La verità su via d’Amelio rafforza la democrazia

Le celebrazioni in memoria della morte del giudice Borsellino e della scorta sono state all'insegna dei giovani, ma la sfida è trovare il nodo di queste tragedie per tornare ad essere un paese libero come Manfredi Borsellino ricorda tratteggiando la sua vita dopo il '92 e gli episodi di quotidianità con il padre
Le agende rosse per ricordare quella di Paolo Borsellino

Le manifestazioni in ricordo del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta anche quest’anno non sono state prive di polemiche: accanto alle iniziative del movimento delle “agende rosse” e a quelle del “Forum XIX luglio,” dove sono riunite trasversalmente oltre una quaranta di associazioni e movimenti nella tradizionale fiaccolata in memoria del giudice ucciso, si sono aggiunte quelle  della  “Comunità ’92, il coordinamento che mette insieme le diverse anime della destra siciliana. Difficile, sembrava, mettere assieme queste diverse anime seppur tutti, al di là delle scelte individuali, uniti nella battaglia per la legalità e il contrasto a Cosa Nostra. Invece anche in questo caso Palermo ha divelto le divisioni e i recinti e il ricordo della strage si è potuto svolgere nel pieno rispetto delle diversità. Tutti i partecipanti si sono trovati d’accordo nel non accettare corone di fiori, passerelle politiche e bandiere di partito.

«E’ a via d’Amelio che ho dedicato gli ultimi 21 anni – ha detto Rita Borsellino, sorella del magistrato – Perché non si dimenticasse e perché non ci si fermasse nella ricerca della verità. E per questo che vorrei che via d’Amelio restasse immune da polemiche, rivendicazioni, simboli di partito. Quello è un luogo di memoria e tale deve restare. Ciò non significa che su quanto è accaduto nel ’92 non si debba discutere, cercare la verità, pretendere chiarezza. Ma lo si può e lo si deve fare altrove. Lasciamo che in via d’Amelio la memoria si esprima  con toni diversi».

Questo ventunesimo anniversario è stato celebrato appunto con toni diversi. Intanto i bambini. Il sorriso dei bambini di tutti i quartieri di Palermo, ma anche quello provenienti dai quartieri di Catania, di Adrano e Biancavilla, di Siracusa mentre i componenti dell’”Orchestra e coro sinfonico infantile Falcone Borsellino” hanno suonato l’Inno nazionale ed eseguito un concerto in via d’Amelio. L’orchestra e il coro sono il risultato di un’importante attività di recupero e riscatto dei minori realizzata dalla “Scuola di vita” associata all’esperienza musicale, promossa dalla fondazione “La città invisibile”.

«La partecipazione di questi ragazzini alla manifestazione del 19 luglio – dice la presidente della Fondazione, Alfia Milazzo, di Biancavilla, provincia di Catania non è stata solo la semplice proposta di un bel concerto di musica classica, ma la proposta di un messaggio che si incarna in un movimento culturale e morale attuato da più piccoli, giudicati i più adatti, come aveva profeticamente sostenuto Borsellino, a sentire subito il  fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della contiguità e quindi della complicità».

Il ricordo delle contiguità é ancora vivo e profondo. «Un uomo consegnato dallo Stato ad una terribile solitudine – sono state le parole commosse di Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la corte d’appello di Palermo -. Un uomo che chiama un sacerdote in tribunale per confessarsi, apprestandosi ad entrare nella morte ad occhi aperti, sotto lo sguardo di uno Stato impotente, di uno Stato che non ha neanche saputo mettere un divieto di sosta in via d’Amelio per rendere più difficile il compito ai suoi assassini».

Ma questo 19 luglio ha avuto la caratterizzazione dei giovani, come le poesie scritte, ad esempio, dagli studenti di un liceo della provincia di Pesaro-Urbino: versi che esprimono la paura, ma anche la voglia di cambiare dopo aver visto «un’Italia che si é lasciata uccidere lentamente, subendo immobile».

E poi il “minuto di silenzio” per ricordare Paolo assieme al suo caposcorta, Agostino Catalano, e gli altri agenti Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Tutti nominati uno ad uno con lentezza e con solennità.

Va dato conto poi, che proprio alla vigilia del ventunesimo anniversario della strage di via d’Amelio, il tribunale di Palermo ha assolto, perché il fatto non costituisce reato, il generale Mario Mori e il colonnello dei carabinieri, Mauro Obinu. In buona sostanza i due carabinieri non sono stati ritenuti responsabili della mancata cattura, nel 1995, del boss Bernardo Provenzano. I due grandi accusatori degli ufficiali dei carabinieri sono stati Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo e il colonnello dei carabinieri Mario Riccio.

Questa sentenza dimostra ancora una volta quanto sia difficile la ricerca della verità e quanto sia necessaria, quindi, un’attenzione alla verità confezionata. Certamente questa non é una sentenza senza ripercussioni. Non dimentichiamo inoltre che Borsellino sarebbe stato eliminato proprio perché era venuto a conoscenza della Trattativa tra Stato e mafia. Bisogna incoraggiare e sostenere, allora, la ricerca della verità, perché per quanto dolorosa e mostruosa é l’unica che può dare robustezza alla nostra democrazia. Il silenzio, le bugie, i depistaggi non aiutano la nostra Italia.

In questi giorni é stata resa pubblica una testimonianza di Manfredi, figlio del giudice Borsellino[1]. Voglio riportarne la parte finale perché spiega, meglio di mille parole, anche il rapporto di “castità” che dovremmo avere tutti sul fronte della cultura della legalità. Una castità sentita molto dal Giudice Borsellino…

«La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di…, desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia, se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati, ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro, che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere».




[1]
“Era d’Estate” curato dai colleghi Roberto Puglisi e Alessandra  Turrisi, Pietro Vittoeritti editore

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