La Striscia s’infiamma di nuovo

16 morti e 1.440 feriti è il bilancio della “marcia del ritorno” organizzata a ridosso del confine con Israele. L’apparente impossibilità di risolvere la questione palestinese

Lo si temeva ed è successo durante la manifestazione a ridosso delle barriere di confine tra la Striscia di Gaza ed Israele, organizzata da 30 mila palestinesi per una “marcia del ritorno”, che dovrebbe culminare il 15 maggio, giorno della Nakba (la grande catastrofe), cioè l’espulsione di centinaia di migliaia palestinesi per far spazio al nuovo Stato d’Israele, 70 anni fa. Il bollettino medico è gravissimo: 16 morti e oltre 1.400 feriti.

Palestinians Israel

I fatti: mentre un residuo numero di manifestanti si avvicinava fino a poche centinaia di metri dalla barriera controllatissima di separazione da Israele, luogo che regolarmente è teatro di scontri sanguinosi tra abitanti dell’enclave e soldati, l’esercito risponde sparando munizioni vere e usando gas lacrimogeni. In mattinata di venerdì, prima della marcia, un contadino palestinese di 27 anni era stato ucciso da colpi di arma da fuoco israeliani nei pressi di Khan Younis, nel Sud della Striscia. Un segno che indicava l’alta tensione che avrebbe avuto tutta la giornata. L’esercito israeliano ha anche colpito alcune sedi di Hamas, che governa Gaza, «come rappresaglia per il tentativo di attaccare i suoi soldati da parte dei manifestanti». I manifestanti avevano in effetti lanciato pietre contro le truppe israeliane che usavano mezzi antisommossa. Le autorità israeliane l’avevano detto: l’esercito non avrebbe esitato un solo istante a dare l’ordine ai suoi “cecchini” di aprire il fuoco in caso di tentata infiltrazione sul suo territorio. Ciò che è puntualmente avvenuto.

42 Anniversary of the Palestinian Land Day

Palestinesi e turchi hanno denunciato «l’uso sproporzionato della forza». Anche Lega Araba, Egitto e Giordania hanno condannato la risposta israeliana. Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato che Israele è «pienamente responsabile per le morti». Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, riunito d’emergenza venerdì sera, ha espresso preoccupazione per l’escalation della violenza, ma non è riuscito a concordare una dichiarazione congiunta. «C’è il timore che la situazione possa deteriorarsi nei prossimi giorni», ha avvertito Taye-Brook Zerihoun, sottosegretario generale delle Nazioni Unite.

Bisognerà vedere se verranno mantenute le 6 settimane di mobilitazione proclamate da Hamas. Ufficialmente organizzata dalla società civile, la “marcia del ritorno” è sostenuta in tutto e per tutto da Hamas. Ora si teme che la tensione aumenti in queste 6 settimane. Gli osservatori non escludono che si possa avviare una terza guerra, dopo quelle del 2008 e del 2014.

Si sa: la questione palestinese è la madre di tutte le guerre e di tutti i disordini mediorientali. Da 70 anni ormai, da quel 1948 quando centinaia di migliaia di palestinesi furono cacciati dalle loro terre per lasciar spazio al neonato Stato di Israele hanno aperto una ferita che non si è ancora rimarginata, anzi è più che mai purulenta. Basta visitare i campi profughi palestinesi in Libano, circondati dall’esercito, in cui da 70 anni crescono bambini e ragazzi che non conoscono altro che disoccupazione, lotta, sangue, morte, delinquenza… Sembra impossibile che in 70 anni non si sia arrivati a una soluzione, ma la realtà è quella sotto gli occhi di tutti. La recente decisione degli Stati Uniti di trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme non ha fatto calare la tensione, come sperava l’amministrazione Trump, ma l’ha fatta crescere, soprattutto a Gaza. Sono molte le voci israeliane che spingono per l’abbandono della Striscia di Gaza, con la creazione di uno Stato indipendente palestinese che comprenda la striscia stessa e un pezzo del Sinai. Ma nemmeno questa concessione sarebbe una vera soluzione. La creazione di un vero e proprio Stato palestinese, comprendente quel che resta della Cisgiordania dopo lo smembramento sistematico operato da Israele, sarebbe una soluzione più duratura. Ma né l’amministrazione israeliana né quella statunitense ne vogliono più sentir parlare.

Nubi all’orizzonte, le frontiere d’Israele si infiammano di nuovo. Il contagio è possibile.

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