La piazza

Breve riflessione sugli elementi che compongono i luoghi dove la società “si fa”. L’esperienza della comunità civile libanese

Il popolo libanese da una settimana è sceso in piazza, come abbiamo già scritto (“La rivoluzione libanese (senza odio)” e “Il Libano protesta contro i politici“) per contestare un governo che non sembra riuscire a risolvere le complesse situazioni economiche in cui versa il Paese, e tantomeno ad entrare nel cuore della gente. Circa un quarto della popolazione del piccolo Paese mediorientale è sceso in piazza.

Non è il solo popolo, quello libanese, ad aver deciso di manifestare in queste settimane: dall’Algeria ad Hong Kong, da Santiago del Cile al Cairo, dalle piazze del Nord del mondo invase dagli amici di Greta alle piazze del Sud del mondo invase dai poveri, si riscopre il valore sociale di luoghi, le piazze, che la sapienza dei secoli ha delimitato perché vi fossero spazi in cui una società si potesse “costituire” e “ricostruire”.

Prendo la Piazza dei Martiri di Beirut per esemplificare l’importanza di questi luoghi. Naturalmente, senza bisogno di dirselo, il luogo prescelto dai libanesi per le riunioni di folla atte ad esprimere il proprio malcontento è stata proprio la Piazza dei Martiri e vie attigue e contigue, con alcuni elementi indiscutibili:

Lebanon Protests

 

  1. Lo spazio ampio, frastagliato, non regolare, creatosi nei secoli senza apparentemente piano regolatore dettagliato, ma con la sovrapposizione delle esigenze della società;
  2. I “luoghi alti” della religione, nel caso di Beirut la Cattedrale maronita e la Grande moschea, l’una accanto all’altra, con l’altezza dei minareti e del campanile che hanno fatto a gara nell’essere i più alti, ma arrivando ad un sostanziale pareggio;
  3. I luoghi del potere, dal Parlamento, al Palazzo del governo, a quelli di altre istituzioni pubbliche, ministeri e enti e sedi militari;
  4. I luoghi della memoria, come nel caso di Beirut i resti del cardo romano, ma con tracce evidenti di preesistenti insediamenti fenici, spazi rispettati ma accerchiati, spazi che dicono la storia ma anche il necessario aggiornamento della storia;
  5. I monumenti, nel caso della Piazza dei Martiri, il monumento ai caduti libanesi di tutte le guerre, opera per un felice caso dello scultore italiano Mazzacurati. Il monumento è la “memoria breve”, il simbolo che fa ricordare la guerra devastante che si è spenta appena l’altro ieri;
  6. I palazzi dei ricchi, quelli vecchi e quelli nuovi, quelli della manifestazione del successo di alcuni figli del popolo che sono arrivati a “fare fortuna”;
  7. Ma contemporaneamente nelle piazze principali delle città esiste come una calamita che attira anche i poveri, che magari si creano un piccolo giaciglio in un anfratto di qualche palazzo, ma ci sono;
  8. Le rovine di qualcosa, a Beirut quello che era un cinema eretto negli anni Quaranta in forma di uovo sospeso su una serie di tralicci, monumento non ancora abbattuto, cadente ma sempre presente, che, da chiuso che era, è stato reso accessibile dalla furia dei manifestanti, ridiventando possesso del popolo;
  9. Le banche, immancabili banche, quelle che fanno un’opera di servizio al popolo e quelle che fanno solo affari. Sono i palazzi più esposti alla violenza di certe frange dei manifestanti, con le vetrine facilmente infrante;
  10. I ristoranti, cioè i luoghi in cui la convivialità si esprime con più naturalezza;
  11. La natura, oltre le case, che viene resa visibile dallo spazio vasto, a Beirut sia il mare che la montagna;
  12. Infine non va dimenticato il suq, il mercato, dove avviene non sotto l’atto commerciale ma anche quello di incontro tra diversi;
  13. Dimenticavo il vuoto: se in natura non può sussistere il vuoto, ecco che quando si crea immediatamente viene riempito dalla folla che vuole una società in cui vi sia giustizia e libertà.

 

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