La scuola è finita, apriamo le scuole

Un lettore esprime la sua opinione sulla proposta di rendere disponibili le strutture scolastiche anche nei mesi estivi per le attività ricreative dei ragazzi. E, più in generale, sul modello di società a cui vogliamo tendere
Bambini a scuola

Già, perché oltre alle eterne recriminazioni sulla durata della scuola e delle vacanze, peraltro in linea con le medie europee, da alcuni anni abbiamo un tormentone in più: “apriamo le scuole anche d’estate”. Nella maggior parte dei casi non si parla di fare lezione, ma di ospitare “centri estivi” per i nostri ragazzi. Le scuole quindi come punto di ritrovo per gite, uscite, passeggiate ed attività sportive o culturali; praticamente un “pied à terre” per ritrovarsi, mangiare, rifugiarsi in caso di impossibilità dettate dalle intemperanze del clima.

Il ministero dell’Istruzione da anni cerca di insinuare ed inculcare questa idea. A guardarla così, di primo acchito, si direbbe anche una cosa giusta (e perché no?), anche una buona idea. A me, tuttavia, appare perlomeno strano, in un periodo storico in cui lo Stato delega sempre di più a terzi le proprie competenze e responsabilità, che con la scuola si vada in netta controtendenza. Alla scuola si rimandano infatti tutti quei compiti di formazione dell’uomo cui lo Stato ed altri enti non riescono più a far fronte e a cui le leggi non riescono a dare risposta.

Primo compito della scuola era e rimane quello di educare ed istruire. Educare a trecentosessanta gradi certo, ma non è possibile che sostituisca gli altri enti. Famiglia e società in primis.  Ultimamente anche per il cyberbullismo la soluzione è stata trovata nella scuola.  Il discorso potrebbe continuare ed ampliarsi ancora, ma torniamo alle aperture estive.

I ragazzini dopo nove mesi di scuola hanno bisogno, pur con tutte le implicazioni psicologiche che ciò comporta, di uno stacco. Anche fisico. Il sapere che ogni tanto bisogna voltare pagina, cambiare aria e registro, reputo sia estremamente formativo. Vi sono altre istituzioni, altri luoghi, altre persone, che possono sopperire alle impossibilità genitoriali di star dietro ai figli. Queste proposte hanno il sapore amaro di un assistenzialismo da clima preelettorale. La scuola stessa ha bisogno di tempi per riordinarsi, rattopparsi, riprogrammarsi.

Affidare il servizio estivo a personale esterno comporta anche dei rischi a livello logistico: ignoranza della struttura, possibile incuria di chi è solo provvisoriamente in un luogo; in tempi di “vacche magre” anche un bagno reso inagibile comporta gravi implicazioni ed ipoteche sul futuro.

Se guardiamo al passato, intere generazioni sono state lasciate allo stato brado durante i mesi estivi; man mano, crescendo, venivano loro affidati compiti di cura dei piccoli o attività da portare avanti nell’ambito familiare o del parentado. La società non veniva turbata dal loro stare da soli. I ragazzi si organizzavano (l’ho fatto anch’io), ogni tanto si annoiavano (e personalmente trovo che la noia sia uno stimolo nell’imparare a gestire il proprio tempo), combinavano monellerie di ogni tipo … facevano “bande”, nel bene e nel male. Oggi queste soluzioni sono viste come ansiogene, il senso di inadeguatezza costringe la società a cercare di intervenire, di controllare tutto, di non lasciare spazi scoperti, continuando e moltiplicando le corse anche durante i mesi del riposo.

In attesa di leggi che salvaguardino la famiglia concedendole gli spazi ed i tempi necessari (qui sì siamo “cenerentole” in Europa) e riconoscano ad ogni cittadino il diritto ad orari di lavoro più rispettosi ed equi, ben vengano le varie estati ragazzi, i campi estivi. La scuola non è bene che ospiti “altro” rispetto al proprio contesto, lasciando che i propri spazi organizzati vengano violati ed inevitabilmente alterati. Le aule non sono mai locali neutri e spogli, nemmeno in estate. Le loro pareti raccontano storie che si evolvono da un anno all’altro. Non sono tante le scuole che hanno locali in più da dedicare alle attività estive diventando le “tane”, le “basi” delle varie squadre. Spesso le scuole non sono predisposte per affrontare le temperature estive, molte non sono nemmeno così “belle” da soggiornarvi con piacere. Non parliamo delle limitazioni della sicurezza.

Se proprio lo Stato vuole perseverare nell’offrire opportunità ai ragazzi, faciliti la logistica ad associazioni, oratori, centri sportivi. Intervenga sui finanziamenti. Le strutture non mancano, volontari ed addetti neanche. Sicuramente, a conti fatti, la spesa risulterebbe maggiormente sostenibile. Se si vuole aprire la scuola ed implementare l’utilizzo dei locali e degli ambienti scolastici, vi sono altre possibilità. I cortili di vari istituti sono diventati “parchi pubblici” ad orario, molte scuole fungono da punto internet per la popolazione locale ed anche da centro di aggregazione territoriale per laboratori ed attività. Così facendo si ottiene oltre l’utilità sociale un senso di integrazione della scuola sul territorio, il bene pubblico diviene servizio pubblico in una accezione più ampia, si arriva ad un senso di appartenenza e rispetto che valorizza, salvaguarda e risana il tessuto sociale.

Altre sono le questioni che vengono messe in campo con toni populistici elettorali o sindacalistiche.  Quello delle vacanze dei docenti è un tema trito e ritrito. Teoricamente sono 32 giorni durante l’estate. Chi vive l’esperienza di un buon docente in casa è perfettamente consapevole che sono necessari per staccare e ricaricare le batterie. I giorni rimanenti dell’estate vanno regolamentati affinché il lavoro di programmazione del nuovo anno sia affrontato senza affanni. Ma qui entra in gioco una cronica incapacità di portare avanti una contrattazione coraggiosa e rivoluzionaria che potrebbe veramente dare adito ad una scuola migliore.  Sicuramente la grande maggioranza degli insegnanti non è in grado di trasformarsi e cambiare giacca passando da docente ad animatore. Due ruoli distinti da non confondere. Questa incapacità delle scuole e dei docenti viene implicitamente ammessa anche dal Ministero stesso. Nei bandi PON (“concorsi” per finanziamenti europei alle scuole) si parla di apertura delle scuole per attività di attività extra orario … di fatto da affidarsi a terzi.

Tutta la questione me ne ricorda un’altra, quella dell’alternanza scuola lavoro, altro “carico da 90” affibbiato alle scuole ed al momento faticosamente in fase di avvio. In tanti casi mero sfruttamento poco oneroso delle risorse insite nei giovani … Ennesima soluzione abborracciata per paludarsi di soluzioni grandiose ed occupare schiere di giovani durante l’estate.

Ben vengano invece sinergie ragionate e trasparenti. La questione è complessa, merita ben altri approfondimenti rispetto a vacue speculazioni estive.

 

Luigi

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