La Turchia rischia il caos politico

La situazione politica del Paese, dopo le elezioni del 7 giugno scorso, è piuttosto problematica con vari attentati e la morte di 120 poliziotti e soldati, mentre non ci sono numeri per le vittime civili. Per vari giorni a Cizre è stato imposto il coprifuoco e la gente soffre la fame e la sete
Manifestazioni in Turchia

Il 12 settembre la Turchia ha ricordato il colpo di stato del 1980, con tutta probabilità uno dei momenti più oscuri e dolorosa nella storia del Paese, soprattutto della Turchia moderna nata dalla rivoluzione kemalista di Ataturk. L’occasione è stata quest’anno significativa per lo stato di insicurezza in cui vive il Paese ponte fra Europa ed Asia, colpito recentemente da atti di violenza, attentati e dall’introduzione del coprifuoco nella zona sud-orientale non lontano dal confine con la Siria. Non pochi osservatori hanno ricollegato la difficile situazione attuale ai giorni del colpo di stato dei militari nel 1980 che portarono oppressione, arresti, torture e sangue. La situazione attuale è senza dubbio diversa, ma altrettanto pericolosa, dopo che a causa di attacchi ed attentati di separatisti curdi appartenenti al Kurdistan Workers' Party (PKK), sono scoppiati tumulti e reazioni violente della popolazione contro comunità curde del Paese con conseguenti pesanti interventi di polizia ed esercito.

 

La situazione politica e della sicurezza nazionale in Turchia, dopo le elezioni del 7 giugno scorso, è stata piuttosto problematica con vari attentati e la morte di 120 poliziotti e soldati e numerosi civili. Il clima è caotico e la provincia sud-orientale del Paese è stata e rimane al centro di molte tensioni. Nei giorni scorsi la città di Cizre è rimasta isolata e, dal 4 all’8 settembre, è stato imposto il coprifuoco in un clima di guerra che ha portato devastazione e distruzioni. Le immagini di Cizre apparse non appena la città è stata riaperta mostrano segni evidenti di combattimenti ed esplosioni. Le operazioni militari erano state decise per limitare le azioni terroristiche del Kurdish Workers Party, che, fra l’altro, ha accusato il governo di aver ucciso negli ultimi giorni una ventina di civili. Ma è tutta la zona della provincia del sud est ad essere al centro di tensioni e, attualmente, controllata da posti di blocco sia sulle arterie principali che alle porte delle città, in particolare Cizre, che resta al centro delle tensioni. Un civile, intervistato da un quotidiano turco di prestigio, ha affermato senza voler rivelare la propria identità: “Soffriamo di fame e di sete da otto giorni. Ci sono scene come quelle della guerra in Sira ed in Iraq. Non ci meritiamo tutto questo”. La violenza è stata cruda se un altro civile ha dichiarato che era difficile stabilire quanti fossero i morti degli scontri e che la gente non poteva nemmeno seppellire i corpi. Il cibo resta scarso in quella parte del Paese e la situazione non è assolutamente risolta. Si vive in uno stato di guerra.

 

Vari esperti hanno mosso critiche nette al processo di soluzione del problema curdo avviato nel 2012 dall’allora Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan, oggi Presidente della Repubblica turca. Al centro delle polemiche sono sia la politica adottata per garantire la sicurezza nazionale che appare, invece, piuttosto vulnerabile con la serie di attacchi che si sono susseguiti nel passato recente. Fra l’altro si accusa il processo lanciato dall’AKP, il partito al potere da anni, di non aver impedito l’ammassarsi di armi e munizioni in veri e propri arsenali nella zona del sud-est del Paese. In effetti, è preoccupante la serie di attacchi terroristici avvenuti recentemente, ma ancora più seria è la situazione sociale generale con atti di violenza a livello di gruppi interi di persone, a volte vere e proprie folle, contro la popolazione curda. La reazione della popolazione colpisce le persone, ma anche i beni della minoranza curda, in particolare negozi e piccoli business. Dal 1984 si calcola che circa 40 mila persone siano morte a causa degli scontri o degli attentati causati dai terroristi del PKK, originariamente ispirata da contenuti marxisti-leninisti, ma comunque considerata una organizzazione terroristica negli USA ed in Europa.


 

A fronte di questa situazione, vari critici dell’attuale sistema politico accusano il Presidente Erdoğan di favorire l’attuale stato di cose per arrivare ad un sistema presidenziale che, di fatto, gli permetta di guidare il Paese come un vero ‘sultano’, come è già definito da tempo. Infatti, il già Primo Ministro, ora presidente della Repubblica, non fa mistero del suo obiettivo: trasformare la Turchia in un Paese con un sistema politico presidenziale. L’attuale instabilità politica, affermano osservatori autorevoli, può essere abilmente orchestrata da Erdoğan al fine di indurre la popolazione a votare in massa per l’AK Party nelle prossime elezioni del 1 novembre. Le nuove consultazioni lampo sono state convocate a pochi mesi di distanza da quelle tenutesi in giugno, che hanno visto l’inatteso calo del partito al potere e l’entrata in scena del Partito Democratico del Popolo (Hdp), soprattutto del suo leader Selahattin Demirtaş capace di arrivare al 13,1% dei voti, superando largamente la soglia del 10% prevista per l’entrata in Parlamento da parte di un partito. Dopo l’empasse di questi mesi nel formare una nuova coalizione, Erdoğan, con queste elezioni impreviste e convocate con abile mossa politica, spera di tornare a controllare il Paese e a trasformarlo in una repubblica presidenziale sul modello degli Stati Uniti.

 

Questa posizione, per altro condivisa da molti, è stata pubblicamente difesa dal Professore Sedat Laçiner, già rettore della Çanakkale 18 Mart University, che in una intervista rilasciata al quotidiano Today's Zaman ha dichiarato che “i recenti sviluppi sembrano essere intesi a creare le fondamenta per arrivare ad un sistema presidenziale”, che il leader politico non è riuscito a raggiungere, come probabilmente prevedeva, con le elezioni del giugno scorso. Altri esperti, fra i quali anche  Dengir Mir Mehmet Fırat un tempo vicino all’attuale Presidente della Repubblica, temono che l’attuale stato di caos potrebbe portare anche alla secessione del sudest curdo della Turchia. Se “esiste un piano per portare alla maturazione l’attuale situazione caotica al fine di facilitare il controllo politico dell’ AK Party, e non voglio nemmeno pensarci – ha dichiarato Firat – significa che Erdoğan ha deciso di accettare il rischio di una secessione all’interno del Paese”.

 

In tal senso l’attuale situazione di caos e tensione sociale ricorda a molti quella che caratterizzava la Turchia pre-colpo di stato 1980. In ogni modo resta in molti il sospetto che gli attacchi alla popolazione curda siano orchestrati da una mano abile. Si spera che non siano i prodromi di violenze di massa che sfuggirebbero di mano alla sicurezza nazionale in una zona in cui i progroms non sono un fenomeno nuovo.

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