei subappalti. E poi in alcuni distretti dove sono concentrate tante piccole aziende che non hanno tra le loro priorità gli investimenti in salute e sicurezza sul lavoro. La normativa prevede che l’affidamento di parte della produzione fuori dal perimetro aziendale o in sito ad altre aziende debba avvenire rispettando le regole antinfortunistiche, ma spesso ci si affida alla certificazione delle carte e non agli interventi veri e propri.

 Non esistono sanzioni?
Esistono, ma difettano i controlli che avvengono a macchia di leopardo, perché alcune Regioni (salute e sicurezza competono alle Asl) sono più efficienti e scrupolose di altre che non investono come dovrebbero. Esiste un piano nazionale che prevede di operare il controllo di almeno il 5% delle aziende ogni anno, ma tale minimo obiettivo non viene coperto da molte Regioni. Servono gli interventi preventivi che solo le grandi società si impegnano a fare. Abbiamo tutti gli strumenti, dalle nome alle procedure standard per ogni tipo di lavorazione. Bisogna far leva sugli incentivi a favore delle aziende che investono in prevenzione. Per questa ragione non ha avuto senso il taglio indiscriminato dei premi assicurativi Inail avvenuto nell’ultima legge di bilancio, senza premiare chi fa realmente prevenzione.

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