Le armi tra scelta politica e condizioni morali

Di ritorno dal viaggio di pace in Kazakistan papa Francesco ha risposto a una domanda sulla fornitura di armi all’Ucraina. Un intervento da conoscere nella sua interezza
Armi in Ucraina (AP Photo/Evgeniy Maloletka)

È vero che papa Francesco è boicottato dai grandi media quando parla di guerra e armi? Dipende. Di sicuro colpisce la notizia battuta dall’Agenzia Ansa “Papa Francesco armi all’ucraina difendersi è lecito” che ha estrapolato un pezzo dell’abituale e cordiale colloquio dei giornalisti sull’aereo che ha riportato il pontefice a Roma dopo la partecipazione all’incontro dei leader religiosi mondiali avvenuto nell’ex repubblica sovietica del Kazakistan, incastonata tra Russia e Cina.

Anche per Matteo Matzuzzi che scrive su Il Foglio, quotidiano da sempre schierato per la linea interventista in tema di armi, appare alquanto esagerato ritenere «che le parole a braccio di Francesco, tra un commento sul Nicaragua e uno sul possibile viaggio in Congo del 2023, siano l’impostazione di una nuova dottrina di politica internazionale».

Il testo integrale della conversazione si può leggere e ascoltare sul sito di vatican news. La domanda precisa proviene da un giornalista tedesco, Rudiger Kronthaler del canale ARD, ed è legata alla storia tragica della Germania: «Il mio popolo è responsabile per milioni di morti, noi a scuola impariamo che non si devono mai usare armi, mai violenza: l’unica eccezione è l’autodifesa. Secondo lei in questo momento bisogna dare le armi all’Ucraina?».

Francesco comincia a rispondere così: «Questa è una decisione politica, che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità, che sono tante e poi possiamo parlarne. Ma può essere immorale se si fa con l’intenzione di provocare più guerra o di vendere le armi o di scartare quelle armi che a me non servono più. La motivazione è quella che in gran parte qualifica la moralità di questo atto».

Il papa continua la risposta affermando che «difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria. Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non la ama, invece chi difende, ama. Qui si tocca un’altra cosa che io ho detto in uno dei miei discorsi, e cioè che si dovrebbe riflettere più ancora  sul concetto di guerra giusta. Perché tutti parlano di pace oggi: da tanti anni, da 70 anni le Nazioni Unite parlano di pace, fanno tanti discorsi di pace. Ma in questo momento quante guerre sono in corso? Quella che lei ha menzionato, Ucraina-Russia, adesso Azerbaijan e Armenia che si è fermata un po’ perché la Russia è uscita come garante, garante di pace qui e fa la guerra lì…

Poi c’è la Siria, 10 anni di guerra, che cosa succede lì che non si ferma? Quali interessi muovono queste cose? Poi c’è il Corno d’Africa, poi il nord del Mozambico o l’Eritrea e una parte dell’Etiopia, poi il Myanmar con questo popolo sofferente che io amo tanto, il popolo Rohingya che gira, gira e gira come uno zingaro e non trova pace. Ma siamo in guerra mondiale, per favore…

Io ricordo una cosa personale, da bambino, avevo 9 anni. Ricordo che si sentì suonare l’allarme del giornale più grande di Buenos Aires: in quel tempo per festeggiare o dare una brutta notizia, suonava quello – adesso non suona più – e si sentiva in tutta la città. La mamma ha detto: “Ma che cosa succede?” Eravamo in guerra, anno 1945. Una vicina viene a casa a dirci: “Ha suonato l’allarme…” e piangeva, “è finita la guerra!”. E io oggi vedo mamma e la vicina che piangevano di gioia perché era finita al guerra, in un Paese sudamericano, così lontano! Queste donne sapevano che la pace è più grande di tutte le guerre e piangevano di gioia quando è stata fatta la pace. Non lo dimentico. Io mi domando: non so se oggi noi siamo con il cuore educato per piangere di gioia quando vediamo la pace. Tutto è cambiato. Se non fai guerra, non sei utile! Poi c’è la fabbrica delle armi. Questo è un negozio assassino.

Qualcuno che capisce le statistiche mi diceva che se si smettesse per un anno di fare le armi si risolverebbe tutta la fame nel mondo… Non so se è vero o no. Ma fame, educazione… niente, non si può perché si devono fare le armi. A Genova alcuni anni fa, tre o quattro anni fa, è arrivata una nave carica di armi che doveva trasferirle in una nave più grande che andava in Africa, vicino al Sud Sudan. Gli operai del porto non hanno voluto farlo, gli è costato, ma hanno detto: “Io non collaboro”. È un aneddoto ma che fa sentire una coscienza di pace. Lei ha parlato della sua Patria. Una delle cose che ho imparato da voi è la capacità di pentirsi e chiedere perdono per gli errori di guerra.

E anche, non solo chiedere perdono, ma pagare gli errori di guerra: questo dice bene di voi. È un esempio che si dovrebbe imitare. La guerra in sé stessa è un errore, è un errore! E noi in questo momento stiamo respirando quest’aria: se non c’è guerra sembra che non c’è vita. Un po’ disordinato ma ho detto tutto quello che volevo dire sulla guerra giusta. Ma il diritto alla difesa sì, quello sì, ma usarlo quando è necessario».

Francesco mette in evidenza, quindi, un criterio da affrontare politicamente. La questione è molto sentita in Germania come riporta l’Agi nella rubrica sfogliamondo del 16 settembre: «La fornitura di armi pesanti tedesche all’Ucraina resta anche oggi in apertura sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, con la notizia che il governo Scholz ha deciso di consegnare a Kiev, due lanciarazzi multipli Mars, 200 razzi e 50 veicoli corazzati Dingo, provenienti dalle dotazioni della Bundeswehr. Ma non ancora i carri armati Leopard che Zelensky continua a chiedere. A favore della fornitura dei Leopard ha preso posizione anche la presidente della Commissione Ue, la tedesca Ursula von der Leyen, ieri in visita a Kiev».

In questa guerra fratricida che si combatte tra eserciti di tradizione cristiana passati sotto decenni di ateismo di stato, sono frequenti le immagini di cappellani intenti a benedire truppe e armi da una parte all’altra del fronte, non diversamente da quando avveniva nel secolo scorso.

Al potere politico e alla coscienza di ciascuno è richiesto non tanto di guadagnare una benedizione più autorevole, utile anche in tempo elettorale, quanto di misurarsi con quelle condizioni indicate dalla risposta di Francesco che è molto dettagliata nel descrivere le dimensioni mondiali delle guerre senza scordarsi di citare i portuali genovesi che obiettano a caricare armi destinate a un conflitto in corso nel Sud del mondo.

La legittimità della guerra di difesa, nel limite di certe condizioni, è, come noto, presente nel Catechismo della chiesa cattolica e nella costituzione conciliare Gaudium et Spes. Anche l’insorgenza rivoluzionaria è legittimata, a certe condizioni, nell’enciclica Populorum Progressio del 1968 emanata da Paolo VI.

Il concetto della cosiddetta giusta è ancora al centro del confronto interno ed esterno alla Chiesa e pone l’altro grande tema dell’obiezione di coscienza nei confronti di ordini e direttive impartite dagli stati senza il rispetto delle condizioni che giustificano teoricamente l’uso e quindi la fornitura delle armi.

Lo ha evidenziato il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin nell’intervista concessa a Lucio Caracciolo e Guglielmo Gallone per Limes di agosto. L’Osservatore Romano ha, poi, pubblicato una lunga storia critica della Nato scritta da Gallone.

La guerra così a noi vicina è la grande questione che, seppur rimossa dal dibattito pubblico, attraversa oggi il dilemma e lo smarrimento di tanti davanti alle atrocità della guerra, anche di chi viene definito sbrigativamente guerrafondaio o, al contrario, effimero pacifista.

Francesco ci avverte continuamente di cambiare direzione in questo versante apocalittico della storia dove solo la percezione dell’abisso e il grido delle vittime può farci cambiare direzione.

Su questo argomento è previsto a Roma il prossimo 21 settembre un incontro promosso dalla pastorale sociale intitolato: Domande aperte sulla guerra e la politica delle armi.

 

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