«Lasciate che quelli di Roma decidano quel che vogliono: io resto cattolico»

Il Vaticano II (1962-1965) ha rappresentato nella vita della Chiesa un momento straordinario di rinnovamento e un evento spartiacque tra due diverse visioni della fede. La riflessione di Brunetto Salvarani in “Un tempo per tacere un tempo per parlare”, edito da Città Nuova.
un tempo per tacere un tempo per parlare_Salvarani

Guardando all’indietro, generazionalmen­te, mi sento – e sono – figlio, più o meno degene­re, del concilio Vaticano II. Avevo sei anni quando è iniziato e nove alla sua conclusione, poco più di mezzo secolo fa, e ne possiedo qualche memoria almeno indiretta, pur se vaga e raffazzonata. Ad esempio, ho presenti le attese che l’evento andava suscitando, le preghiere per la sua buona riuscita che le suore della Carità presso cui frequentavo le elementari ci invitavano a fare, e un paio di incontri svoltisi in diocesi al riguardo. Nulla di trascenden­tale. […]. Così, nelle mie molteplici esperienze parrocchiali, associative e movimentistiche, sin da ragazzino mi sono trovato a cavallo di due mondi cattolici che – faticosamente, confusamente – si stavano passando il testimone.

Come da copione, il mondo cattolico di ieri (de­finiamolo così), il regime della cosiddetta cristianità, non mostrava alcuna intenzione di farlo, cioè di pren­dere congedo: forte delle sue certezze granitiche in ambito dogmatico, di una fede tradizionalista salda e indiscussa, e di una vasta congerie di realtà targate cattoliche ben visibili in città che avevano consentito ai giovani degli anni postbellici di crescere spiritual­mente indisturbati, tranquilli e convinti, bobdylania­namente, che “Dio era dalla loro parte”.

Mi torna in mente, al riguardo, una dura polemica fra don San­dro Maggiolini, che poi avrei incrociato come vesco­vo di prima nomina della mia diocesi, all’inizio degli anni Ottanta, e fratel Carlo Carretto, piccolo fratello di Gesù […], in cui si discuteva paradigmaticamente, fra le altre cose, del senso di un ping-pong cattolico… Maggiolini, nel ’75, allora direttore della Rivista del clero italiano, in un articolo comparso su quella testata, perorava l’assoluta necessità di una presenza cattolica visibi­le, sostanziosa, e politicamente schierata all’unisono; Carretto sosteneva invece l’opportunità di una riela­borazione del messaggio evangelico mite, quasi som­messa, meno percepibile pubblicamente ma alla fine, a suo parere, più pregnante ed efficace.

Qui si mani­festavano, ai miei occhi, i tratti di un cristianesimo altro da quello più in voga, borghese e soddisfatto; di quel secondo mondo cattolico di cui, all’epoca di più ma forse ancora oggi, era possibile delineare appena i contorni, difficili da decifrare compiutamente. Ine­vitabilmente, da un simile scontro fra universi così differenti nasceva uno spazio vasto per la contestazio­ne – parola all’epoca indubbiamente di moda – del secondo verso il primo, giudicato irrimediabilmente compromesso con il potere politico nei suoi riflessi meno nobili, e dunque impossibilitato a rendere ra­gione della memoria di quel Gesù che proprio dal potere politico era stato brutalmente crocifisso. Una contestazione che, dal mio osservatorio provinciale e così particolare di una città-paesone socialmente e politicamente ben schierata, ho attraversato appie­no, pur senza mai rompere del tutto con il mondo di ieri: una contraddizione che personalmente sento inscritta nella dinamica, così squisitamente cattolica, del già e non ancora. […]

C’era, va detto, una splendida vivacità nell’aria, nella società e nelle chiese, che non vorrei paragona­re all’attuale stagnazione per non apparire il classico nostalgico del buon-tempo-andato. Il cambiamento appariva non solo possibile, ma anzi in dirittura d’ar­rivo, e si trattava di accompagnarlo nella maniera più intelligente, senza arrivare alla rottura definitiva con il passato ma anche senza cedere di un passo sulle richieste di futuro: una comunità parrocchiale tra­sparente e coraggiosa, disposta ad accogliere nella celebrazione eucaristica i brani delle messe beat e il ricorso a chitarre elettriche e batteria (l’organo Ham­mond scandalizzava di meno), a promuovere una lettura comunitaria della Bibbia, a scommettere su una liturgia veramente partecipata e meno ingessata, a investire su un’azione sociale e politica verso i più poveri non solo assistenziale e paternalista…

Ho rin­tracciato da qualche parte una storiella, inventata ma verosimile, che circolava alla fine del Vaticano II nel­la regione saldamente cattolica del Süd-Oldenburg, diocesi tedesca di Münster. Il suo protagonista è un contadino che, verso la chiusura dell’evento conci­liare, sbottava dichiarando a chiare lettere, davanti a un buon gruppo di fedeli concittadini: «Lasciate pure che quelli di Roma decidano quel che vogliono: io resto cattolico!». La battuta è esemplificativa della sfida più gravosa che la chiesa cattolica si è trovata ad affrontare al concilio, e negli anni a ridosso di esso: convincere al proprio interno i credenti che per essa fosse lecito, e talvolta doveroso, mutare rotta rispetto a scenari consolidati, per trovarsi più in linea con il mandato evangelico (non è il vangelo che cambia, dovette precisare Giovanni XXIII, piuttosto siamo noi che cominciamo a capirlo meglio).

Riandando ora a quegli anni (siamo, non dimentichiamolo, nel cuore dei Settanta), è logico, ripeto, rinvenirvi una discreta dose di ingenuità e di sogni a basso prezzo, così come qualche tratto di ingenerosità nei confronti degli interlocutori inevitabili, vescovi, preti e religiosi che si erano imbattuti, semmai già cinquanta-sessan­tenni, nella svolta conciliare, che non avevano volu­to né capito, e che forse stavano fraintendendo. Ma anche tante istanze intuite in modo confuso che, in ogni caso, sarebbero riemerse, ricorrendo ad altri linguaggi e a una maggiore solidità concettuale, nei decenni seguenti, senza accettare di essere rinchiuse nel cassetto dei desideri sbagliati (e impossibili). Fino all’arrivo di un nuovo vescovo di Roma, chiamato là quasi dalla fine del mondo.

 

Da “Un tempo per tacere e un tempo per parlare” di Brunetto Salvarani (Città Nuova, 2016)

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