L’Argentina e il nodo giustizia

Il presidente Alberto Fernández, è intenzionato a varare una riforma del sistema giudiziario moltiplicando i tribunali. Sarà il modo di sciogliere l’annoso nodo della mutua influenza tra politica e magistratura?
Alberto Fernandez e Cristina Fernandez de Kirchner (AP Photo - Marcos Brindicci)

Dietro un sistema democratico che funziona soddisfacentemente troveremo sempre una magistratura sostanzialmente indipendente. Un obiettivo spesso ancora lontano per varie democrazie latinoamericane, quanto meno zoppicanti. Basti ricordare alcune sentenze dei massimi organi di giustizia del Paraguay o i problemi che ancora attraversa il Perù, dove la giustizia è stata quasi commissariata. Pure in Venezuela, Honduras, Guatemala e Messico, appaiono magistrati asserviti al potere politico o a quello economico. Poche le eccezioni, tra cui la sostanziale indipendenza dei giudici in Cile e Uruguay.

Il presidente argentino Alberto Fernández ha intrapreso un’iniziativa che potrebbe essere storica, perché è quasi un’ovvietà che si debba attendere la fine del mandato presidenziale perché si mettano in moto denunce e processi a suo carico, normalmente neutralizzate durante il mandato. Non appena cessato il proprio potere, a dicembre, anche l’ex presidente Maurizio Macri ha visto attivarsi delle cause contro di lui.

Quello più emblematico è il caso dell’ex presidente Carlos Menem. Due volte capo di Stato, ha 90 anni e su di lui pendono due condanne per malversazione di beni pubblici, con pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici. La terza condanna, a 7 anni per contrabbando di armi, l’evitò per il rotto della cuffia. Venne prosciolto nel 2018 solo perché i giudici considerarono superato il tempo ragionevole per pervenire a una sentenza definitiva. La causa era iniziata nel 2001, con tanto di carcerazione preventiva. Ma in questo caso, sebbene si seguì la prassi di attendere la conclusione del mandato per agire contro di lui, gli intrecci e le convenienze politiche hanno tenuto Menem lontano dal carcere grazie all’incarico di senatore. Il suo partito (peronista) ha sempre negato l’autorizzazione a procedere, anche perché quel suo voto in Senato era utile alla maggioranza di turno.

Non ha ricevuto trattamento diverso Cristina Fernández de Kirchner, nei confronti della quale sono in atto una decina di cause e due richieste di arresto, che il Senato non ha concesso. Vari altri membri dei suoi gabinetti sono rimasti in carcere in attesa di giudizio, finché il risultato delle ultime elezioni non ha cambiato il destino di vari di loro, oggi in libertà.

È un fatto che in Argentina uno dei maggiori problemi è precisamente la dipendenza del potere giudiziario da quello politico. Paese federale, dotato di 23 provincie (Stati) più la capitale con statuto speciale, i magistrati candidati ad un incarico devono sfilare davanti al potere politico per ottenerlo e l’idea di concorsi pubblici e trasparenti per regolare la questione non ha molta popolarità in provincie dove i governatori sono al potere da 15 o 20 anni, spesso spadroneggiando con uno stile feudale.

Avvocato penalista, il presidente Fernández propone di ampliare la rosa di giudici federali, passando dagli attuali 12 tribunali a 50. L’idea è quella di snellire l’ingolfamento delle cause, causato anche dal fatto che non sempre si forniscono di personale adeguato tutti i tribunali, ma anche diluire le probabilità che il sorteggio dei casi affidati ai magistrati ricada su coloro che hanno intenzionalità politiche.

Ci sono giudici con un tenore di vita inspiegabile (pare che un non luogo a procedere in una causa per arricchimento illecito sia costata 5 milioni di dollari) e di certo alcune situazioni sono scandalose. Lo ammise un anno fa il presidente della Corte Suprema, Carlos Rosenkranz, quando riconobbe che i tribunali «soffrono una crisi di legittimità». Per il presidente dell’associazione dei procuratori (fiscali), andrebbe depoliticizzato il Consiglio della Magistratura, oggi controllato dalla maggioranza di governo. Un organo sensibile, anche per la funzione disciplinare.

Ma nessun rimedio tecnico potrà mai avere effetti senza un doppio convincimento: quello dei giudici di doversi astenere da considerazione politiche nell’esercizio delle loro funzioni e quello dei politici di doversi astenere dal condizionare la giustizia. Altrimenti, il cane resterà a mordersi sempre la coda.

 

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