La regola di vita e le emozioni

Oggi viviamo in una società dominata da una “cultura dell’emozione” che non facilita la fedeltà ad una regola di vita. La riflessione di Maria Ignazia Angelini in A regola d’arte. Appunti per un cammino spirituale (Città Nuova).

Un tratto caratteristico della nostra epoca, che attraversa intrinsecamente la questione di una regola di vita, è il peso e il ruolo attribuito alla sfera emozionale, che tende oggi ad assumere un ruolo dispotico nella decisione del proprio stile di vita.

La regola di vita, nel contesto cristiano ma già anche, in origine, nel contesto della paideia greca di matrice platonica o stoica, è data ai giovani come proposta di un ordine al mondo delle emozioni: il contesto greco – nel dare un ordine – chiede di sottomettere le emozioni alla ragione, nella spiritualità biblica si elabora un ordine che delle emozioni interpreti il senso, l’intuito di verità.

Oggi invece la nostra è una cultura dell’emozione eretta a principio dispotico: frammentata e molto fragile, direi caotica, l’emozione assume la pretesa di dire la verità del cuore: «mi sento», «non mi sento». Non si tratta di demonizzare a priori o sottovalutare questa dilagante potenza dell’emozione, che è la faccia più immediatamente reattiva dei sentimenti: rispetto al cuore in ascolto, che si inoltra nella vita, nelle relazioni, nella storia, i sentimenti sono il luogo più generativo di futuro – ma allo stadio magmatico, preliminare. Il primo movimento del sentimento è quello dell’emozione, peraltro ancora grezzo e non elaborato dagli affetti. L’emozione presagisce, ma non dice.

[…]

Riproposta da una cultura e da una società come le nostre, in cui il sacro dimostra di non essersi affatto eclissato (semmai il sacro è diventato pervasivo, in quella pseudoreligiosità che papa Francesco definisce di “tipo spray”), l’emozione più vibrante oggi pretende di dare una percezione del sacro; assume dispoticamente il ruolo di rivelare dove si muove più profondamente il legame tra noi e il parlare di Dio. In realtà si richiede un’opera di discernimento, attraverso cui adeguatamente decantare e recuperare la forza rivelativa dell’emozione all’interno del discorso antropologico complessivo.

L’emozione è costante interfaccia della nostra vita gettata nel mondo, nelle relazioni, nell’imprevedibile. E soprattutto gettata nell’itinerario della fede, che prende corpo e anima. L’emozione, in quanto condizione dell’umano di passività vitale, di affezione rispetto alla realtà, non va mai esorcizzata come interferenza indebita, o condizionamento negativo: ma richiede attento ascolto, discernimento e educazione – questa è l’opera propria della regola di vita, in tutte le culture dell’umano.

[…]

La questione che la regola di vita elabora è che l’emozione non pregiudichi il giudizio e l’azione, ma vi sia correttamente investita passando attraverso l’attestazione di una verità che le dà nome, e trasformandosi presto in ammirazione, in meraviglia, in stupore che prelude all’azione più alta dell’uomo.

Da A REGOLA D’ARTE di Maria Ignazia Angelini (Città Nuova, 2017)

 

 

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