La Sicilia delle clientele è finita?

Le dimissioni del presidente Lombardo segnano la fine di un’epoca: resta l’impotenza dei partiti e un dissesto finanziario palese. Sulle macerie bisogna ricostruire la vera politica. Dal nostro corrispondente
raffaele lombardo

Qualcuno ha brindato con champagne. Altri hanno chiesto di non dimettersi. E, alla fine, come anticipato da tempo, il 31 luglio alle ore 18.15, Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, si è dimesso. Dimissioni attese, agognate, ma anche temute e osteggiate.
Faccio una premessa. Di questi tempi, parlare di politica è diventata una delle attività più difficili. Soprattutto se si vuole mantenere – com’è giusto – una serenità di giudizio e una trasparenza dei pensieri. Voler affrontare, poi, la questione delle dimissioni di Lombardo, può essere addirittura fatale. Corro il rischio, lo so bene, di sembrare troppo duro a qualcuno o troppo morbido a qualcun altro, ma amo troppo questa terra e quindi corro volentieri questo rischio.
 
Fatte queste dovute premesse: cosa sta accadendo in Sicilia?
Cominciamo dall’incontro della settimana scorsa a Roma tra il presidente del Consiglio Monti e il presidente della Regione, Lombardo. Palazzo Chigi, in una nota, aveva parlato dell’impegno per «un piano di rientro finanziario e di riorganizzazione della pubblica amministrazione regionale che sia vincolante nei tempi e negli obiettivi». In parole povere, Monti aveva detto a Lombardo di procedere immediatamente all’approvazione di un piano di spending  review. In buona sostanza, lo Stato non darà più un euro alla Sicilia se la Regione non taglia la spesa relativa alla pubblica amministrazione.
 
Cos’è successo invece l’altro giorno in Assemblea regionale? La spending review si è trasformata non in legge, ma in buoni propositi. Niente di più. Quindi niente ridimensionamento del personale regionale, dei dirigenti e dei consulenti. Siamo già in campagna elettorale e nessuno vuole essere accusato di aver tagliato un solo posto di lavoro. Nessuno e quindi nessun licenziamento. Casomai – ed è la vera tragedia – ci dovrà pensare il prossimo presidente della Regione. Ci sono poi i bilanci dissestati dell’Azienda dei trasporti siciliana, che già in luglio non era in grado di pagare gli stipendi, e i debiti delle Ato e delle aziende collegate per lo smaltimento dei rifiuti. Si tace sull’esercito di precari (circa 30mila) e sui crediti non riscossi, che ammontano a 15,7 miliardi di euro. Ed eccoci giunti al cuore della questione: erano davvero inevitabili e necessarie le dimissioni di Lombardo? Si poteva evitare – come qualche deputato regionale ha dichiarato in questi giorni – quest’ulteriore passo nel buio per la Sicilia?
 
Al punto in cui stavano le cose, le dimissioni erano un atto dovuto. Lombardo, peraltro eletto con i voti del centrodestra, aveva ribaltato la sua maggioranza, abbandonando il Pdl, l’Udc e stringendo sempre di più alleanze – seppur tecniche – con il Grande Sud di Gianfranco Miccichè e con il Partito democratico. Una scelta scellerata – a mio avviso – quella del Pd di voler dare ossigeno ai vari governi Lombardo. Il presidente poi si è sempre battuto per l’autonomia regionale, fondando un partito con discreto seguito a livello nazionale e con azioni che hanno ribadito la priorità delle sue scelte anche sugli impegni assunti con importanti aziende, come l’Erg e il gruppo Falk, che avevano fatto grossi investimenti, poi bloccati da provvedimenti regionali.
 
Altra questione. Se i partiti politici a livello nazionale non stanno bene in salute, qui in Sicilia sono letteralmente frantumati. Anzi, impotenti. Penso, però, che nessuno possa tirarsi fuori perché, nonostante tutto, la Sicilia delle clientele, degli sprechi, dei privilegi, delle illegalità e della mafia è finita. Proprio così: finita! Piaccia o non piaccia è finita un’epoca. Ma devo essere sincero, ancorché forse sgradevole. La fine di quest’epoca speravamo giungesse per meriti acquisiti sul campo della  società civile, di una  politica dal robusto senso di legalità e bene comune. E, invece, la fine di quest’epoca giunge perché sono finite le risorse economiche. Non si riesce a pagare in tempo gli stipendi. Gli uffici chiudono nel pomeriggio non potendo garantire gli straordinari. Si spengono i condizionatori per risparmiare sulla bolletta. All’E.S.A. (Ente di sviluppo agricolo) è stata tagliata la luce dopo i debiti con l’Enel.
 
Queste sono le macerie. Di ogni singola maceria ciascuno deve sentirsi a suo modo responsabile. «Sono poche le cose che non potrò fare dopo le mie dimissioni», ha dichiarato Lombardo. Questa dichiarazione l’ho trovata inquietante, perché l’ho interpretata come messaggio (a chi?) che è ancora lui a comandare. È inquietante perché Lombardo non si è dimesso per motivi politici, ma perché coinvolto in una delicatissima indagine sul rapporto tra mafia e politica.
 
Nessuna speranza quindi per questa nostra Sicilia? No, anzi, tutta la speranza possibile. Ad una condizione: che da queste macerie sapremo far ripartire una vera, sincera e robusta politica, che, sapendo e dovendo rifiutare la Sicilia dei privilegi e delle clientele, del pizzo e della mafie, sappia costruire la Sicilia degli onesti. Di quelli che hanno a cuore il bene comune. E lo hanno a cuore per vocazione e scelta personale e non perché sanno fare di necessità virtù.

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