L’appello di Adolfo Bachelet: “Tornate a essere uomini!”

Presentazione del libro di Adolfo. Bachelet, Tornate ad essere uomini!, Rusconi, Milano 1989
Valerio Aversano

Il 12 febbraio 1980 le Brigate Rosse colpiscono a morte Vittorio Bachelet, vice Presidente del Consiglio superiore della Magistratura e docente universitario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma. L’uccisione di Bachelet avviene davanti all’aula dove ha appena terminato la lezione di Diritto Amministrativo. I suoi assassini si erano infatti mescolati tra gli studenti.                                                                                              

Nel settembre 1983 diciotto detenuti politici invitano in carcere Padre Adolfo Bachelet, religioso gesuita e fratello del professor Bachelet, scomparso nel dicembre 1995, perchè – scrivono – la sua presenza «ci conforta sul significato profondo della nostra scelta di pentimento e dissociazione, e ci offre per la prima volta con tanta intensità l’immagine di un futuro che può tornare a essere anche nostro» [i].

È solo a partire dal 1980, come scrive G.C. Caselli, col manifestarsi dei primi “pentimenti” che si allenta la tensione che si era accumulata sulle istituzioni democratiche durante gli anni più intensi della lotta terroristica. Nel contempo si sviluppa, in modo progressivo, la dissociazione degli ex terroristi dal proprio passato, insieme alla ricerca di nuovi rapporti con la società civile e con le istituzioni [ii].

Il graduale distacco dal «partito armato» presenta due dimensioni – una collettiva e una individuale – strettamente correlate. Sul primo versante, decisivo è stato l’affermarsi del movimento della dissociazione, favorito in modo decisivo dalla progressiva diffusione nelle carceri italiane delle “Aree omogenee”. Riunendo nella stessa struttura carceraria più detenuti, sulla base di “affinità” processuali, e soprattutto politiche e culturali, si è dato un forte impulso alla possibilità di pensare e agire collettivamente per la revisione del proprio passato, attraverso un importante processo di delegittimazione della lotta armata, verso un futuro di risocializzazione e di recupero. Fino al punto da consentire un intervento legislativo (L. 18 febbraio 1987, n. 34) di formale riconoscimento della dissociazione, alla quale sono stati ricollegati consistenti effetti clemenziali.

Sul versante dei percorsi individuali, un forte incentivo ad una sincera revisione critica del proprio passato si è rivelato – per molti ex terroristi – l’aperto confronto con chi a sua volta si era reso disponibile per occasioni di “reincontro”. In tal modo, molti ex terroristi hanno incontrato uomini di Chiesa, a partire dai cappellani delle carceri, in un percorso che per alcuni è stato di avvicinamento – o riavvicinamento – alle tematiche religiose e ai valori del cristianesimo [iii].

Padre Bachelet è stato fra i maggiori protagonisti di questa generosa quanto difficile e faticosa ricerca di un “rincontro” con gli ex terroristi, offendo un contributo decisivo affinché si creassero le condizioni per realizzare l’appello «Tornate a essere uomini» rivolto ai terroristi dal Cardinale Poletti durante le esequie del fratello ucciso dalla violenza brigatista. L’Autore, nell’arco di cinque anni, ha incontrato più di duecento detenuti. I contatti non sono stati così continuativi e intensi con tutti e i percorsi compiuti dai singoli sono stati molto diversificati e variegati. Tuttavia in questa impresa indirizzata alla ricerca di nuove ragioni di vita l’Autore ha individuato alcuni elementi comuni che identificano delle tappe o fasi attraverso le quali tutti, in un modo o in un altro, sono passati.

La prima tappa è quella dell’autocritica, la seconda è quella dell’angoscia e della paura. Fanno quindi seguito la riscoperta dell’amore, il traguardo della serenità, la riparazione, la riconciliazione, e infine il raggiungimento della fede religiosa.

 

Prima tappa: Autocritica

 

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, la tappa dell’autocritica non è cominciata soltanto quando i militanti della lotta armata si sono trovati in carcere. Per molti era già cominciata con dubbi e rimorsi quando ancora imbracciavano le armi. «Ho passato i miei anni nelle BR – scrive un detenuto – pensavo di lottare per un futuro di gioia, amore, felicità, uguaglianza, e invece vivevo in perfetta antitesi, procurando dolore e infelicità agli altri e a me stesso. Mai ho provato tanta solitudine. […] Si è soli, terribilmente soli! È in quel periodo che inizia il processo di dissociazione, o per essere più esatti, di autocritica, di revisione costante, di dubbi atroci» [iv].

L’ingresso nel carcere ha costituito per molti una spinta vigorosa verso l’autocritica. Il silenzio e l’isolamento determinavano una rottura forzata del vincolo associativo che tanto aveva contribuito a sopire dubbi e incertezze.

Un parola ritornava frequentemente nei primi contatti che Padre Bachelet instaura con questi detenuti: l’irrazionalità. La razionalità era stata annullata dalla ideologia. Erano convinti che soltanto con la distruzione violenta dell’attuale società ingiusta si poteva far nascere una nuova società senza ingiustizie. Solo più tardi si sono accorti che un «malinteso ideale aveva costruito per loro delle prigioni ideologiche» [v]. Infine l’autocritica si apre verso l’interrogativo del futuro. Il passato non si può cambiare, ma forse si può pensare al futuro.

 

Seconda tappa: Angoscia e paura

 

Quando la ritrovata sensibilità ha fatto penetrare l’intensità delle sofferenze arrecate agli altri e quando si tenta di azzardare uno sguardo verso il proprio futuro, sopravviene una fase di angoscia e di smarrimento, di confusione e di paura.

«È un peso maggiore di quanto possano essere stati questi anni di detenzione, e anche dei prossimi, perché rimane anche quando si ha finito di espiare una condanna» [vi]. Concorrono molti elementi: per esempio l’irreparabilità di quanto si è commesso. Si trattava, come osserva Padre Bachelet, di un passaggio obbligato di macerazione profonda, ma ricco di efficacia.

La lotta armata era stata concepita come un mezzo indispensabile per distruggere una società ingiusta. Non si aveva un progetto circa la nuova società da sostituire alla vecchia. Il fine più immediato era annientare e di colpo i terroristi si accorgevano che gli annientati erano proprio loro: non tanto nella sfera esteriore della detenzione, quanto nella sfera interiore [vii].    

 

Terza tappa: Riscoperta dell’amore

 

La morte inflitta agli altri era la logica conseguenza di un odio concepito e continuamente alimentato verso i nemici. Spesso si finiva per percepire come primi nemici proprio i più vicini, cioè i genitori e gli altri familiari. Il lungo processo di autocritica aiutava a modificare l’atteggiamento nei confronti dei propri familiari; contemporaneamente l’affetto dei familiari, e soprattutto delle madri, aiutava il processo di autocritica.

La famiglia è l’ambito privilegiato in cui si sperimenta l’amore ma non è l’unico. Ben presto si è capito che l’amore poteva e doveva trascendere questi confini ristretti. L’orizzonte dell’amore si allarga e nasce una solidarietà e fraternità coi compagni di prigione. Tanti detenuti, ricorda Padre Bachelet, esprimono il desiderio di aiutare gli emarginati e fanno proposte in questo senso.

Determinante, poi, è l’esperienza del perdono: un perdono che «genera amore». «L’offerta del perdono scuote la coscienza perché esso è un dono gratuito, disinteressato […] e testimonia delle possibilità di essere diversi su entrambi i fronti, di poter cambiare, di poter mettersi in movimento verso l’altro, di avere fiducia nell’uomo» [viii].

 

Quarta tappa: Serenità ritrovata

 

La serenità, descritta dai detenuti come «libertà», «pace» e «purificazione», segna una delle tappe di quel cammino di profondo rinnovamento del proprio modo di essere e di pensare, cominciato con la fase dolorosa della paura e dell’angoscia e continuato poi in quella della riscoperta dell’amore. Questa pace interiore, scossa «a volte dai lampi dei ricordi, dal brontolio della colpa» [ix], permette a molti degli ex terroristi di vedere la realtà in modo nuovo. 

 

Quinta tappa: E la riparazione?

 

Tutti gli ex militanti della lotta armata, che hanno rotto definitivamente col loro passato, sentono profondamente l’obbligo della riparazione. «Abbiamo un debito da pagare con la società: il nostro passato ci impone dei doveri, degli obblighi irrinunciabili» [x].Come adempiere a un obbligo così sentito? Il primo passo è l’accettazione della pena inflitta dal giudice. Ma non basta un’accettazione passiva della pena. Per riacquistare la serenità è necessaria la coscienza di aver compiuto tutto quello che è umanamente possibile per compensare il male fatto in passato.

Un atto concreto di riparazione è espresso dal desiderio di molti di potersi dedicare all’assistenza delle fasce sociali più deboli: «ancor più che trovare i modi per un generico inserimento nella società, crediamo che per gli ex terroristi sia necessario unire al concetto di “risocializzazione” anche un’idea di risarcimento sociale» [xi].  

 

Sesta tappa: Riconciliazione

 

Bachelet individua diversi aspetti della riconciliazione:

1) c’è una forma generica di riconciliazione con la società contro la quale si è combattuto in passato, e questa è strettamente legata al risarcimento e alla riparazione;

2) una forma più specifica di riconciliazione riguarda i rapporti con le persone ferite e con le famiglie delle persone uccise;

3) una terza forma di riconciliazione può verificarsi nei casi di estremismi contrapposti: sinistra-destra;

4) c’è infine la riconciliazione tra compagni di lotta che hanno fatto scelte diverse di dissociazione: quella semplice e quella accompagnata dalla collaborazione con gli organi inquirenti.

Chi ha operato un rifiuto definitivo della violenza sente il bisogno di attuare tutte queste forme di riconciliazione. Tuttavia, secondo l’Autore, occorre tener presente che la riconciliazione completa si ha solo quando entrambe le parti si muovono l’una verso l’altra per un incontro pacificatore [xii].

 

Settima tappa: Approdo alla fede religiosa

 

Sono state finora esposte le tappe di un cammino nel quale molti terroristi hanno ritrovato la loro umanità fino al reinserimento nella società. Per molti il percorso non è terminato qui. Infatti, mentre riscoprivano i valori fondamentali dell’umanità, alcuni detenuti ne hanno intravisto la consonanza con il messaggio del cristianesimo, e hanno sentito il desiderio di conoscerlo e approfondirlo meglio. Occorre dire subito che questa è una tappa non necessaria, ma solo eventuale.

La marcia di avvicinamento verso la Chiesa è stata favorita da molteplici elementi.

1) Il primo è di natura culturale. Quando l’autocritica li ha portati al rifiuto definitivo della violenza è nato il desiderio di conoscere quella dottrina che aveva come tema centrale la non-violenza e l’amore fraterno.

2) Il secondo elemento è stato l’incontro con persone di Chiesa, e prima di tutto con i cappellani nelle carceri.

Tuttavia i canoni interpretativi fatti propri da molti esponenti della lotta armata erano così legati ad una concezione materialista e rigorosamente scientifica, tipica di certe ideologie, da rendere molto difficile l’avvicinamento a tematiche religiose e idealistiche. Eppure, scrive un detenuto, «quando non sapevo più dove sbattere la testa, quando i sogni, i miraggi della rivoluzione, del potere si sono rivelati nella crudezza della sconfitta e della solitudine, Dio si è fatto sentire» [xiii].

Un incontro, quello con la fede, che trova espressione nelle parole di San Paolo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28). Secondo il racconto di un ex esponente della lotta armata, «per noi che siamo stati salvati realmente da Cristo non esistono più esperienze, per quanto immediatamente dolorose e sofferte, che abbiano un significato reale negativo, regressivo dello sviluppo del nostro essere. Dio ci ama e opera quotidianamente nella nostra storia personale, utilizzando tutte le nostre esperienze per il nostro bene e la nostra salvezza. Questa, credo, è la Fede che dobbiamo abbracciare nella nostra volontà e nella preghiera per seguire Cristo sulle strade, certo non facili e spesso dolorose, di questa esistenza» [xiv].



[i] A. Bachelet, Tornate ad essere uomini!, Rusconi, Milano 1989, p. 17.

[ii] Ibid., p. 8.

[iii] Ibid., pp. 9-10.

[iv] Ibid., p. 27.

[v] Ibid., p. 35.

[vi] Ibid., pp. 50-51.

[vii] Ibid., p. 56.

[viii] Ibid., pp. 70-71.

[ix] Ibid., p. 77.

[x] Ibid., p. 80.

[xi] Ibid., p. 86.

[xii] Ibid., pp. 94-95.

[xiii] Ibid., p. 119.

[xiv] Ibid., pp. 123-124.

I più letti della settimana

Dialogando con Tiziana Merletti

Si può imparare a litigare?

Il Cigno nero secondo Luigino Bruni

Simple Share Buttons