La Terza economia necessaria per il Recovery fund

È necessario cambiare lo sguardo per vedere gli effetti economici, sociali e ambientali della pandemia in vista degli scenari futuri. L'importanza del Terzo Settore

Next generation EU – Recovery Fund porterà in Italia ben 209 miliardi tra aiuti e prestiti convenienti. Un’occasione storica per far uscire il Paese da un declino in atto da 25 anni. Occorre però fare presto, bene, in collaborazione tra maggioranza, minoranza, Terzo Settore, economia civile e di comunione, imprenditori, sindacati, amministrazioni locali. In sintesi, servono meno sussidi e più  strategia. Stanno per modificare i loro stili di vita milioni di persone con smart working, digitalizzazione PA e PMI, alimentazione a km 0, mobilità  flessibile e verde. Cambia la domanda potenziale. Sul lato dell’offerta si stanno attivando gli “spiriti animali” di una Italia creativa e imprenditoriale. La politica deve sostenere questi stimoli spontanei all’azione. I fondi europei Sure per la disoccupazione, Mes per la sanità e Recovery Fund devono essere utilizzati per il cambiamento verso una crescita possibile. Giovani e donne, al Sud in particolare,  non devono trovare ostacoli nei loro nuovi progetti di impresa, lavoro e vita. Così giustizia sociale e ambientale guideranno la seconda Ricostruzione della Repubblica dopo il 1945. L’Ue chiede infatti transizione verde e digitale nei progetti da finanziare, coesione e convergenza economica e liste di progetti cantierabili. Un’occasione storica, come il Piano Marshall, da non sprecare. Il Piano nazionale deve avere un metodo: individuazione delle missioni strategiche nazionali, strategie integrate territorio per territorio regionale, missioni nei Comuni con ampia partecipazione di cittadini,  imprese, sindacati, Università, Terzo Settore.

Molteplici sono i campi di azione: casa, scuola, sanità, mobilità sostenibile, spazi collettivi aperti e chiusi, turismo sostenibile e attività culturali, qualità dei servizi di welfare comunitario, trasferimento tecnologico dalle Università alle PMI, sfruttamento di terre incolte ad opera di giovani innovatori nelle aree interne. In tal modo le aree interne marginalizzate troveranno meccanismi endogeni di sviluppo. Sarà la nuova politica della cura, del rammendo delle aree periferiche e deindustrializzate. La “terza economia” può  essere la nostra priorità, affermano la ministra del Lavoro Catalfo, il sottosegretario Stanislao Di Piazza, il presidente del consiglio Conte. Per ora è stato costituito un comitato di 10 esperti, coordinato da Di Piazza, per studiare possibili interventi volti a valorizzare lo sviluppo dell’economia sociale e solidale per lenire le ferite del Paese. Si tratta di un tavolo della biodiversità delle imprese sociali, profit e no profit per una economia sostenibile sul piano sociale e ambientale.

Occorre accelerare l’approvazione dei decreti attuativi della Riforma del Terzo Settore: agevolazioni fiscali, raccolta di fondi, social bonus. Vanno subito implementati gli strumenti della sussidiarietà orizzontale come la coprogettazione ex art. 55 Riforma e sent. n. 131 Corte Cost. 2020. Ets concorrono con PA nel perseguimento di interesse generale, convergenza di risorse pubbliche e private. Quindi le imprese sociali come protagoniste dell’economia italiana. Come? Con agevolazioni fiscali autorizzate da Ue per chi investe nel capitale di imprese sociali, non imponibilità degli utili reivestiti nelle attività di interesse generale. Con lo sblocco del Fondo Mise di 200 milioni per imprese culturali e creative e non per interventi a pioggia. È nata infatti, afferma Leonardo Becchetti, una nuova generazione di imprenditori innovatori e lungimiranti, sensibili ad ambiente e persone, attenti non solo al conto economico. Una “evoluzione della specie” da incoraggiare con premialità aziendale, voto con il portafoglio a favore di chi riduce il danno ambientale e sociale. La generatività e ricerca di senso sono diffusori di cambiamento in una crisi di sistema. Sono veri e propri “levatori delle energie della società” per una maggiore soddisfazione di vita. In tal senso è opportuno rivedere i premi di produzione per i manager inserendo tra i criteri la sostenibilità ambientale e la riduzione di morti sul lavoro. Questi criteri vanno inseriti nei bandi delle stazioni  appaltanti. Interessante anche una border tax per chi investe fuori da UE.

In sintesi, è necessario cambiare lo sguardo per vedere gli effetti economici, sociali e ambientali dopo la pandemia, in vista di scenari  futuri. Si fa spazio l’idea di una economia equilibrata dall’equità. Questa visione va calata in quella che viene definita pandeconomia al tempo del coronavirus e della crisi del capitalismo finanziario. Non possiamo tornare al modo di produrre, di consumare e di vivere di prima. Vanno valorizzati quindi i cambiamenti positivi emersi in questo periodo: uso intensificato dello smart working, economia di prossimità come piccole botteghe di quartiere, ripensamento della mobilità urbana con servizi a 15 minuti a piedi, rivalutazione dei piccoli borghi nelle aree interne e rurali con connettività, imprese di economia civile e sociale in rete. Possiamo andare verso l’economia fondamentale oltre la finanziarizzazione dei beni di lusso. Sobrietà ed equonomy: una economia che ritrova equilibrio nel nome dell’equità e della riduzione delle enormi disuguaglianze, equidistanza come spazio giusto che deve esserci tra esseri umani per vivere decentemente. Tutto per ridurre in Italia cementificazione, inquinamento a partire dalla pianura padana. Poi un patto tra cittadini e Stato in nome della liberazione dalla schiavitù del debito pubblico che frena la crescita possibile.

Non solo festival di economia civile
Ben 14 festival dell’economia civile e sociale negli ultimi mesi. È il segno durante la pandemia di una “trasformazione culturale” in atto, in vista degli obiettivi Onu 2030? È  in corso un cambio di passo a livello mondiale verso la conciliazione tra etica, finanza, economia e società? Afferma Paolo Venturi, direttore di Aiccon, centro studi Unibo: «La solidarietà ha dilatato il perimetro dell’economia e l’ha qualificato potenziando i territori in terreni di coesione e di inclusione». Da questi mondi di altra economia deve arrivare all’Ue una serie di proposte concrete come quelle presentate dai giovani di Aipec in un recente Laboratorio parlamentare organizzato il 12 ottobre con Mppu. Ora è nostro compito approfondire la Carta di Firenze e le altre proposte emerse ai Festival di Trento, dalle giornate di Bertinoro, nonché le reti di Next e altre buone pratiche emerse in questi ultimi mesi. La sfida dell’altra economia? Dare potere alla comunità e fare del terzo pilastro tra Stato e mercato un elemento trasformativo dell’Italia e non solo consolatorio e compensativo. Resilienza trasformativa in atto.

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