L’Africa di Isa

Piena di entusiasmo, Isa, 20 anni fa, lascia la Svizzera e parte come missionaria laica per i Focolari per la Costa d’Avorio. Ora, di ritorno in Svizzera, dice di come la lunga esperienza di vita in contatto con la cultura africana «sia stata un dono per capire meglio o più profondamente il cristianesimo».
Costa d'Avorio

Isa ci racconta la sua esperienza a Man, cittadella del Movimento dei Focolari in Costa d’Avorio

Come è stato per te l’impatto con le culture africane così diversa dalla nostra?

Potrei iniziare con un detto locale: «Lo straniero ha dei grandi occhi, ma non vede niente». Nei primi due anni a Man abitavo nella comunità dei Focolari a Libreville, un quartiere musulmano. Come minoranza cristiana e in più straniere, avevamo poco contatto con la gente intorno. Chi veniva da noi erano piuttosto persone della lontana parrocchia o di altri quartieri. Già prima dell’alba in quella regione usano spazzare davanti alla casa. La mattina, prima di andare al lavoro, dovevo attraversare il borgo a piedi e così incontravo chi puliva. Di solito le persone salutano tutti quelli che incontrano. Anche io ho iniziato a dire un semplice buongiorno in francese o in “diuila”, la lingua mercantile. Salutavo brevemente e in fretta per non arrivare tardi al lavoro. Una signora, seduta spesso davanti a casa sua, mi salutava sempre, anche se l’avevo già oltrepassata. Però non si accontentava del mio saluto veloce. Dovevo ripeterlo bene. Ne ero infastidita, perché mi prendeva qualche minuto in più, mentre cercavo al più presto di fermare un taxi. E questo non solo una volta. Così mi sono detta che dovevo iniziare proprio da quel saluto mattutino. Ho deciso di uscire prima di casa, per avere tutto il tempo necessario. Mi sono fermata da quella signora musulmana, di nome Bintou, che mi ha insegnato tutto il rituale del saluto: consiste in una serie di domande e di risposte reciproche. Giorno dopo giorno, coglievo dal suo amore gli usi locali. Ormai avevamo un rapporto di fiducia crescente. Bintou non mancava di prendermi in giro quando ero in ritardo o quando sbagliavo le formule del saluto del mattino con quelle della sera. Sono tornata più volte da lei e con il tempo potevamo dirci tutto. Voleva sapere sempre più della nostra vita ed un giorno con gioia ha accettato l’invito ad un incontro per musulmane a casa nostra. Ben presto ha iniziato a trasmettere quanto ricevuto alla sua famiglia, ai suoi conoscenti della comunità musulmana. Lo straniero per loro è una persona mandata da Dio. Per questo Bintou era così aperta, pur sapendo che eravamo cristiane.

Un tempo l’ospitalità era una realtà sacra…

Per sei anni ho lavorato a Man, in una clinica privata. Ero l’unica straniera europea e infermiera diplomata. L’équipe sanitaria era formata dal chirurgo, direttore della clinica, famoso per la sua competenza; e da altri 16 colleghi autoctoni, la cui formazione professionale era lacunosa, avendo  dovuto imparato il mestiere solo durante l’attività lavorativa nell’ospedale pubblico. Il capo chirurgo mi ha affidato il compito di trasmettere loro il più possibile le mie conoscenze per arricchire la loro formazione. Per me non era facile. Ero appena arrivata in Africa, non conoscevo le malattie tropicali, le lingue locali, la loro cultura. Non possedevo uno strumento pedagogico o materiale adatto per insegnare. I colleghi parlavano cinque lingue diverse a seconda delle etnie. Mentre cercavo di salutare ciascuno nella propria lingua, fornivo i miei consigli, con gesti ed esempi inerenti alla mia formazione. Ma lo facevo come ero stata abituata, cioè in modo diretto che in quel contesto creava a volte difficoltà. Ammiravo la loro pazienza nel sopportarmi perché da loro «lo straniero è sempre perdonato». Certo ciò non mi rendeva felice e mi chiedevo come fare per svolgere al meglio questo dovere. Così ho iniziato a mettere a disposizione il mio sapere “da sorella”. Allora ho iniziato a mettere in luce il loro modo di fare, valorizzando il positivo e lasciando cadere il negativo. Quando avevo terminato il mio lavoro, andavo dal collega di turno per aiutarlo a pulire le camere o a lavare il materiale della sala operatoria. Così potevo instaurare un rapporto d’amicizia che mi permetteva di fornire spiegazioni, insegnamenti all’uno o all’altro.

La povertà può portare al furto, ma la maggior parte della gente come la vive?

In costa d’Avorio la povertà non è sinonimo di tristezza, di amarezza o vergogna. Anche i poveri possiedono una dignità innata che li rende nobili. Per anni ho curato una signora malata. Anche se soffriva a causa della malattia e dei pochi mezzi per curarla, non si lamentava. Poteva scoraggiarsi, ma mai lamentarsi o invidiare chi stava meglio. In un quartiere molto povero avevo la possibilità di seguire l’iniziativa di tre ragazze adolescenti che provenivano da quartieri benestanti, ma che avevano scoperto la baracca dove un maestro volontario insegnava a circa 60 ragazzi in uno spazio di 2,5 metri quadrati. Potete immaginare in che condizioni. Quelle tre ragazzine hanno avuto l’idea di fare la proposta al capo quartiere, all’insegnante e all’imam di costruire una scuola in muratura più spaziosa. Hanno lanciato il progetto. Durante tutte le fasi del suo sviluppo, durato circa tre anni, mi sono resa conto dell’enorme valore culturale che animava sia loro che gli adulti interpellati. Si rivolgevano agli adulti in modo cordiale, non pretenzioso. Da parte degli adulti ho notato un ascolto rispettoso, cosa per niente ovvia nella loro cultura. Era un atteggiamento nuovo, provocato proprio dal modo di agire di quelle ragazzine. Nonostante tutte le difficoltà, la lentezza, il poco tempo a disposizione che avevano, non hanno perduto la tenacia di voler raggiungere il loro scopo. Una volta abbiamo radunato tutto il villaggio per chiarire un malinteso che lo aveva diviso. Si trattava di una cerimonia che richiedeva tanto tempo, ma senza tale soluzione i lavori non potevano continuare. Spesso abbiamo fatto appello a ciò che ci univa: Dio, siamo tutti figli suoi. Ed uscivano con delle espressioni come: «Che Dio vi benedica , Lui ci aiuterà». Questa grande fede “innata” porta una grazia, quella di sentire “Dio vicino ai poveri”. È lui che apre i cuori, suscita la generosità e interviene con la Provvidenza. Quando più tardi, il Comune ha deciso di distruggere la baraccopoli, ha lasciato intoccata la scuola e la cappella. È stato un segno dell’amore di Dio e di riconoscenza da parte dell’autorità per il progetto realizzato con grandi sacrifici dai poveri del quartiere.

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